INCONTRI ED EVENTI > XIII Congresso
confederale della UIL del Trentino
Ermanno Monari
Relazione della segreteria uscente
Lavis, 28 dicembre 2001
... "Diffidare del nuovo! O almeno non farsene incantare. Il mondo nuovo, la città nuova, l'ordine nuovo con il loro seguito di fallimenti e stragi. E ora la nuova economia, la new economy come si dice nell'angloamericano del nuovo colonialismo. Sarebbe nuovo anche il pensiero unico del neoliberismo, che però è quello antichissimo del "prendi i soldi e scappa". L'antichissima irresponsabilità del capitale, di quel migliaio di aziende che oggi si arricchiscono con la nuova economia e fanno e disfano sulla testa dei sei miliardi di uomini che abitano il pianeta. Tra i fanatici della new economy e gli altri c'è un comune denominatore: nessuno ha la minima idea di che ne sarà del genere umano. L'angoscia dell'ignoto, coperta da una frenesia del guadagno rapido e facile, della ricchezza a portata di tutti. "Anche un camionista" dicono "può sognare di comperarsi
un'isola. " Anche un camionista licenziato dal progresso tecnologico? La ragione per cui la new economy con il suo esercito di computer, telefonini e Internet resta senza un vangelo comprensibile da tutti, senza una buona novella, è che dai tempi remoti dei raccoglitori di bacche, dall'epoca delle caverne ci siamo abituati a considerare l'uomo la misura di tutte le cose. Ma se ora al suo posto ci mettono i soldi e le macchine c'è qualcosa che non torna, c'è come un'ubriacatura dalla quale prima o poi dovremo uscire. I soldi e le macchine sono importanti ma all'uomo non bastano, l'uomo è un animale socievole, e profitto e macchine non fanno la società. A chi le parlava dei bisogni sociali dell'uomo una signora di ferro, anche nel cervello, come la Thatcher ha detto: "La società non esiste". Ma se la società non esiste, che ci stanno a fare la politica, le leggi, le istituzioni? Che ci è stata a fare anche lei?
I temi più ricorrenti della nuova economia sono la globalità, la flessibilità, la rete. Ebbene, provatevi a seguire ciò che si dice e si scrive su questi temi nei grandi media, nei convegni internazionali, nelle riunioni dei finanzieri e degli imprenditori, nei rapporti fra governi, e se siete ancora capaci di stupore farete questa agghiacciante constatazione: l'uomo non è più in prima fila, il suo destino è ignorato o rimandato a un imprecisato futuro, a una imprecisata mano invisibile del mercato.
Il pensiero unico, o nuova ideologia, che pone il profitto al centro dell'universo, come tutte le ideologie, si aiuta con l'utopia, ma le sue promesse non incantano.
Staremo tutti meglio, promette. Ma come? Cambiando lavoro dodici o quattordici volte nel corso di una vita, cioè non impadronendosi mai del proprio lavoro?
Il tempo libero, l'automazione che lavora per noi, promette. Ma chi li ha visti? Una società basata sul consumismo ossessivo che ignora il risparmio è una società di lavoro a vita, anche se lo si chiama in altri modi. L'uomo? Ma chi è costui? Che cosa pretende?"…
Care delegate e cari delegati,
questa lunga citazione è tratta da una recente pubblicazione di Giorgio Bocca: "Pandemonio". Abbiamo voluto aprire con questo richiamo perché ci sembra sintetizzare, molto meglio di quanto avremmo potuto fare noi, ciò che abbiamo intenzione di trattare in questo nostro Congresso:
la necessità di rimettere l'uomo e il lavoro al centro delle decisioni politiche ed
economiche.
Questo ci sembra ancor più vitale dopo l'attacco terroristico di tre mesi fa. Il carico di pericoli che esso porta con se è drammatico: il terrorismo, la guerra, la paura, il rischio di una "militarizzazione" della politica ci lasciano sgomenti, confusi, senza certezze. Affermiamo d'essere contro il terrorismo, ma non sappiamo come combatterlo; siamo contro la guerra ma non sappiamo indicare alternative, ci preoccupiamo della possibile recessione economica e del calo dei consumi, ma - allo stesso tempo
- sentiamo forte in noi il bisogno di un mondo più giusto e siamo coscienti del fatto che molti dei nostri bisogni sono superflui. Il nostro lavoro, a volte, inutile fino alla noia.
La storia ci insegna che l'uomo è pieno di contraddizioni. Quando si perde, però, il contatto con la profondità degli ideali e si smarriscono i bisogni spirituali, si perdono di vista i fini dell'uomo. E i fini, io credo, sono più forti dei mezzi.
Diciamo subito che non intendiamo tracciare una relazione che abbracci l'interezza dei problemi sociali, economici e sindacali che ci troviamo a vivere o che ci potremmo trovare a vivere nei prossimi anni.
Ciò non ci impedisce di prendere in considerazione alcuni problemi che ci stanno a cuore; tentare qualche ragionamento su di noi, sul nostro ruolo e su quello dei nostri interlocutori.
Concertazione, politica dei redditi e questione salariale
Con questa premessa non possiamo che andare subito al cuore del problema di questi mesi: la concertazione. Essa ha rappresentato il pilastro della politica sindacale e delle relazioni industriali ed economiche degli ultimi dieci anni.
Ma ora, con le recenti prese di posizione di Governo e Confindustria, sembra in grave crisi -e con essa anche la politica dei redditi.
Non ne siamo felici. La UIL ha sempre ritenuto che un dialogo paritario che tenesse conto degli interessi di tutti, ma soprattutto dei più deboli, fosse da preferire allo scontro sociale e alla logica del più forte. Ma questo, oggi, sembra essere impossibile.
Le gravi difficoltà sorgono soprattutto per le posizioni che Confindustria ha assunto dopo l'elezione a Presidente di D'Amato.
Lo scenario è mutato di molto e la concertazione difficilmente potrà ripartire realmente fino a quando chi rappresenta la parte più forte e consistente degli imprenditori non rinuncerà all'idea che l'impresa e l'imprenditore hanno una sorta di diritto ad egemonizzare il resto della società.
Il nostro sindacato, fin dalla nascita, si è distinto per una precisa visione laica, e ha consumato una dolorosa quanto inevitabile scissione per tentare di affermare la via delle riforme rispetto alla visione ideologica e "rivoluzionaria" di molti esponenti sindacali di allora. Non abbiamo mai ritenuto il "mercato" una sorta di demonio da combattere a tutti i costi e con ogni arma; abbiamo invece cercato di coniugare quanto di buono vi era -e vi è - nella libertà d'impresa e di mercato con i sacrosanti diritti che qualsiasi società civile che mira al progresso deve, e sottolineo deve, garantire ai più deboli e a coloro che in modo decisivo contribuiscono alla produzione della ricchezza e al buon andamento della stessa impresa.
Non abbiamo cambiato idea. Continuiamo a considerare fondamentale la laicità, l'economia di mercato, l'impresa, il progresso economico, i diritti civili, sociali e culturali. Ma continuiamo a considerare questi fondamentali elementi dalla parte di coloro che difendiamo: cioè i lavoratori e i più deboli.
Rappresentare i loro interessi è il nostro mestiere. Se i nostri maggiori interlocutori pretendono di affermare la loro supremazia rompendo un difficile equilibrio e togliendo lacci e laccioli, come si dice con termine piuttosto dispregiativo, abbiamo il dovere di rispondere che, per quanto ci riguarda, prima di tutto - prima dell'impresa e del libero mercato, prima dei mercati azionari e finanziari, prima del Mibtel o del Nasdaq - viene la dignità dell'uomo e del lavoro.
Il mondo del lavoro è stato a lungo composto da due soggetti con eguale diritto di cittadinanza: le imprese e i lavoratori. Oggi sembra siano rimaste solo le imprese.
Confindustria nazionale aspira, ormai, ad essere la nervatura portante dell'intera classe dirigente di un paese dove i valori del mercato, della crescita, della gara e del merito di chi è più veloce, siano dominanti e condivisi.
Legittimo! Ma non c'è una pericolosa sopravalutazione del proprio ruolo e delle proprie capacità? Non si rischia di ricacciare il nostro Paese indietro di trenta anni, verso nuovi conflitti sociali?
Si ritiene che l'impresa sia il solo motore (o quanto meno quello di gran lunga determinante) in grado di garantire crescita e sviluppo economico.
Confermiamo l'importanza del ruolo dell'impresa, ma ci poniamo una domanda: qual è l'attendibilità di questa classe dirigente economica quando lancia la sfida del benessere diffuso? Quando sostiene che solo l'impresa crea ricchezza, e che se cresce l'impresa il benessere riguarderà con certezza l'intera collettività? Che quasi automaticamente vi sarà addirittura l'eliminazione della povertà e dell'esclusione sociale (parole di D'Amato all'assemblea degli industriali di Parma lo scorso mese di marzo)?
Qual è stato l'andamento dei profitti delle imprese negli ultimi dieci anni? Come sono stati utilizzati? Vi è stata una giusta ed equilibrata redistribuzione della ricchezza? Gli interventi pubblici sono stati solo a favore dei più deboli, o anche molte imprese e imprenditori ne hanno largamente goduto? Domande alle quali è indispensabile dare risposte se si vuole creare un rapporto di fiducia e collaborazione; se si vuole effettivamente avere un progetto di sviluppo che coinvolga tutte le parti e tutti gli strati sociali.
La Confindustria di oggi - come ha recentemente affermato Eugenio Scalfari- chiede allo Stato di fare molti passi indietro, assumendo un mero ruolo sussidiario; chiede al sindacato di accettare lo smantellamento di un sistema, sicuramente discutibile e migliorabile, che garantisce ancora molti milioni di lavoratori; chiede alle fasce deboli di continuare a finanziare il grosso del rilancio economico attraverso il taglio alle pensioni, la libertà di licenziare, gli sgravi fiscali, la cancellazione di fatto del contratto nazionale, una maggior flessibilità a tutti i livelli.
In cambio cosa offre? La crescita della competitività, la crescita del PIL, la crescita della redditività delle imprese. Obiettivi ambiziosi e importanti per l'intero Paese; ovviamente in linea con gli interessi e con la cultura d'impresa.
Si diffonderà questo benessere su tutti i ceti sociali o rimarrà, per l'ennesima volta, dentro il recinto delle imprese e di chi le gestisce e le controlla?
Confindustria ha preso l'impegno solenne che il benessere si diffonderà. Ma quante volte gli impegni presi sono stati mantenuti?
Il Libro Bianco del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali giustamente ci ricorda che il tasso di occupazione italiano è il più basso in Europa. Questo nonostante la moderazione salariale, la modernizzazione produttiva, gli investimenti e i profitti realizzati. Solo colpa del debito pubblico e di una pubblica amministrazione sgangherata? Oppure anche dello scarso interesse delle imprese all'innovazione, di una struttura imprenditoriale chiusa e spesso interessata solo allo sfruttamento di rendite di posizione?
E i ripetuti allarmismi sulle pensioni? Perché si pretende l'abbassamento di questa protezione sociale e si continua a tenere nelle casse delle aziende il TFR per finanziarle a basso costo? Il TFR è o no salario differito, propietà dei lavoratori? Perché si chiedono sacrifici agli altri e non si contribuisce al risanamento sbloccando il trattamento di fine rapporto in modo da far realmente partire i fondi pensione chiusi e far così decollare il famoso secondo pilastro previdenziale? Si ha paura di coinvolgere i lavoratori e il sindacato in questa gestione? Si preferisce favorire i fondi aperti e quindi le compagnie assicurative? Domande pesanti; alle quali - chi pretende di dare insegnamenti a tutti - si guarda bene dal rispondere.
La crescita e la competitività incalzano, e noi siamo pronti a fare da subito la nostra parte. Ma se si pensa che questo sia realizzabile senza tener conto di un ragionevole equilibrio economico e sociale, abbassando retribuzioni, pensioni e diritti, ampliando i fossati sociali, difficilmente vi sarà la possibilità di dialogo e difficilmente gli obiettivi della crescita saranno raggiunti.
Il ruolo dell'impresa è fondamentale, ma almeno altrettanto lo è quello del lavoro.
Le tentazioni egemoniche di Confindustria e la volontà del Governo di sostituire la concertazione con il dialogo sociale solo per abbassare i diritti del mondo del lavoro sono pericolose; portano dritto allo scontro sociale e di classe. Il sindacato, ci sembra, non avrà alternative se vuole continuare a difendere i diritti dei lavoratori, dei disoccupati, dei precari, dei pensionati. Una lotta che non dovrà essere nel modo più assoluto politica, ma che sarà inevitabile se i nostri interlocutori continueranno a pensare che la ricchezza di pochi si costruisce a scapito dei più deboli.
Il lavoro e i lavoratori sono spesso rappresentati come un problema. Il lavoro costa troppo, non è sufficientemente flessibile, è presente in abbondanza dove non serve e manca dove serve, non si mobilita (nel senso che non si sposta), ecc. Insomma viene presentato negativamente. Gli aspetti positivi della creazione della ricchezza del Paese vengono invece sempre attribuiti ad altri. Alle imprese, ai capitali, ai mercati finanziari, ai furbi che speculano in borsa.
Siamo stanchi di questo modo di considerare il lavoro e i lavoratori. Lo riteniamo ingiusto, non lo accettiamo e faremo tutto quanto sta nelle nostre possibilità per modificarlo. Anche e soprattutto a partire da stipendi e salari più elevati e maggiormente dignitosi.
In questo contesto l'UIL ritiene che l'attuale momento - nonostante la crisi internazionale dovuta all'attacco terroristico agli Stati Uniti - sia favorevole, in ragione della bassa inflazione e dell'accresciuta produttività, per un forte rilancio delle politiche salariali che premi il lavoro e la redistribuzione della ricchezza.
Dalla dignità alla qualità del lavoro
Ristabilire il primato dell'uomo sull'economia e sulla tecnica è il nostro primo obiettivo. Il secondo è quello di ridare qualità e creatività al lavoro.
Non pensiamo solo a migliorare le conoscenze e ad elevare le competenze professionali dei dipendenti e dei lavoratori. Riteniamo sia anche importante rendere il lavoro meno rigido, meno controllato, meno "ingabbiato"; quindi meno brutale, noioso ed alienante.
Non vogliamo a tutti i costi recitare fuori del coro, ne essere accusati di scarso senso della realtà. Ma un sindacato minimamente sensibile - oltre ai problemi dell'occupazione, della contrattazione, dei diritti, dello sviluppo economico e sociale - deve saper guardare anche alla qualità della vita di chi lavora nelle fabbriche e negli uffici. Se il lavoro è una maledizione biblica, l'unico modo di attenuarla (a parte ridurlo sempre più) è quello di pretendere che almeno in una certa misura esso diventi creativo e più umano. Il sindacato deve preoccuparsi anche di questo.
Nemmeno la produttività -se non si è ciechi e totalmente alienati- passa attraverso organizzazioni del lavoro che rendono infelici i loro dipendenti perché costretti ad essere (o almeno a sembrare) efficienti e competitivi. La guerra della competizione a tutti i costi è ridicola, inutile e pericolosa. Premia l'aggressività, devasta il senso di solidarietà, l'abitudine alle buone maniere, la dolcezza dei rapporti umani, l'estetica dei luoghi, il tempo della vita.
Si lavora sempre di più. Il tempo del lavoro nel più avanzato stato d'America e del mondo -la California- è aumentato di quattro ore la settimana rispetto a quindici anni fa, e nonostante questo il 42% dei lavoratori vive a ridosso della soglia della povertà.
Anche l'organizzazione dei tempi del lavoro è spesso aberrante e ottusa.
Quando le imprese invocano la flessibilità intendono maggior libertà di manovra rispetto ai licenziamenti, alle assunzioni e ai trasferimenti. Pochi, pochissimi sono i casi in cui i problemi di orario sono trattati con intelligenza e lungimiranza, considerando anche le necessità dei dipendenti. Uno dei rari accordi riuscito in questo intento è quello recente tra la Volkswagen e l'Igmetal: gestione flessibile degli orari che accontenta anche i dipendenti, un prodotto di maggior qualità, 5.000 posti di lavoro in più e 5 milioni al mese di retribuzione. E' la dimostrazione che con un po' di creatività e buon senso si può osare ciò che la pigrizia mentale e il conservatorismo considerano impossibile.
Negli anni'70-'80 il sindacato era accusato di appiattire salari e stipendi.
Quindici anni fa il rapporto tra i salari più bassi e gli stipendi più alti era di 1 a 40, oggi è di circa 1 a 200. Il Presidente dell'americana Travelers Group guadagna circa 500 miliardi di lire all'anno (quasi un miliardo e mezzo al giorno). La stessa cifra ha intascato Tronchetti Provera in un solo giorno per una felice operazione di Borsa.
E' tuttora necessario che il sindacato lavori con impegno ed intelligenza per riconoscere realmente, e con senso di giustizia, le differenze professionali nei luoghi di lavoro. Ma è altrettanto fondamentale ristabilire un minimo di giustizia sociale e di buon senso.
Pensiamo, ad esempio, a come i "mestieri" vengono presentati, percepiti e retribuiti. E' persino banale affermare che è preferibile il lavoro di presentatore o di soubrette a quello di manovale; eppure un mediocre divo televisivo con scarso talento guadagna cento volte di più del manovale che fatica per 10 ore al giorno. Una società che tollera, anzi incentiva, questo stato di cose non ci sembra giusta, caso mai ci appare stupida.
James Hillman, un famoso filosofo e psicologo americano, afferma che una politica che non tende alla bellezza e alla giustizia è semplicemente una politica povera, cattiva e perfino diabolica.
Tralasciamo l'aspetto filosofico/simbolico e proviamo a prendere le parole di Hillman alla lettera. Pensiamo allo squallore estetico ed architettonico della maggior parte dei luoghi di lavoro; sedi aziendali in vetrocemento, nude e squallide come carceri, vengono dislocate in zone sempre più periferiche e desertificate. Molti reparti di produzione restano infernali come cento anni fa; pericolosità, polvere, rumore assordante, servizi igienici carenti, mense anguste e spersonalizzanti identificano molte fabbriche ed uffici con la bruttezza. Questo si può chiamare benessere diffuso o progresso? Si può considerare come attenzione all'uomo?
Ed è giusta, ragionevole, tollerabile per molto ancora una politica mondiale che ha un solo dio, quello del denaro, e che promette da sempre ricchezza per pochi e povertà per molti? E se vogliamo considerare il problema meno idealmente, in modo addirittura egoistico e quasi cinico, è anche soltanto pensabile che circa l'80% delle ricchezze venga consumato - tra l'altro con modalità già molto sbilanciate - dal 25-30% della popolazione mondiale?
Al di là delle enormi ingiustizie, si ritiene veramente che i popoli del terzo mondo possano sopportare ancora a lungo un sistema di sviluppo che negli ultimi vent'anni ha peggiorato di cinquanta volte il divario esistente tra il livello di vita dei più abbienti con quello dei più poveri? Chiunque abbia un certo buon senso intuisce che, per quanto ci si rinchiuda in un giardino dorato e magari ben difeso, questo sistema -così com' è stato per il comunismo - non potrà reggere per molto ancora. E non serve chiudere le frontiere.
La globalizzazione e l'Europa
Vorremmo affrontare il tema della globalizzazione con la forza dell'idealità, ma anche con spirito concreto e buon senso.
La "globalizzazione" è un processo in sé ambivalente. Da essa possono derivare nuove occasioni di riscatto sociale e di miglioramento economico per milioni di persone, oppure ulteriori e più brutali situazioni di sfruttamento.
Poiché l'idealità prevale diamo uno sguardo dall'angolatura di quest'ultima.
Non siamo mai stati marxisti, ma di fronte alla prospettiva che la scena mondiale sia dominata e strutturata attorno al profitto - ormai di gran lunga il detentore di tutti i diritti e regista senza antagonisti del regime planetario - ci interroghiamo pesantemente.
E' difficile immaginare che il profitto - fattore penoso per com'è praticato- sia divenuto il motore, l'unico motore dell'esistenza umana. A pensarci bene la cosa sembra ridicola, troppo banale per essere vera. Tuttavia nulla è più reale. E' proprio quest'effetto di droga, d'inappagamento, di rivalità personali, di corsa a possessi sempre più virtuali, questa voracità patologica, avida di superfluo a massacrare una vasta moltitudine di vite e a creare sofferenze indicibili, ciascuna vissuta sulla pelle di un singolo individuo, di una "coscienza" unica.
Adattarsi all'economia speculativa, agli effetti della disoccupazione o della flessibilità, alla politica ultraliberista, alla competitività, al sacrificio di tutti per ottenere la vittoria di uno sfruttatore sull'altro sfruttatore. Adattarsi alla lotta contro lo stato sociale, alla distruzione metodica e alla soppressione programmata delle protezioni e delle conquiste sociali. Questo è uno dei rovesci - forse quello dominante - della globalizzazione.
Tuttavia la globalizzazione esiste, va governata e, se governata, può produrre effetti benefici.
Non possiamo, infatti, ignorare che ciò che ha segnato profondamente le trasformazioni dei sistemi economici e dei modelli d'organizzazione sociale negli ultimi anni è la loro dimensione sovranazionale. La tecnologia ha reso possibile un'organizzazione su scala globale della produzione di merci e servizi. In modo particolare la tecnologia consente e stimola un'enorme mobilità dei capitali; così l'economia, per diventare globale, si finanziarizza facendo venir meno i confini delle economie nazionali (basti pensare che gli scambi finanziari con moneta elettronica di un giorno superano di sei volte le riserve di tutte le Banche centrali dei Paesi sviluppati).
Ma va, appunto, governata. Purtroppo a questa necessità fa riscontro una crisi profonda di tutte le istituzioni sovra-nazionali, sia politiche, sia economiche. Il sindacato internazionale preme per introdurre nel commercio mondiale la cosiddetta "clausola sociale", cioè il vincolo - per chi produce ed esporta - di rispettare i diritti fondamentali di chi lavora. Sarebbe un passo molto importante nella direzione di una modifica sostanziale del modello di sviluppo; ma, per il momento, l'economia globalizzata non conosce regole, non ha forme di democrazia, nessuno la controlla e la dirige se non quel dittatore occulto che è il profitto.
Per rimarcare l'aspetto sfuggente e inquietante di questo fenomeno, ma anche per introdurre un'ulteriore riflessione su come dovrebbe cambiare ed allargarsi la funzione del sindacato, occupiamoci solo per un momento dei consumatori e del loro ruolo.
Che ne è oggi dei consumatori? Questo soggetto (molto spesso ovviamente lavoratore dipendente) dovrebbe avere un ruolo centrale. Uno degli ultimi ad essere assegnato ad ognuno di noi: quello, "regale", di cliente.
Quali poteri detengono i milioni, i miliardi di consumatori?Qual è la loro influenza sull'economia privata? Come può l'economia di mercato accordarsi con la spettacolare espansione della massa di persone che vivono, persino nei paesi ricchi, attorno o sotto la soglia della povertà?Come può permettersi l'enorme mancato profitto, la perdita di consumatori che va aumentando a causa della disoccupazione, dei lavori precari così poco remunerati, ma anche della moderazione dei salari?
La risposta è che ormai l'economia di mercato è dominata e progressivamente sostituita da quella speculativa. E' essa che costringe il mondo delle imprese a diventare parte di un mondo virtuale in cui viene loro permessa una maggiore autonomia nei confronti non soltanto dei salariati, ma anche dei consumatori. L'economia finanziaria non si preoccupa più di tanto di persuadere un grande numero di persone fisiche perché scelgano e acquistino degli oggetti concreti o dei servizi precisi; si tratta invece di attirare il desiderio astratto, volatile, delle piazze borsistiche e degli investitori, interessati unicamente dalla possibilità di convertirla in prodotto virtuale.
Riandiamo così al tema che vorremmo porre al centro di questo nostro Congresso: la necessità di far ritorno all'uomo. Sia esso cittadino, lavoratore o consumatore. Infatti, oggi, nemmeno il consumatore può più decidere con i suoi desideri; deve piuttosto adattarsi ad una serie di prodotti sempre più indifferenziati davanti ai quali la decisione è orientata dalla pubblicità.
Umberto Galimberti - che abbiamo avuto la fortuna di ospitare nella scorsa primavera per un'interessante "lezione" circa "L'uomo nell'età della
tecnica" - ha citato una frase di Heidegger che più o meno dice: "...
inquietante non è che il mondo si trasformi in un unico apparato (tecnico o economico) - ancora più inquietante è che non siamo affatto consapevoli di questa radicale trasformazione del mondo". Di questo avvertiamo gran necessità: di coscienza e consapevolezza. L'alternativa è una forma subdola e strisciante di dittatura.
L'Europa rimane il continente in cui sono nate e si sono affermate culture straordinariamente ricche d'ideali e di valori positivi; la storia civile dei principali paesi europei ancora connotano le fondamentali regole di convivenza del "vecchio continente".
La moneta unica è ormai cosa fatta; ora è necessario lavorare per un unico Stato federale che unifichi gli Stati europei. Tale processo può iniziare dalla "Carta dei diritti" recentemente adottata a Nizza; i principi cui essa si ispira riconfermano "il modello europeo" cercando di coniugare la "giustizia sociale" e il rispetto dei fondamentali diritti individuali e collettivi delle persone con i vincoli e i problemi posti dall'esercizio della competizione economica.
Per radicare ancora di più le istituzioni dell'UE la Carta dei diritti dovrebbe trasformarsi in una vera e propria Costituzione.
La Ces (Confederazione europea dei sindacati) deve affermare ancor più la propria capacità di essere soggetto negoziale sovranazionale. Nei confronti delle istituzioni dell'Unione come nei confronti delle rappresentanze imprenditoriali che però, a tutt'oggi, si dimostrano piuttosto ostili a conferire alle proprie associazioni in sede europea funzioni che esulino dal semplice coordinamento.
Queste questioni sono meno lontane da noi di quanto si possa ritenere. Pensiamo, per esempio, a come sono retribuiti i dipendenti di molte aziende a dimensione europea. A partire dal prossimo mese i dipendenti di Dana o di Whirpool verranno, come tutti, retribuiti in Euro. Per lo stesso lavoro svolto per la medesima azienda avranno però un trattamento assolutamente diverso rispetto a chi svolge il proprio lavoro in Francia, in Germania, in Olanda, ecc..
Oppure pensiamo a quanto sarebbe utile per i nostri stessi Istituti di ricerca avere contratti europei per i loro ricercatori, in modo da evitare che i "cervelli" migliori siano attratti da Università o Centri di ricerca d'altri Paesi europei che garantiscono - non necessariamente condizioni migliori per svolgere la ricerca - ma sicuramente migliori condizioni economiche.
La flessibilità mitizzata e le nuove forme di rappresentanza
In tutti i Paesi occidentali la scena è sempre più dominata dal problema della crescente incertezza del lavoro. La precarietà del lavoro è un fenomeno apparentemente intrinseco al modello di sviluppo che è ormai accreditato come inevitabile e vincente. Il timore è che anche il lavoro -dietro l'etichetta della flessibilità- diventi una merce usa e getta. Se i giovani hanno, a volte, drammatici problemi ad entrare nel mondo del lavoro e a rimanervi stabilmente, in ogni caso senza garanzie e certezze, forse anche peggiore è la condizione delle donne e degli uomini meno giovani che dal mondo del lavoro vengono espulsi. Gli impegni economici e di vita rendono questi lavoratori ancora meno "flessibili", più esposti. Se perdono il lavoro - soprattutto se la loro professionalità è a basso contenuto - difficilmente potranno rientrarvi, rendendo magari vani i percorsi formativi di riqualificazione cui, a volte con grande difficoltà, essi si sottopongono.
L'utopia di una società con un tempo di lavoro ridotto sembra tramontata. Spesso, anzi si lavora di più e le nuove tecnologie sviluppano l'effetto contrario di quello della diminuzione generalizzata dell'orario.
Il lavoro è uno dei cardini su cui poggia la vita della gran maggioranza delle donne e degli uomini. Esso non è solo fonte di reddito, spesso è fondamento dell'identità, sociale e personale. Proprio per questo, anche di fronte alla prospettiva di una "moltitudine" di lavori, la gente aspira al lavoro stabile.
La flessibilità si manifesta in tante forme diverse. Vi sono quelle convenienti ed accettabili che riguardano l'articolazione degli orari, il mix di formazione e lavoro, il tempo parziale.
A questo proposito registriamo positivamente che, nella loro recente assemblea, gli industriali trentini sembrano avere accolto la sfida dell'occupazione femminile. L'Europa ci ricorda che il nostro Paese è, assieme alla Grecia, quello a minor tasso d'occupazione femminile. Registriamo la disponibilità degli industriali a discutere di part-time e di modulazioni di orari adeguati, ma -come ha rilevato un Convegno organizzato dal coordinamento donne dell'UIL qualche anno fa -il Trentino non si discosta molto dal resto del Paese. In Italia - soprattutto per le rigidità delle imprese - il ricorso femminile al tempo parziale, pur essendo il doppio di quello maschile, è la metà di quello esistente nei Paesi europei più avanzati. In quei paesi molte aziende permettono inoltre ai dipendenti di organizzarsi l'orario di lavoro come vogliono e spesso la settimana lavorativa può durare quattro giorni.
Anche i servizi, ovviamente, sono fondamentali. Già diversi mesi fa - come UIL - abbiamo chiesto alla Giunta provinciale, ma anche all'Associazione industriali, di analizzare l'eventuale domanda di asili nido interni alle aziende di maggiori dimensioni. Finora non abbiamo avuto risposta.
Altre forme di flessibilità pongono invece problemi rilevanti a chi è costretto a subirla.
Nel 2000, nella Provincia di Trento, più di 8 avviamenti al lavoro su 10 sono stati a termine; i contratti di lavoro interinale sono più che raddoppiati passando dai circa 3.450 del 1999 ai quasi 7.500 dello scorso anno. Oltre 20.000 sono le collaborazioni coordinate e continuative attualmente in essere nella nostra provincia.
Questi dati dimostrano quanta "flessibilità" a favore delle imprese esiste già anche in un mercato del lavoro maturo come quello trentino.
Infine vi sono forme di flessibilità inaccettabili, come la licenziabilità arbitraria del lavoratore richiesta da Confindustria nazionale, che mira ad ottenere maggior subalternità ai fini di maggior sfruttamento e di più immediato profitto; oppure la copertura- attraverso rapporti atipici simulati- di lavoro irregolare, al limite del sommerso.
Alcune forme di flessibilità possono sicuramente, nell'interesse del lavoratore e dell'impresa, essere governate attraverso la contrattazione.
Sulla cancellazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, cioè sulla possibilità delle imprese di licenziare senza giusta causa o giustificato motivo la nostra posizione di intransigenza è, invece, netta e chiara.
Nonostante i gravi problemi dovuti al tramonto del lavoro tradizionale e a quelli che il nuovo modello produttivo ed economico ha introdotto, non abbiamo grandi rimpianti per il cosiddetto lavoro fordista, vale a dire per il lavoro organizzato nelle grandi fabbriche con il sistema della catena di montaggio. Uno dei paradossi di certa parte del sindacato (e della sinistra) è proprio questo: rimpiangere il lavoro spersonalizzante e ripetitivo che un tempo si combatteva, perché permette di organizzare meglio le lotte operaie e di classe.
Non si tratta quindi di piangere le vecchie forme del lavoro perché garantivano l'esistenza della vecchia classe operaia, ma di cercare di legare una certa personalizzazione e umanizzazione del lavoro con le garanzie del diritto "al" e "del" lavoro.
La sacrosanta ricerca di maggiore autonomia, di flessibilità che soddisfi i bisogni personali e la voglia di autorealizzazione fanno nascere nuovi rischi. Ma l'ambiguità che si genera non deve rappresentare un freno, anzi, deve costituire per il sindacato uno stimolo per affinare i meccanismi di una rappresentanza che si fa sempre più composita e difficile.
Il declino della fabbrica e della produzione di massa ha cambiato e sta cambiando la stabilità, la tutela, la legittimità del lavoro. E' finita l'era dei diritti garantiti dalle grandi organizzazioni collettive del lavoro; tornano invece ad essere legittimate le professioni individualizzate e i mestieri per pochi.
Ciononostante il sindacato continua ad essere imprescindibile, e per non perdere la propria indispensabile funzione esso deve saper rappresentare sia il nuovo sia il vecchio. Deve si sforzarsi di rappresentare "tutto il mondo del lavoro", ma soltanto nel senso di una generale solidarietà sociale, di una visione superiore dell'interesse collettivo, che illumini la gestione degli interessi più specifici effettivamente rappresentati e rappresentabili. Ma non può più appiattire la rappresentazione del lavoro, non può più difendere tutti alla stessa maniera.
Le differenziazioni, però, rendono meno facile rappresentare il mondo del lavoro e più difficile mediare al proprio interno interessi diversi, spesso fonte di disuguaglianze o, quanto meno, di gradi diversi di giustizia distributiva. Un problema serio e di difficile soluzione; eppure la liberazione del lavoro è anche liberazione da una sua immagine troppo uniforme e da una forma di rappresentanza troppo piatta.
Questo ha rappresentato, in parte, uno dei problemi che, in alcuni comparti contrattuali trentini, ci hanno differenziato da CGIL e CISL.
La funzione della pubblica amministrazione, i diritti di cittadinanza e quelli civili
Lo stato sociale ha due funzioni. Quella di ridurre le diseguaglianze agendo come fattore di redistribuzione della ricchezza attraverso i servizi e le previdenze pubbliche, e quella di definire i confini della cittadinanza rendendo esigibili i diritti fondamentali della persona.
Negli ultimi anni si è assistito ad una delegittimazione della spesa sociale. Essa è sempre più considerata un vincolo allo sviluppo e alla crescita economica.
La pubblica amministrazione - a nostro modo di vedere, invece - svolge una grande funzione che non incide solo sulla qualità della vita, ma migliora la sostenibilità dello sviluppo ed é essa stessa un fattore di competitività e crescita dell'economia.
Non sappiamo cosa farcene di un progresso e di uno sviluppo che pretenda le privatizzazioni di alcuni servizi pubblici consumate all'insegna del profitto veloce di pochi e senza alcun rispetto per i bisogni, i diritti e la dignità dei cittadini e dei lavoratori. In questo senso basta ricordare cosa è successo e cosa sta succedendo alle Ferrovie inglesi.
Si può dire, ad esempio, che le due grandi aziende pubbliche dell'energia (ENI ed ENEL) abbiano fornito cattiva prova? Sono tra fra le pochissime aziende italiane a livello mondiale, sono efficienti, servono anche il più sperduto Comune. Ma sono monopoli, si dice, fanno pagare cara l'energia. Come se con i privati ci sarà concorrenza e i prezzi scenderanno, come se le privatizzazioni non fossero faccenda dei soliti gruppi di potere (vedi l'odissea della telefonia italiana) che immediatamente applicheranno accordi di oligopolio.
E sempre sul tema forse è utile ricordare che la maggiore compagnia europea di energia, e una delle più grandi al mondo (l'EDF), realizza grandi profitti ed è saldamente nelle mani del Governo francese. Altrettanto succede per la tedesca Telekom sul versante della telefonia.
Naturalmente la difesa di un servizio pubblico va di pari passo con la possibilità che esso sia efficiente.
E proprio su questo tema cominciano le note dolenti di una pubblica amministrazione che, nonostante il pacchetto delle leggi Bassanini - mai purtroppo recepite dalla Provincia Autonoma di Trento - continua a funzionare male. Essa consente ancora un'evasione fiscale che è riduttivo definire vergognosa, e che non trova certo giustificazione nell'elevato carico fiscale; anzi, caso mai ne è una delle cause. Quasi sempre, anche in Trentino, la pubblica amministrazione è incapace di ridurre gli sprechi, ha molti problemi d'efficienza rispetto ai costi e d'efficacia rispetto alle prestazioni. Lo stato sociale, lungi dall'essere un luogo ordinato in cui il cittadino capisce a cosa ha diritto, a quali condizioni, con quali costi ecc... rimane ancora un luogo disordinato in cui il più forte o il più furbo strappa privilegi ingiustificati, e toglie diritti a coloro che ne avrebbero maggior necessità.
Solo alcune questioni circa la previdenza.
Gli esperti, e lo stesso Governo, hanno riconosciuto l'efficacia della riforma Dini e il raggiungimento di una condizione d'equilibrio del sistema previdenziale. Prendiamo atto di questo, come del fatto che il Ministro del Lavoro ha confermato che non ci saranno interventi strutturali di modifica di quel provvedimento. Siamo comunque molto vigili, e consapevoli del fatto che Confindustria continua nelle sollecitazioni contrarie. In questi giorni è in atto un confronto circa alcuni aggiustamenti che non penalizzando i lavoratori consentano di non appesantire la previdenza pubblica. Fino a quando il Parlamento non avrà approvato i relativi provvedimenti la questione non potrà ritenersi conclusa ne priva di eventuali sorprese. Naturalmente sarà indispensabile individuare, finalmente con certezza, soluzioni che rendano conveniente per i lavoratori l'utilizzo del TFR ai fini della costruzione di una consistente previdenza integrativa che supporti quella pubblica.
I servizi pubblici possono essere integrati, non sostituiti, da quelli privati e non profit. Va comunque sottolineato e riaffermato che l'istruzione, la sanità e la previdenza sono funzioni essenzialmente pubbliche che devono rispondere al criterio dell'universalità. Al pari delle politiche assistenziali, non possono essere affidate alle regole di mercato che non ne garantiscono l'equità e l'accessibilità da parte dei più deboli.
In particolare il ruolo della scuola pubblica e non confessionale è indispensabile per garantire pluralismo culturale, educazione per tutti ed eguaglianza sociale. Le risorse devono quindi essere indirizzate a qualificare innanzi tutto la scuola pubblica. Il finanziamento alle scuole private non è solo in contrasto con la nostra Costituzione. Esso inevitabilmente sottrarrebbe risorse al sistema pubblico, favorendo in fin dei conti i ceti più abbienti e incentivando la separazione tra scuola per i ricchi e scuola per i poveri. Inoltre il fondamento del pluralismo culturale è la libertà di insegnamento, certo non garantita dalla scuola privata, che - nel nostro Paese - è all'80% di ispirazione cattolica.
Non si tratta tanto di garantire la libertà delle famiglie rispetto all'educazione dei figli, quanto il diritto degli studenti e delle studentesse ad avere strumenti per scegliere liberamente la propria collocazione ideale e culturale in una società sempre più complessa e contraddittoria.
Mai come in questo momento vi è stato bisogno di laicità e di profondo riconoscimento dei diritti civili e delle libertà individuali. Il nostro impegno su questi temi rimane alto, e l'attuale situazione italiana e internazionale rafforza le nostre convinzioni.
Formazione, mercato del lavoro e immigrazione
Sapere, conoscenze, competenze. Siamo bombardati da questi concetti, rischiamo di fare gran confusione, e di realizzare ben poco.
Nella nostra società il diritto all'istruzione e alla formazione è una precondizione per l'esercizio della democrazia, e garanzia della libertà e dell'autonomia individuale. Ma oltre il 57% degli italiani possiede solo un titolo di studio inferiore al diploma. Quasi un terzo della popolazione tra i 25 e i 65 anni ha un titolo di scuola superiore; solamente il 13% ha un titolo universitario. Situazione - quella media nazionale - decisamente al di sotto della media europea; ma comunque migliore di quella trentina.
Guido Maria Barilla, in occasione della recente Assemblea degli Industriali, ha sostenuto che situazioni come quella trentina costituiscono un vero e proprio modello per il Paese. Ci dispiace contraddirlo; non è così, e i dati lo dimostrano.
Di fronte ad una disponibilità sicuramente maggiore di risorse, il sistema scolastico trentino non è un modello da esportare nel resto d'Italia. E' condizionato da centralismo, clientelarismo elettorale favorevole alle scuole private e da eccesso di burocrazia.
Ciononostante va riconosciuto il recente impegno di questa Giunta su alcuni temi; in modo particolare l'insegnamento di due lingue straniere e la diffusione dei computers.
Bisogna poi riconoscere che l'Università di Trento ha saputo utilizzare al meglio le risorse messe a disposizione dall'autonomia, ponendosi non solo tra i migliori Atenei italiani, ma anche creando importanti collaborazioni internazionali.
Due importanti novità, oltre all'intero capitolo previsto dal recente protocollo, fanno ben sperare per il futuro della formazione professionale trentina. La prima riguarda la cabina unica di regia tra la Provincia, l'Università, l'Agenzia per lo sviluppo, l'Agenzia del lavoro e le parti sociali. La seconda riguarda il progetto della nuova Accademia di commercio e turismo, che si propone di divenire punto di riferimento per corsi di formazione post-diploma, post-laurea, per la formazione permanente e per la formazione degli stessi formatori.
L'auspicio che formuliamo è quello che, rispetto alla formazione continua e alla gestione del fondo sociale europeo, vi sia un minor impatto burocratico e una maggiore attenzione ai progetti presentati dalle parti sociali.
Nei mesi scorsi il Ministro del lavoro ha presentato alle parti sociali il cosiddetto Libro Bianco. Ovviamente -per ragioni di tempo - non intendiamo entrare nel merito di quelle proposte, ma solo avanzare alcune sintetiche considerazioni.
Innanzitutto esprimiamo la nostra contrarietà rispetto alla scelta di abbandonare la politica della concertazione, sostituendola con semplici forme di dialogo sociale. Questo approccio, se confermato, determinerà un cambiamento della qualità politica dei rapporti tra l'Esecutivo e le parti sociali e farà ,di fatto, venir meno la politica dei redditi. Inoltre, quelle proposte entrano troppo nel merito del modello contrattuale sposando in toto le tesi di Confindustria sul superamento del livello nazionale di contrattazione.
Altri aspetti, la ripresa dello Statuto dei Lavori,una rivisitazione profonda dei servizi all'impiego,le politiche di pari opportunità,alcune forme di lavoro e di formazione-lavoro, sono invece apprezzabili o quanto meno accettabili. Donne + dati?
Anche per l'Italia e il Trentino l'immigrazione non è più, e sarà ancora meno per il futuro, una questione marginale. Le statistiche ci dicono ad esempio che nel Nord-Est gli stranieri sono pari al 4% della popolazione residente,contro il 2,2% dell'intero territorio italiano(in Francia rappresentano il 5,6 % e in Germania il 9%).
Il nostro territorio - al di la del miglioramento dell'occupabilità femminile - presenta, al momento,una situazione che si può definire di piena occupazione. Il fenomeno migratorio rappresenta quindi un'importante risorsa attorno alla quale mantenere il nostro sviluppo.
Nell'area del Nord-Est i demografi prevedono, nei prossimi venti anni il congiungersi contemporaneo di due fenomeni:il pensionamento di circa 20.000 persone e la perdita di circa 30.000 lavoratori ogni anno. Una forbice che rischia di tagliare le risorse di un modello di sviluppo ancora fondato su una rilevante vocazione manifatturiera. Diminuiscono sempre più i nati, aumentano sempre più gli anziani,si allunga la vita media. Questo trend ci porterà,nell'arco di una sola generazione, a vivere in un'area con pochi giovani, tanti vecchi e molti stranieri. E non sarà facile trasformarla in convivenza, perché un mutamento generazionale così rapido e ampio non è digeribile senza tensioni anche rilevanti.
La Contrattazione
La contrattazione continua ad essere lo strumento principale e fondamentale con cui il sindacato esercita le proprie funzioni; quelle vecchie come quelle nuove.
Dal salario ad una riduzione dell'orario compatibile, dall'organizzazione del lavoro, alla nuova frontiera dei rapporti di lavoro atipici, sarà la contrattazione, nazionale, territoriale, aziendale, flessibile o articolata a consentirci di difendere gli interessi dei nostri iscritti e dei lavoratori in generale.
E proprio sulla diversità di intendere la contrattazione é scoppiata, nel comparto della sanità trentina, la polemica che a lungo ci ha contrapposto a CISL e a CGIL. Noi continuiamo a sostenere che è stato un'errore aver imboccato la strada del contratto provinciale sostitutivo di quello nazionale. Si tratta di un problema delicato che può avere sia sul versante del riconoscimento professionale dei pubblici dipendenti e quindi dell'efficienza pubblica locale,sia sul futuro impianto contrattuale locale,con tutte le implicazioni tra pubblico e privato che questo può comportare.
La nostra Confederazione ha sempre ribadito il valore della contrattazione nazionale per l'insopprimibile funzione sociale ed economica alla quale essa assolve. La contrattazione di secondo livello, invece, deve rappresentare, per tutti, il momento di redistribuzione della ricchezza, in una logica di partecipazione dei lavoratori ai benefici determinati dai processi di crescita del tessuto produttivo.
L'obiettivo del sindacato deve essere quello di un'espansione contrattuale in verticale,cioè per l'insieme dei lavoratori,e in
orizzontale, in tutti i luoghi di lavoro.
La UIL propone di rivedere l'Accordo del luglio '93:
- ripristinando la cadenza triennale del rinnovo del contratto nazionale di categoria;
- unificando la parte economica e la parte normativa;
- superando il biennio;
- riorganizzando la contrattazione di secondo livello assumendo i principi della flessibilità e della non ripetitività.
La Sicurezza sul lavoro
Il numero di infortuni sul lavoro è sempre a livelli inaccettabili. In Italia sono un milione, 1.300 morti,30.000 invalidi. Il Trentino,
contrariamente a quanto si potrebbe pensare e nonostante le iniziative che si è cercato di realizzare, non è assolutamente tra le realtà territoriali a minor rischio.
Non è vero che gli infortuni siano un destino, una fatalità, un evento imprevedibile. Tutti gli infortuni accadono per responsabilità diretta o dell'imprenditore(o suo preposto) o del lavoratore. I piani della sicurezza non sono rispettati, molte imprese risparmiano sui costi della sicurezza, i ritmi e l'organizzazione del lavoro sono spesso la causa prima,o comunque concorrente, della situazione di rischio.
I controlli dell'Ente pubblico sono blandi, ed inadeguati rispetto alle necessità. I molti protocolli che abbiamo siglato con gli assessorati competenti prevedono assunzioni di personale professionalmente competente. Ma,
chissà per quale inspiegabile motivo, queste assunzioni tardano a venire e il Trentino è tra le realtà con un più basso rapporto di personale competente.
L'Unità sindacale
Nella nostra provincia abbiamo registrato, forse prima che altrove, più di un problema nel rapporto unitario. Visioni diverse sul modo di rappresentare gli interessi dei lavoratori, su come realizzare il metodo della concertazione o come contribuire allo sviluppo economico, sono spesso state lette come voglia di protagonismo o "spregiudicate scorribande".
Non è così. Semplicemente la nostra sensibilità, la nostra cultura, le nostre idee sono state e sono, per alcune questioni, divergenti. Per questo pretendiamo il rispetto che è normalmente dovuto a chi la pensa diversamente da noi e che noi, laicamente, sempre abbiamo riconosciuto a chi non la pensa come noi: nel sindacato come tra le nostre controparti.
In queste ultime settimane la messa in discussione dei fondamentali diritti del lavoro, voluta testardamente da Confindustria e dal Governatore della Banca d'Italia, ha giustamente ricompattato il sindacato italiano. E' la prova che, quando necessario, sulle grandi questioni il mondo del lavoro ritrova l'unità d'azione.
Prendiamo atto del "bisogno" di unità che esiste, tra i lavoratori come nel sindacato e,
almeno in questa fase, lavoriamo per l'unità d'azione "possibile" dentro i meccanismi di una competizione che comunque,
nelle categorie, esiste nei fatti.
Questioni interne: risorse,organizzazione e servizi
Purtroppo, e lo diciamo con grande amarezza, la UIL nazionale ci ha tolto il particolare regime di tesseramento e di trasferimento delle risorse che più di 15 anni fa ci era stato riconosciuto. Questo comporta problemi per il nostro ulteriore sviluppo futuro, ma soprattutto mette in evidenza come purtroppo tutte le organizzazioni tendono a perpetuare il loro centralismo. Questo vale a tutti i livelli.
Conclusioni
Consentitemi di affermare che l'UIL del Trentino, negli ultimi quattro anni, ha spiccato un salto di qualità.
Abbiamo condotto importanti battaglie politiche e contrattuali non certo per desiderio di apparire, ma per rispondere ai bisogni economici, sociali e culturali dei nostri iscritti e dei cittadini.
Abbiamo condotto battaglie per
Ci sembra importante ricordare le numerose iniziative del Coordinamento donne della UIL, che giustamente rivendica il superamento di quella cultura che, nonostante tutto, vede, spesso discriminata la donna.
Una UIL che - a fronte della crescente povertà economica e di un forte ritorno delle diseguaglianze sociali - sappia interpretare al meglio l'esigenza di contemperare la difesa dei più deboli con la libertà che deve essere riconosciuta a chi ha forza e capacità per affermarsi.
Una società in cui ognuno possa dare e/o ricevere secondo le proprie possibilità o necessità. In sostanza una società solidale dove la politica, quella alta e nobile che il Trentino ha, speriamo solo per il momento, perso sappia fare da arbitro giusto ed imparziale.
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