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INCONTRI ED EVENTI > XII Congresso confederale della UIL del Trentino

Ermanno Monari
Relazione della segreteria uscente
Trento, 28 novembre 1997

Ogni Congresso porta con sé una inevitabile componente di ritualità.
Le tante assemblee, le decine di congressi di categoria, le elezioni di centinaia di delegati nei posti di lavoro possono sicuramente essere letti in una chiave rituale e ripetitiva. Ma questi fatti possono anche essere visti con un'altra lente, una lente più ottimista e - a nostro modo di vedere - più aderente alla realtà. Il nostro Congresso ha rappresentato - nella sua fase preparatoria, e rappresenta nella giornata di oggi e domani - una grande occasione di discussione, di approfondimento, e di selezione democratica del quadro dirigente.
Non ci nascondiamo che le cose non sono così semplici. Non in tutti i posti di lavoro si ripone assoluta fiducia nel sindacato, e non tutti i lavoratori si propongono entusiasticamente a candidare come rappresentanti sindacali.
Nemmeno circa le strategie sindacali future e nel merito specifico dei problemi le questioni sono così scontate.
Come Segreteria provinciale abbiamo fatto precedere questo nostro Congresso da alcuni seminari pubblici che approfondissero altrettanti temi che ci sembravano e ci sembrano centrali per un'organizzazione sindacale: quelli dello sviluppo dell'economia locale, dello stato sociale nazionale e locale, del mercato del lavoro, soprattutto visto dalla parte dei giovani e di un diverso ruolo del sindacato in esso. Quel lavoro è stato per noi prezioso, ma non sempre il dibattito interno ed esterno che ne è sorto è stato soddisfacente.
I motivi di questa "tiepida" reazione hanno sicuramente cause diverse; la prima sta nel fatto che la maggior parte dei lavoratori, degli stessi giovani, della gente, è sempre più stufa, disgustata dalle "chiacchiere" vuote della politica, nella quale - forse a torto - comprende anche il Sindacato. Questo, dal lato culturale e partecipativo è preoccupante, ma è anche - per quanto riguarda il Trentino - il risultato di un certo modo di fare della politica e dei politici. Infatti gli amministratori provinciali non hanno certo dato dimostrazione di interpretare correttamente il ruolo di coloro che sono investiti dell'autorità, ma anche della responsabilità, delegate dagli elettori per governare e risolvere i problemi.
Purtroppo, anzi, e non lo diciamo certo per facile qualunquismo, sempre più spesso ci è sembrato che l'unica cosa che conti veramente per il Consiglio Provinciale (senza pericolose generalizzazioni) sia la ricerca del potere fine a se stesso.

 

RAPPRESENTANZA E DEMOCRAZIA SINDACALE
(Sindacato dei lavoratori o Sindacato dei Cittadini?)

Sembrerà banale e scontato ma se il sindacato confederale non vuole fare la fine di un certo modo di "agire della politica" deve ritrovare la volontà e la capacità di stare realmente tra i lavoratori e la gente.
Decifrare le difficili, articolate, a volte confuse esigenze che sono presenti all'interno della società ed in modo particolare del mondo del lavoro. Capirle, selezionarle e farsene portavoce. Il Sindacato insomma, come strumento sociale "a disposizione" non solo degli iscritti, ma degli anziani, dei giovani, di tutta la parte sana e debole della società. Un Sindacato che non sia solo di mestiere o peggio corporativo. Un sindacato che sappia coniugare la difesa degli interessi dei propri associati, che rimane fondamentale, con i diritti di chi non ha mai avuto un posto di lavoro e lo aspetta da tempo, di chi il lavoro lo ha perso e di chi lo ha lasciato perché si è guadagnato la giusta pensione. In una parola la vecchia intuizione della UIL del Sindacato dei Cittadini.
Il sindacalismo confederale italiano - forse assieme a quello tedesco - ha una storia che lo rende unico e a cui guardano con interesse anche altri Paesi, sia Europei (vedi Francia), che extraeuropei, come gli stessi Stati Uniti. Addirittura anche in quel Paese, con la recente dura e vittoriosa vertenza dell'UPS, il sindacato sembra essersi avviato ad una profonda trasformazione: da organizzazione di mestiere di stampo corporativo a sindacato, appunto, dei cittadini.
Da molte parti si accusano le Confederazioni italiane di avere troppo potere e soprattutto di rappresentare una sorta di fortezza eretta a favore di coloro che sono più tutelati a discapito degli altri (i disoccupati, il lavoro nero, i deboli, i lavoratori atipici). Entreremo successivamente , anche parlando del mercato del lavoro, nel merito. Per il momento basti dire che anche il movimento sindacale italiano - come abbiamo già detto uno dei meno corporativi al mondo - è nato e vive come espressione organizzata dei lavoratori. Anch'esso, come tutte le Organizzazioni sindacali (Confindustria - Confcommercio - Confartigianato ecc...), rappresenta dei precisi interessi (quelli dei lavoratori dipendenti) che sarebbe sbagliatissimo e pericoloso non continuare a rappresentare nel modo migliore e con una visione complessiva che non si può certo dire faccia difetto al Sindacato confederale italiano.
La trasformazione di CGIL CISL e UIL, caso mai, dovrebbe avvenire affiancando alla funzione contrattuale nazionale ed aziendale e alla tutela dei diritti contrattuali e previdenziali del mondo del lavoro dipendente più facilmente identificabile, anche una maggior azione diretta del sindacato nella gestione del mercato del lavoro, dell'incontro domanda-offerta, della formazione costante del lavoratore e del cittadino, di forme di tutela del lavoro atipico, di parte di quello autonomo, dei dipendenti delle piccole aziende.
Alcuni studiosi stimano che, su una forza lavoro italiana di quasi 23 milioni di persone, solo 9,5 milioni godono di tutele forti (circa 3,5 milioni sono occupati nella P.A., quasi 6 milioni sono dipendenti da Aziende private con più di 15 dipendenti). I rimanenti 13 e più milioni avrebbero scarsa o inesistente tutela (2,5 milioni disoccupati, 3,2 milioni dipendenti da imprese con meno di 15 dipendenti, quasi 3 milioni di lavoratori in nero, il resto lavoratori atipici o autonomi che vivono sul "mercato" senza alcuna struttura aziendale alle spalle).
E' per dare risposta alla loro domanda sociale che il sindacato dovrebbe cambiare almeno in parte la propria struttura e trovare nuovi spazi di rappresentanza per queste figure effettivamente spesso trascurate e lasciate a loro stesse.
Non credo, però, che si possa chiedere al sindacato di non esercitare la propria forza dove esso può metterla in campo. E' la genetica stessa, la base costituente del movimento dei lavoratori, che ci impone di usare la nostra forza. Certo questo non esclude che la si usi con intelligenza nell'interesse generale e a fini nobili (solidarietà con i più deboli), ma la forza rimane centrale e strategica, non certo qualcosa di negativo.
Circa un anno e mezzo fa abbiamo proposto a CGIL e CISL - con un documento approvato dal nostro Consiglio Generale - di puntare decisi alla diffusione delle RSU anche in Provincia di Trento. Nella nostra realtà, infatti, vi sono ancora molti settori, in modo particolare nel P.I. e nei servizi, dove mancano totalmente le nuove rappresentanze sindacali.
Il problema, evidentemente, non è tanto quello di dare applicazione piena agli accordi che sulla materia esistono; la questione vera è quella di introdurre maggior democrazia anche per quanto riguarda le scelte del mondo del lavoro, in modo particolare quelle contrattuali e previdenziali.
La questione legata alla rappresentanza e alla formazione democratica delle decisioni contrattuali e sociali sono dei veri macigni che pesano su CGIL - CISL e UIL.
Nel nostro Paese si è sempre registrato un forte dibattito tra due opposte visioni del Sindacato; quella movimentista e quella associazionista. La questione se la rappresentanza del Sindacato debba trarre origine solo dagli associati o più in generale da tutti i lavoratori coinvolge l'applicazione della stessa Costituzione e la validità erga-omnes dei contratti di lavoro.
La dotta diatriba che ne è derivata, e di cui tutt'oggi si discute, paralizza in realtà qualsiasi decisione. Il pericolo è che, nel contempo e chissà per quanto ancora, a decidere non siano nè gli iscritti nè gli altri lavoratori, bensì i dirigenti sindacali.
Il Sindacato vive grazie agli iscritti, e questi devono avere più voce in capitolo e maggiori servizi. Sarebbe però assurdo e grave togliere ai non iscritti la facoltà ed il diritto di esprimersi su questioni determinanti per la loro vita lavorativa e per il loro futuro. Peggio ancora sarebbe l'isolamento dei dirigenti sindacali; ovvero l'impressione che siano essi a decidere, anche sopra la testa della gente.
Non siamo giuslavoristi, la nostra impostazione circa la possibile sovrapposizione del potere di rappresentanza e di contrattazione tra RSU e sindacato la dobbiamo vedere e risolvere in modo pratico, non teorico. L'importante è sapere che quando sediamo al tavolo delle trattative o di confronto sociale, rispetto alle decisioni da assumere non siamo autoreferenziali, ma agiamo in accordo e rendendo conto in modo democratico, reale e preventivo non solo ai nostri organismi ma a organismi eletti da tutti i lavoratori.
Se non dovesse essere così il grosso rischio, indipendentemente dalle singole volontà, è quello che il Sindacato perda la propria autonomia dalla politica.
Se veramente vogliamo essere autonomi, se non vogliamo avere governi amici e governi nemici dobbiamo riuscire ad introdurre criteri di democrazia che ci rendano interpreti della volontà dei lavoratori, non succubi degli intrighi della politica.
Lo stesso accordo sulle pensioni delle settimane scorse risente da un lato di una certa benevolenza nei confronti del Governo Prodi e dall'altro di uno scavalcamento della concertazione operato da Ulivo e soprattutto da Rifondazione Comunista. Anche dal punto di vista della concertazione, quindi, bisogna prestare il massimo dell'attenzione. Piuttosto dei recenti pasticci preferiamo sposare la tesi della UIL nazionale di sancire con legge, a tutti i livelli, il metodo della concertazione.

IL MODELLO DI SINDACATO: Oltre la concertazione e la politica dei redditi ?

L'Accordo del 23 luglio '93 resta tuttora il fondamentale punto di riferimento quando si parla di modello sindacale.
Quell'Accordo è il frutto della concertazione e così la politica dei redditi.
Anche noi - come UIL del Trentino - siamo stati scettici in più di una occasione rispetto agli effettivi risultati della politica dei redditi. Lo siamo stati quando l'inflazione programmata era al 3% e quella reale oltre il 5% e si faticava concretamente a rinnovare i contratti con cifre che non consentivano nemmeno il recupero dell'inflazione reale. Lo siamo stati rispetto alla vertenza sul contratto dei metalmeccanici, dopo l'inutile braccio di ferro ingaggiato da Federmeccanica.
Ma oggi dobbiamo riconoscere che quel meccanismo funziona: esso ha portato l'inflazione ufficiale ben al di sotto del 2% e garantisce, tutto sommato e senza voler generalizzare, un discreto livello di benessere e una sostanziale tenuta del potere d'acquisto dei salari. Non sono molti i Paesi che hanno saputo fare questo e gran parte del merito - sono gli osservatori internazionali che lo riconoscono - è da attribuire al Sindacato Confederale e al senso di responsabilità dei lavoratori.
Ma non è sufficiente fermarsi a questo. E' necessario che il sindacato sappia guardare lontano, oltre l'orizzonte immediato. Nuove sfide attendono il mondo del lavoro; e non solo per entrare definitivamente in Europa o perché la globalizzazione dei mercati ci impone la "mitizzata" flessibilità.
I cambiamenti sono necessari anche per continuare ad esercitare quella funzione riformatrice di giustizia sociale e di equità che spesso sembrano essere andate perdute nella nuova politica italiana e in quella vecchia del Trentino.
Si tratta di prendere atto non solo che il lavoro cambia e sempre più diventa autonomo o comunque non più dipendente, ma - senza affrettate generalizzazioni - che quasi un secolo di lotte sindacali ha prodotto dei risultati fondamentali; buona parte del lavoro dipendente è passato dalla fascia debole a quella protetta della società.
Il conflitto principale passa solo in parte attraverso le diseguaglianze sociali e del lavoro, contro le quali dobbiamo comunque continuare a lottare.
La nuova linea di confine è invece tracciata tra gli inclusi e gli esclusi, tra chi è collocato all'interno dei processi sociali ed economici e chi, viceversa, si trova ai margini e ne viene espulso. E' qua che si pone la questione dei giovani, della scuola e degli abbandoni scolastici, dell'occupazione futura, delle possibili prevaricazioni generazionali circa il lavoro "forte" e la previdenza pubblica. Così come si pone la questione degli anziani, soprattutto non autosufficienti, o ai limiti dell'autosufficienza anche economica.
Vinta - almeno speriamo - la battaglia del modello concertativo e della politica dei redditi, bisogna condurre il sindacato italiano e quello trentino verso nuovi traguardi. Il primo non può che essere quello del lavoro. Creare, anche in Trentino, una vitalità economica, politica e culturale che porti con se un pizzico di sana competitività e quindi consenta a tutti - partendo da una scuola e da una formazione reale di valore e qualità - di migliorare e migliorarsi. Il sindacato deve contribuire a determinare una situazione tale per cui molti degli stessi lavoratori o dei giovani che si affacciano sul mercato del lavoro si evolvano, diventino magari imprenditori e quindi non solo mutino la loro condizione lavorativa ma contribuiscano a dare slancio all'economia e quindi a creare nuovo lavoro, nuova ricchezza e quindi una miglior qualità della vita. Un circolo virtuoso che è ormai l'unico che può consentire alla nostra società di svolgere l'indispensabile funzione sociale di dare una copertura certa ai più deboli, a coloro che per ragioni sociali o personali non sono in grado di entrare in questo circolo virtuoso, che purtroppo sono costretti a starne ai margini.

LA CONTRATTAZIONE

La contrattazione resta lo strumento principe con cui il sindacato esercita le proprie funzioni; quelle vecchie come quelle nuove. E' la contrattazione, a tutti i livelli, lo strumento "intelligente" con cui il sindacato opera. Dal salario ad una riduzione dell'orario compatibile, dall'organizzazione del lavoro, alla nuova frontiera dei rapporti di lavoro atipici, sarà la contrattazione, nazionale, territoriale, aziendale, flessibile o articolata a consentirci di difendere gli interessi degli iscritti, dei lavoratori, dei giovani e dei pensionati.
L'Accordo del luglio '93 ha fissato un modello contrattuale che solo teoricamente è omogeneo e uguale per tutti i settori. Solo la contrattazione di primo livello infatti ha cadenze e modalità omogenee. Per quanto riguarda, invece, la contrattazione integrativa molte sono le differenze. Nelle imprese private essa riguarda una minoranza delle aziende, creando così una disparità di trattamento tra lavoratori che non è legata solo ad una diversa produttività, ma soprattutto alla diversa dimensione delle Aziende.
Nella P.A., invece, la contrattazione di secondo livello non è mai realmente partita. Sia perché molte amministrazioni hanno scarsa autonomia di bilancio, sia, in particolare, perché non si riesce seriamente e concretamente a stabilire parametri con cui definire e misurare la produttività.
Tutto ciò rende complicato e difficile il ruolo della contrattazione, ma anche della funzione redistributrice del reddito che questa svolge.
L'attuale bassa inflazione - che noi speriamo si avvicini sempre più allo zero per rendere competitive le imprese, abbassare il costo del debito pubblico e tutelare i salari e i redditi di lavoratori (ma per questo c'è bisogno di una più accentuata riduzione del tasso di sconto che riduca i tassi si interesse) - rende la contrattazione di primo livello, quella nazionale, quasi una "formalità". In ogni caso - anche se il salario contrattato a livello nazionale è destinato sempre più ad essere "poca cosa" - si deve ribadire il pieno valore del contratto nazionale come strumento concreto di unificazione della condizione dei lavoratori e di miglioramento dei loro diritti. Senza, però, rigidità, strumentalizzazioni politiche o guerre di crociata. La nostra provincia, infatti, rappresenta un esempio di come si può svolgere contrattazione primaria a livello territoriale (vedi gran parte del P.I.) senza grandi stravolgimenti dell'impianto nazionale, salvo alcuni esempi a cui accenneremo più avanti.
Si deve quindi rafforzare la contrattazione di secondo livello normando meglio i rapporti tra contratto nazionale e contratto aziendale.
Si deve decidere come distribuire la produttività dell'impresa chiarendo che i contratti non vanno affidati solo ai rapporti di forza, ma anche ricorrendo -ove possibile - a forme di partecipazione che vanno individuate non solo e non tanto nell'azionariato dei lavoratori, ma, ad esempio, nella partecipazione a Comitati di sorveglianza delle imprese.
Sempre di più si associa la contrattazione con il costo del lavoro. In Italia quest'ultimo vive un paradosso: è fra i più bassi in occidente per quanto riguarda il netto ricevuto dai lavoratori e fra i più alti per quanto riguarda il lordo che le imprese pagano. La causa sta in un debito pubblico ancora vertiginoso, e una volta di più, nella vergogna dell'evasione fiscale.
La competitività ci impone di far calare il nostro costo del lavoro "finale", ma deve essere chiaro che questo non può avvenire a spese del lavoratore. Le uniche vie possibili di riduzione, per il sindacato, sono la progressiva riduzione del debito pubblico, e quindi del carico fiscale, e una vera, efficace lotta all'evasione.

QUALE DIMENSIONE PER IL SINDACATO ?

La questione delle diseguaglianze e della solidarietà ci porta ad interrogarci su quale sia la dimensione sindacale giusta con cui affrontare questi problemi, che sono centrali per le ragioni fondanti e la cultura stessa del movimento dei lavoratori.
Non possiamo nasconderci che le contraddizioni esistono; che le nostre diseguaglianze sono minimali se confrontate con quelle che separano noi dal Terzo mondo.
Qualcuno potrà vivere con fastidio il fatto che un Congresso "di provincia" discuta anche di queste questioni. Ci si chiederà quanto sia possibile, con le nostre discussioni, incidere concretamente su questa realtà. E' lo stesso interrogativo che mi pongo anch'io. E non ho una risposta. Sono però certo che la contraddizione non si risolve non parlandone, o parlandone in modo "moralistico".
E' necessario che la Confederazione Internazionale dei Sindacati rivendichi un ruolo partecipativo nelle sedi decisionali internazionali (G7 - Fondo Monetario Internazionale soprattutto, ma anche con una diversa rappresentanza all'ONU, non solo di Governi ma anche di Popoli.), per far valere le capacità del Sindacato transnazionale di influenzare le scelte economiche e riequilibrare i rapporti tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Ponendo inoltre attenzione sui meccanismi di creazione di ricchezza in quei Paesi, e sulla loro distribuzione interna. Ciò non significa indebita ingerenza; significa che in molti Stati lotte che il Sindacato Europeo ha condotto alla fine del secolo scorso e agli inizi di questo. Una collaborazione con i Sindacati dei Paesi in via di sviluppo potrebbe anche aiutare questi ultimi ad evitare gli errori storici del sindacato occidentale.
Lo sviluppo sociale, democratico ed economico dei Paesi poveri, pur se con tempi medio-lunghi, è comunque l'unico vero modo per dare risposte non solo ad un grave problema di ingiustizia, ma anche a fenomeni come quelli dell'emigrazione o del dumping sociale.
A livello Europeo il Sindacato soffre lo stesso male delle istituzioni comunitarie; cioè la reale difficoltà di integrazione e di superamento delle logiche nazionali. Ma se nel giro di un paio di anni partirà veramente la moneta unica (e vi risparmio di ascoltare troppe chiacchiere su quanto sia importante per noi essere tra i primi), sarà indispensabile un concreto progetto sindacale europeo che realmente abbracci il costo del lavoro e la negoziazione salariale, lo stato sociale, il fisco, il mercato del lavoro, l'immigrazione, gli orari.

LE POLITICHE DEGLI ORARI

Quella della riduzione dell'orario è una questione storicamente connessa alla stessa funzione del Sindacato ed è sull'agenda politica e sindacale non da oggi. Essa però è divenuta di estrema attualità con le posizioni assunte dal P.R.C., la tragicomica "finta" crisi politica, e i provvedimenti del Governo francese.
Se la strategia di una riduzione generalizzata degli orari è una politica sociale, al pari di quella salariale, che è connaturata all'azione del sindacato, altra questione è ridurre l'orario per legge. Non vi è nulla di più burocratico e assurdo che ridurre l'orario con un provvedimento normativo; e nulla di più illusorio che pensare di ricavare da questo provvedimento nuovi posti di lavoro. Gli unici effetti certi sarebbero l'aumento del ricorso agli straordinari e dei costi complessivi. La vera strada possibile per aumentare l'occupazione è di ridurre l'orario in modo flessibile, concordato di volta in volta e correlato a due variabili che sono imprescindibili: da un lato spazi ulteriori di mercato e dall'altro la possibilità di un maggior utilizzo degli impianti. Le parti sociali devono essere lasciate libere di valutare, attraverso la contrattazione e misurando i problemi specifici, in che modo sia possibile agire sugli orari per creare nuovi posti di lavoro. Senza rigidità e senza alimentare false illusioni. Qualche settimana fa l'IG Mettal tedesca ha lanciato l'idea della banca delle ore che dura una vita. L'ipotesi, anche se non facile da gestire concretamente, sembra suggestiva. Consente al singolo lavoratore, almeno nelle grosse realtà produttive che garantiscono la continuità di rapporto, di avere crediti di orario da poter poi gestire per le proprie esigenze individuali (tempo libero, di studio o di cura che sia). Contestualmente garantisce miglior distribuzione del rapporto tempo-vita, tempo-lavoro e un ricorso allo straordinario che può essere recuperato e, quindi, almeno ipoteticamente, trasformarsi in nuovi posti di lavoro.
In ogni caso nulla di tutto ciò può essere burocraticamente previsto automaticamente dalla legge.
In Provincia di Trento esiste invece un disegno di legge che, nel pieno rispetto delle competenze delle parti sociali, va in direzione proprio di un nuovo rapporto tra tempo di vita e di lavoro. Quel disegno è all'attenzione del Consiglio; perché non partire da lì?

IL MERCATO DEL LAVORO E LA FORMAZIONE PROFESSIONALE

Abbiamo dedicato a questo problema un recente seminario di preparazione al Congresso. Lo abbiamo fatto partendo dalla convinzione che, su questo tema, la nostra realtà provinciale è molto più avanti di altre.
Infatti, nonostante i ritardi preoccupanti che si stanno accumulando in questa legislatura e i grossi problemi che la "provincializzazione" del collocamento ha posto e sta ponendo, noi partiamo da una situazione - forse ancora unica in Italia - dove concretamente si realizza un discreto incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Certo, non possiamo far finta di non vedere che le cose cambiano piuttosto rapidamente. A livello nazionale si sta velocemente recuperando il tempo perduto e si procede alla regionalizzazione del collocamento, ad una integrazione "palpabile" di quest'ultimo con la formazione professionale, all'apertura ai privati.
Nel nostro seminario dello scorso 5 novembre abbiamo più che ipotizzato un possibile maggior coinvolgimento del Sindacato nella gestione del mercato del lavoro, dell'incontro domanda-offerta e della formazione professionale.
L'idea del lavoro è cambiata. Il lavoro è ormai vissuto - soprattutto dai giovani - non più come qualcosa che necessariamente dura per la vita, come un valore e una tutela in sé, ma come un mezzo, uno strumento in grado di procurare un reddito, che può essere cambiato, sostituito, intervallato con pause "creative", momenti di studio, di riqualificazione, ecc...
Il lavoro non più come "costrizione materiale brutale", ma come possibilità di realizzazione, come strumento non in contrasto con l'espressione della libertà individuale e con altri ambiti di vita (tempo libero, studio, viaggi, ecc..). Anche a questo il sindacato deve prestare attenzione quando parla di mercato del lavoro e di formazione.
Il Trentino, dicevamo - grazie purtroppo all'attuale crisi di governabilità - è rimasto quasi fermo in questi ultimi anni.
Da primi che eravamo rischiamo di scivolare agli ultimi posti. Lo stesso trasferimento della competenza sul collocamento dallo Stato alla Provincia Autonoma è avvenuto "senz'anima". Senza quel necessario coinvolgimento e quel minimo di entusiasmo che è elemento indispensabile per la buona riuscita di qualsiasi impresa.
L'integrazione tra il collocamento (da sempre molto burocratico) e i tradizionali servizi dell'Agenzia del lavoro hanno dato, al di là della sperimentazione che si è tentato di fare, risultati molto modesti, per non dire deludenti. Lo stesso incontro domanda-offerta di lavoro non sembra dare - pur con la bassa disoccupazione esistente nel nostro territorio - i risultati sperati. Forse anche per colpa di un sistema informatico che non è mai realmente decollato. Un sistema che fino ad ora ha reso estremamente difficile il dialogo tra il collocamento e il servizio di incontro domanda-offerta gestito dall'Agenzia, che non ha consentito quella messa in rete (salvo l'esperimento su internet) che avrebbe utilmente potuto collegare questi soggetti con le sedi centrali e periferiche di tutte le parti sociali, con un indubbio vantaggio per la stessa movimentazione del mercato del lavoro.
Quanto è accaduto e sta accadendo rispetto all'Agenzia del lavoro e al ruolo che essa svolge, ci porta a dire che è necessario rivederne il ruolo e le funzioni. Almeno per quanto attiene ai servizi all'impiego e alla formazione professionale.
Proprio quello della formazione, soprattutto la necessità che essa sia gestita contestualmente al collocamento per "costruire" il lavoratore di cui il mercato ha bisogno, è una chiave di volta con cui va ripensata la funzione delle politiche del lavoro e il ruolo dell'Agenzia. Purtroppo finora il mondo politico trentino è stato sordo alle proposte e alle richieste di UIL - CGIL e CISL di un'unica regia. Speriamo che le ipotesi contenute nel decreto Treu sul collocamento convincano anche la Giunta e il Consiglio provinciale della necessità di questa unificazione.
La stessa introduzione del lavoro interinale ci costringe, assieme all'apertura ai privati dei servizi all'impiego contenuti nello stesso decreto Treu, ad un ripensamento delle funzioni attualmente svolte dall'Agenzia, sia nel merito che con modalità organizzative meno burocratiche.
Sul versante del "lavoro in affitto" abbiamo già sottolineato, sempre nel nostro seminario, come sia necessario insistere affinché -almeno nella nostra realtà - questo non diventi una forma legittimata di capolarato che mal garantisce i diritti dei lavoratori. L'auspicio è che il sindacato, i datori di lavoro, i privati e, se possibile, l'Agenzia del lavoro contribuiscano insieme alla gestione del lavoro interinale.
Rispetto alla formazione, per evitare che sia solo un business per le Aziende che la realizzano e garantisca i posti di lavoro solo dei formatori, è necessario introdurre verifiche concrete sui benefici a cui conduce. Altrimenti non facciamo l'interesse dei lavoratori e dei giovani.
Anche su questo versante, per quanto ci riguarda, non scartiamo la possibilità di scendere in campo per poter realizzare con nostre strutture progetti formativi responsabili.
Lo sviluppo di questo ragionamento, che dovremmo approfondire unitariamente, porta ad ipotizzare per il futuro un ruolo maggiore delle parti sociali nel mercato del lavoro e della formazione professionale. Soprattutto ci porta ad immaginare che il sindacato "si sporchi le mani" nella gestione operativa di tutte le politiche dei servizi all'impiego.
La stessa imminente scadenza del "Piano provinciale di politiche del lavoro" rappresenta una importante occasione dalla quale si può partire a ragionare circa questi problemi. Due questioni, come UIL, ci sembrano centrali. La prima è un'attenzione strategica da dedicare ai giovani. Ad essi - a prescindere dalla loro preparazione culturale che va comunque elevata - va indirizzata particolare attenzione attraverso un percorso articolato che accompagni il giovane dallo studio al mondo del lavoro. Da sempre questa non è un'operazione facile, anzi, i primi inserimenti lavorativi spesso determinano il futuro di questi giovani. Si tratti di apprendistato, di stage o di borse di lavoro, è fondamentale che il giovane possa entrare "gradualmente" nel mercato del lavoro, "assaggiando" il lavoro (anzi più lavori) senza abbandonare del tutto la formazione teorica, ed i percorsi scolastici.
La seconda riguarda la necessità di riprendere e migliorare quanto già prevede l'attuale Piano circa la riduzione dell'orario di lavoro. L'apertura fatta in questo senso dal presidente dell'Agenzia del lavoro al nostro seminario del 5 novembre ha incontrato forte resistenza e critiche da parte degli imprenditori. Noi, viceversa, pensiamo che questa sia un'utile strada che va esplorata e percorsa al fine di incentivare, in modo flessibile e attraverso la contrattazione, la riduzione dell'orario di lavoro in tutti i settori lavorativi (dall'industria al commercio, dai trasporti all'edilizia). Non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma anche per migliorare la produzione e la qualità di vita dei lavoratori.

LE TRASFORMAZIONI DEL LAVORO

Il lavoro cambia; e non solo a causa delle trasformazioni tecnologiche.
Lo abbiamo già rilevato a proposito del lavoro atipico e del lavoro discontinuo, lo tocchiamo con mano ogni giorno nel rapporto con i lavoratori. Il problema del sindacato è quello di capire come il lavoro cambia e quale ruolo empirico, di difesa dei diritti collettivi ed individuali, ma anche di sviluppo economico ed occupazionale, possiamo giocare in questa fase che potremmo definire della flessibilità totale.
La parola flessibilità è ormai una delle più usate nel linguaggio lavoristico. Sembra un nuovo feticcio verbale che rischia di nascondere carenze di analisi e di proposte. L'idea che sta dietro la flessibilità è quella ispirata dal liberismo più spinto, quello secondo il quale sono le regole (del lavoro), che con la loro rigidità limitano lo sviluppo economico e la crescita dell'occupazione.
Ma i conti vanno fatti con la realtà. Allora anche il termine "flessibilità" può assumere aspetti positivi.
Una eccessiva rigidità del sindacato su questo versante rischierebbe di creare molti più problemi, sociali e di tutela individuale, di quelli che potrebbe risolvere.
Che piaccia o no, la competizione mondiale ci impone di essere molto attenti a cosa succede negli altri Paesi (o sistemi economici). Se fino a qualche anno fa l'Italia rispondeva con strumenti come la svalutazione della lira all'aggressività dei mercati internazionali, con l'avvento dell'Euro - come ben sappiamo - questo non sarà più possibile.
Dobbiamo quindi imparare a convivere con situazioni economiche e di lavoro che, anche se non condivise, esistono in molti Paesi - spesso con Governi progressisti - e sono realtà con cui è necessario fare i conti.
Con ciò intendo dire che sarebbe probabilmente dannoso lanciare inutili crociate contro la flessibilità, mentre è invece nostro compito, con buon senso, tutelare il più possibile i lavoratori tenendo conto delle diverse realtà sociali e produttive.
Anche perché alcune forme di flessibilità - non certo quella estrema sulla libertà di licenziare che qualcuno auspica - vanno nel senso di soddisfare talune esigenze dei lavoratori. E sono flessibilità che in realtà già esistono nel panorama sindacale italiano. E', ad esempio, il caso di certe articolazioni dell'orario, del lavoro in coppia, del part-time o del telelavoro. Questi ultimi due, in particolare, vanno certamente meglio regolamentati ma vanno sviluppati come opportunità di personalizzazione dell'orario.
I dati ci dicono che il 16% degli occupati in Europa ha un rapporto a tempo parziale; in Italia siamo fermi al 7%, in Trentino le percentuali - anche se in trend di netta crescita - sono anche inferiori.
Altrettanto si può dire del telelavoro, che in prospettiva rappresenta una grossa opportunità non solo per una diversa gestione del tempo di lavoro, ma più generalmente, per contribuire a risolvere taluni dei problemi legati alla mobilità. Si tratta di capire i motivi per cui questi strumenti, utili alle imprese ma anche ai lavoratori, vengono poco utilizzati. Capire se le ragioni sono culturali, di "diffidenza conservatrice" o invece di cattiva o insufficiente regolamentazione. Capire ed intervenire di conseguenza.
In questi giorni il Senato sta discutendo un disegno di legge che tenta di regolamentare il lavoro atipico.
A livello nazionale sono più di un milione coloro che versano all'INPS il contributo del 10%, ma si calcola in più di due milioni la cifra reale di questi lavoratori.
Il disegno di legge, oltre a dare alcune garanzie circa l'applicazione dello statuto dei lavoratori, sulla parità e sulla sicurezza, lascia grande spazio alla contrattazione tra le parti.
Poiché questo settore è in forte crescita il nostro sforzo dovrà essere massimo non solo per organizzarlo sindacalmente, ma soprattutto per attrezzarci ad una contrattazione, per l'appunto atipica, che potrà rappresentare una nuova frontiera del diritto del lavoro e del sindacato.
Un'altra sfida impegnativa ci attende rispetto a quello che ormai comunemente si definisce il terzo settore. Prioritariamente è bene chiarire che riteniamo positiva la presenza della cooperazione sociale come supporto ai "servizi alla persona" quand'essa è integrativa delle funzioni assistenziali svolte dall'Ente pubblico.
Ciò che non apprezziamo è la grinta e la competitività con cui la cooperazione sociale Trentina si presenta sul "mercato" tentando di strappare quanti più servizi possibili dalle mani pubbliche, mettendo così anche in dubbio che si tratti proprio di quel "no profit" di cui tanto si discute.
In ogni caso, deve essere chiaro che il Sindacato non accetterà mai che la cooperazione diventi uno strumento che mette in discussione i livelli contrattuali raggiunti dai lavoratori (vedi caso Asili nidi di Trento). Ad essa è data la possibilità - attraverso il volontariato e la formula del socio-lavoratore - di riconoscere meno diritti normativi ed economici ai dipendenti. Ci opporremmo, dunque, con tutte le nostre forze ad una operazione "carciofo" con cui un po' alla volta si dovessero trasferire massicce funzioni pubbliche alla cooperazione sociale con eventuali risparmi che si realizzerebbero tutti sulla pelle dei lavoratori di quel settore. Ma vi è in questo - sia detto per inciso - anche un giudizio fortemente critico nei confronti della tendenza dell'Amministrazione Pubblica di cedere funzioni che le sono eminentemente proprie.
L'assistenza deve rimanere servizio pubblico, non può e non deve essere ceduto a favore di "surrogati pubblici" o, addirittura, con una vergognosa monetizzazione dei bisogni (come si sta progettando per l'assistenza agli anziani).

IL LAVORO E LO STATO SOCIALE

Premessa indispensabile a qualsiasi ragionamento su questo tema, come abbiamo sempre sostenuto, è lo sviluppo economico, la creazione di nuova ricchezza e di nuova occupazione. Solo se c'è ricchezza è possibile redistribuirla in modo solidale con i più deboli e i più bisognosi.
Ed è proprio su questo tema che cominciano le note dolenti di uno Stato sgangherato che, nonostante i recenti sforzi, continua a funzionare male. Funziona male perché consente una evasione fiscale che è riduttivo definire vergognosa. Funziona male perché quasi sempre incapace di colpire gli sprechi, perché ha molti problemi di efficienza rispetto ai costi e di efficacia rispetto alle prestazioni. Perché lo stato sociale italiano, lungi dall'essere un luogo ordinato in cui il cittadino capisce a cosa ha diritto, a quali condizioni, con quali costi ecc... rimane ancora un luogo disordinato in cui il più forte o il più furbo strappa privilegi ingiustificati, e toglie diritti a coloro che ne avrebbero più bisogno.
Misurare il reale stato di bisogno è un'operazione non più rinviabile, non tanto per migliorare la nostra spesa pubblica (e non sarebbe poco), ma soprattutto per sancire il principio che, a parte i casi di effettiva debolezza, solo chi ha dato può ricevere. Purtroppo invece nel nostro Paese gli evasori (che non danno) ricevono come e spesso più degli altri.
Nelle scorse settimane si è molto discusso (a livello nazionale) di riforma dello stato sociale e soprattutto del modo migliore con cui misurare la ricchezza delle famiglie e stabilire quindi chi abbia accesso o precedenza alle prestazioni sociali pubbliche e in che proporzione debba contribuirvi.
L'ipotesi - proposta dalla UIL a livello nazionale - di introdurre quello che ormai viene definito "riccometro" è interessante e condivisibile (anche se si tratterà di verificare i parametri che verranno utilizzati, stando attenti a non penalizzare i risparmi delle famiglie a basso-medio reeddito). Ben presto, quindi, a livello nazionale le prestazioni sociali, dal diritto allo studio, alla sanità, dall'assistenza agli anziani, agli asili nido, saranno garantite attraverso un'autocertificazione non solo del reddito ma soprattutto del patrimonio. Se i controlli saranno seri e severi finalmente saranno i più bisognosi a godere prioritariamente dell'intervento dell'Ente Pubblico e quindi i servizi potranno migliorare, e assieme a questi anche la spesa pubblica.
Il sistema "Clesius", inventato a Trento, ha consentito all'Opera Universitaria di intervenire con sussidi allo studio molto più equi che in passato. La percentuale dei figli di lavoratori autonomi in grado di accedere a borse di studio universitarie è infatti calato dal 52% del totale all'attuale 7%.
Anche su questo versante il Trentino da primo rischia di diventare ultimo. La legge provinciale che ha istituito il Comitato per le politiche equitative (termine complicato per dire che ognuno dovrebbe contribuire per quello che realmente possiede) è del 1993.
Quel Comitato - di cui ha fatto parte anche il Sindacato - ha prodotto dei risultati che finora sono rimasti sulla carta. La nostra preoccupazione è che il ritardo sia colpevole. Non vogliamo riaccendere inutili polemiche con il mondo autonomo e della libera professione, ma i dati citati prima circa l'Opera Universitaria la dicono lunga sugli ingiusti e assurdi privilegi che l'evasione fiscale porta con se. Il colpevole ritardo, caso mai, è delle Giunte Provinciali che si sono susseguite da allora ad oggi e che - salvo rari e sporadici casi - non hanno mai adottato questo lavoro sull'equità. Per quanto ci riguarda, e su questo sono certo che vi è piena identità di vedute con CGIL e CISL, questa è una questione centrale. Se il momentaneo ricco bilancio dovesse consiliare alla Giunta Provinciale di evitare, in periodo pre-elettorale, la definizione del "riccometro" provinciale la nostra reazione non potrebbe che essere pesante.
Sappiamo che non è facile applicare il sistema CLESIUS a realtà diverse da quelle per cui è stato pensato, ma ora i tempi sono maturi per inventare altri criteri patrimoniali, con magari diversi metodi matematici, ma con altrettanta efficacia. Lo si faccia: partendo dall'assegnazione degli alloggi popolari, per continuare con l'assistenza domiciliare agli invalidi, per l'accesso agli asili nido e così proseguendo.
Solo poche considerazioni circa le pensioni.
Tutti ormai sappiamo che questa questione è centrale per qualsiasi Paese occidentale. Tutti conosciamo i problemi del calo demografico e del lavoro che non c'è, ognuno di noi capisce i problemi (al di là del balletto delle cifre) dell'equilibrio economico in cui devono stare i conti dei fondi. Quello che molti di noi fanno fatica a capire è il fatto che ad ogni finanziaria vi sia la necessità di metter mano alla previdenza e quindi, con essa, di mettere in discussione lo stato di diritto.
Anche i Segretari Generali di CGIL -CISL - UIL devono smettere - tutti - di non far seguire nei fatti quello che per mesi e mesi hanno predicato (la riforma Dini non si tocca!). Così non si è credibili, soprattutto con la sinistra al Governo.
Questi mesi e queste settimane sono anche cruciali per la definizione della previdenza integrativa. Come tutti sapete CGIL - CISL e UIL - del Trentino e dell'Alto Adige hanno deciso, con un difficile e polemico strappo con Roma, di dar vita ad un fondo Regionale intercategoriale. Le ragioni sono molteplici. In primo luogo un discorso di parziale autogoverno delle nostre risorse, in secondo luogo la presenza "esterna" della Regione che, almeno in questo primo momento, ha deciso un consistente finanziamento che consente forme di maggior tutela per i soggetti più deboli del mercato del lavoro, in terzo luogo il criterio della massima redditività con la possibilità di un controllo locale.
I problemi che abbiamo finora incontrato non sono di poco conto, e molti sono ancora da risolvere. Speriamo di poter far partire il Fondo Regionale contestualmente a quelli nazionali e soprattutto di poterlo fare senza eccessiva polemica con le strutture nazionali.

IL TRENTINO

Le questioni nazionali e quelle locali si intrecciano, e questo si rispecchia anche nelle cose dette finora.
Ma la particolare situazione politica, finanziaria e di sviluppo economico che la nostra Provincia sta vivendo merita uno specifico, anche se molto limitato, approfondimento.
Del resto dalla situazione locale dipende in grande misura il futuro dei giovani, dei lavoratori, degli anziani, insomma il benessere dei cittadini.
La nostra autonomia corre oggi seri pericoli. Tutti riconosciamo che la storia del nostro autogoverno provinciale ha portato dei vantaggi a cui molte altre realtà guardano con interesse. Tutti siamo convinti che sia un bene che va salvaguardato. Ma la confusione è tanta.
La politica, un po' per il generale abbassamento della qualità dei loro esponenti, un po' per l'istinto di autoconservazione di molti di loro, sembra intuire quali sono le necessità di cambiamento ma non riesce (e spesso non vuole) realizzarle. La stessa società civile sembra ostaggio dei rapporti tra Trento e Bolzano, dei balletti di potere di molti esponenti e formazioni politiche e di un bilancio pubblico oggi molto ricco. Di una ricchezza che si potrebbe definire virtuale, destinata a dissolversi presto e a lasciare il posto, anche se forse troppo tardi, al vuoto di idee e di fatti che ha caratterizzato questa legislatura. Ci sono molti soldi, ma non vi è alcun chiaro disegno di come investirli per il miglior futuro economico e sociale del trentino. Tantomeno vi è la capacità, anche legislativa, di assumere decisioni.
Questa legislatura passerà alla storia come quella più attiva circa le nuove competenze trasferiteci dallo Stato (Scuola, Motorizzazione, Collocamento, Strade statali; quasi 10.000 nuovi dipendenti provinciali). L'autonomia è stata completata sul piano dell'autogoverno (nuove competenze), con grande dispendio finanziario sul versante della spesa corrente. Ma rimane bloccata, inattiva, sul piano delle nuove entrate, degli investimenti che determinano valore aggiunto, della lotta agli sprechi e alle insufficienze dell'apparato pubblico. E' difficile immaginare qualcosa di più pericoloso: il bilancio è gonfiato dal trasferimento statale di quote arretrate, aumentano le competenze e quindi le uscite correnti, la crisi di governabilità impedisce quella regia politica che sola consente di determinare condizioni di progresso, di sviluppo e quindi di nuove entrate. Ci auguriamo di essere delle Cassandra, ma il futuro non si presenta roseo.
Purtroppo, infatti, dopo il fallimento della riforma elettorale in senso maggioritario, sembra che anche la prossima legislatura sia destinata a ripercorrere la frammentazione politica dell'attuale e, quindi, ad avere gli stessi esiti di ingovernabilità.
E' necessario che la società civile, le forze economiche e sociali facciano di tutto per scongiurare che ciò avvenga.
Sono un convinto assertore dell'autonomia del Sindacato e di una gestione politica della società non organizzata per blocchi sociali che rappresentano specifici interessi (più o meno corporativi). Ma se la politica è incapace di riformarsi e di trovare vie d'uscita a questo pericoloso vuoto di governabilità è necessario che le forze sociali organizzate chiedano ad alta voce, se non un progetto alto di gestione politica della nostra società, almeno un minimo di stabilità e serietà che ci conduca fuori dalle attuali secche. Una ipotesi è che lo si faccia orientando il voto. Non tanto rispetto ai partiti - perché comunque ci sembrerebbe troppo e troppo poco rispettoso della massima autonomia e apertura politica che ha sempre caratterizzato la UIL - ma rispetto ai candidati dei vari partiti che diano garanzia di capacità, serietà e di non essere interessati solo al potere fine a se stesso. E' una provocazione alla politica che può apparire forte, ma - se rapportata alla gravità della situazione - è forse ancora insufficiente.
Se non vi sarà un profondo cambiamento il Trentino sarà destinato, anche nella prossima legislatura, a lasciar marcire i problemi che lo attanagliano, e con quali effetti è facile da prevedere.
La P.A. non sarà mai meno costosa e più efficiente senza una riforma istituzionale che ridisegni la mappa delle competenze, trasferisca in modo non traumatico funzioni pubbliche agli Enti più vicini ai bisogni della gente, e mantenga alla Provincia solo le funzioni di indirizzo, di controllo e di programmazione. Perché questa riforma non si riesce a fare?
E' proprio di programmazione che vi è estremo bisogno. Solo per dare uno spaccato della dimensione assurda che stiamo vivendo ricordo che il Piano di sviluppo di questa legislatura giace ancora fermo in Consiglio. Nel frattempo l'economia ed il lavoro, non potendo fermarsi ad aspettare i tempi folli della politica, soffrono e devono arrangiarsi da soli a stare al passo con le innovazioni e la concorrenza sempre più spietata che proviene da zone geograficamente lontane, ma anche da sistemi territoriali a noi vicini.
Nessuno chiede alla P.A. di intervenire nell'economia con i contributi degli anni passati. Si chiede solo quella regia e quella attenzione alla realtà che sia in grado di far funzionare "il contesto".
La diatriba tra i settori produttivi non ci appassiona. La vocazione del Trentino va verso un'economia integrata tra agricoltura, turismo e manifatturiero. Per quanto ci riguarda abbiamo sempre affermato che è a quest'ultimo che bisogna rivolgere un'attenzione particolare. Perché è quello che più di altri dà valore aggiunto e maggiormente soffre della concorrenza e di una situazione di immobilismo. L'elenco è lungo e, per questione di tempo, vi risparmio di entrare nel merito di ogni singolo aspetto (del resto le nostre tesi provinciali sono già esaustive).
La viabilità ed i trasporti, l'energia e le reti, il credito, la riforma della P.A., la scuola e la ricerca sono tutte questioni centrali che hanno bisogno di fatti e di una preventiva programmazione che abbia deciso obiettivi chiari, priorità e tempi di realizzazione. Si deve capire e sapere su quale tipo di economia si vuole puntare. Deve essere chiaro quali settori o segmenti specifici di qualità si vuole sviluppare, e attrezzare tutto quanto serve - ricerca, scuola, università, F.P., infrastrutture, servizi all'impresa, ecc.. - per stare al passo con i mercati e con la crescente innovazione.
Bisogna sposare le tante risorse di bilancio con una seria programmazione.
Se non sarà così, temo purtroppo che si moltiplicheranno le situazioni di difficoltà e di crisi che già hanno colpito molte aziende trentine, con riflessi occupazionali negativi anche di rilievo.
La programmazione non si deve, ovviamente, limitare all'economia e al lavoro; ma deve anche passare attraverso il territorio e l'ambiente.
Il fatto di chiedere un rilancio del settore manifatturiero e industriale non significa che non si presti grande attenzione all'uso del territorio e dell'ambiente, soprattutto in una realtà dove si deve tutelare un ambiente straordinario e una importante realtà economica come il turismo. Lo sviluppo industriale a cui pensiamo è fatto di qualità assolutamente compatibili con l'ambiente.
Ci auguriamo quindi che l'attuale Esecutivo Provinciale non stravolga la revisione del PUP impostata dalla seconda Giunta Andreotti.
Anzi, chiediamo che essa venga portata avanti in quei termini, che sono termini che consentono anche una riorganizzazione razionale delle aree industriali trentine.
Uno dei versanti in cui si potrebbe realizzare un'importante matrimonio tra tutela ambientale ed economia è quello della gestione integrale del ciclo delle acque. Anche questo è un altro esempio di come la nostra autonomia ci porti, ormai sempre più spesso, ad essere in ritardo rispetto alla regolamentazione legislativa nazionale. E', appunto, il caso della legge Galli. Molte Regioni la stanno già applicando con l'individuazione dei bacini territoriali idonei per la miglior gestione del ciclo delle acque. Provvedimento a cui, come UIL (e come UILM) abbiamo dedicato particolare attenzione ad una precisa proposta sollecitando ripetutamente i soggetti interessati, ma che, purtroppo, è ancora al di la da venire.
La nostra attenzione, evidentemente, non va solo sul versante degli investimenti, molto - infatti - ci sarebbe da dire circa lo stato sociale ed il nostro sistema di solidarietà e di protezione dei più deboli. Non voglio ripetere quanto già detto, ma mi preme sottolineare il grave problema dei non autosufficienti e degli invalidi.
A livello nazionale - attraverso una convenzione - si è stabilita una importante collaborazione tra la UIL e l'ANMIC. A livello provinciale questa collaborazione si è sviluppata non solo attraverso le prestazioni del CAAF, ma anche attraverso importanti momenti di convergenza politica sulla questione dei non autosufficienti, quasi sempre anche invalidi totali.
Questa è forse l'emergenza più grave del Trentino. Va affrontata innanzitutto con rispetto di chi si trova in questa situazione - che è poi la nostra del futuro-e di quanto ha dato, anche economicamente, per le attuali generazioni. Va affrontata anche senza demagogia, sapendo che sarà difficile scaricare questo problema (sul piano economico) solo sull'ente pubblico. I prossimi anni vedranno inevitabilmente lievitare gli anziani non autosufficienti (le stime prevedono per il 2020 un aumento dell'85% rispetto ad oggi) ed è quindi un obbligo per noi pensarci oggi e non in modo solo rivendicativo.
La proposta di Saurer circa la creazione di un fondo regionale, con versamento di contributi solo a carico di Imprese e lavoratori dipendenti per l'assistenza ai non autosufficienti, ci vede dubbiosi e complessivamente contrari perché fa lievitare il costo del lavoro regionale e solo per l'area del lavoro dipendente. Ma il ragionamento - del resto mutuato dal modello tedesco - non è certamente da scartare e anzi può rappresentare una importante soluzione di solidarietà collettiva per il futuro.
Infine poche parole circa la concertazione locale. Il metodo dei protocolli che poi spesso non vengono applicati sembra aver fatto il suo tempo. La concertazione non è vuota liturgia, è un metodo utile con il quale chi governa la cosa pubblica e le parti sociali concordano strategie, obiettivi e modalità con cui garantire sviluppo economico, qualità del lavoro e garanzie diffuse; insomma il miglioramento delle condizioni generali di vita e di convivenza civile. Il Sindacato ha bisogno di fatti non di parole. E sulla base dei fatti apporremmo o meno la nostra firma.

L'UNITA' SINDACALE

E' come l'Araba Fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.
Consentitemi questa sdrammatizzazione su una materia così importante, ma anche così sofferta e dalla difficile soluzione.
Dico subito che non faremo proclami, non ci faremo dare mandati per lo scioglimento della UIL, ne avanzeremo proposte "bizantine" che volendo salvar tutto finiscono per non salvare niente. Non proporremo di creare nuovi organismi o di unificare qualche servizio. Di queste proposte ne abbiamo fatte troppe tutti. E le proposte e i buoni propositi non realizzati sono il peggior nemico di qualsiasi obiettivo.
Bisogna avvicinarsi al problema dell'unità in modo più pragmatico, senza farne un feticcio.
L'unità sindacale, un sindacato italiano unico, rappresenta sicuramente un obiettivo fondamentale per il mondo del lavoro. Ma non lo rappresenta in sé e per sé. Lo rappresenta solo in quanto contribuisca a determinare alcune condizioni positive. Tali condizioni si possono riassumere: in una maggiore autonomia dalla politica e dai governi; in un rafforzamento, anche di adesioni, dello stesso sindacato; in un maggior ruolo sociale ed economico del movimento dei lavoratori. Bisogna però aver coscienza dei problemi a cui andiamo incontro quando parliamo di unità, altrimenti il sentimento prevale sulla ragione e si può sbagliare.
Il sindacato tedesco, che è storicamente unico, è più autonomo dai partiti di quello italiano? Io ne dubito: E siamo sicuri che l'attuale articolazione del sindacato italiano non dia ai lavoratori più occasioni, e forse più stimoli, per iscriversi al sindacato? e di cambiare solo sigla (non di allontanarsi definitivamente dal sindacato) se per qualche ragione è insoddisfatto di quella a cui aveva inizialmente aderito? CGIL, CISL e UIL rappresentano un esempio forse unico di come si possa coniugare il particolare con il generale. Il Sindacato italiano organizza e rappresenta interessi alle volte molto specifici e anche "di parte", ma contemporaneamente, compie sintesi che vanno oltre questi interessi, per sostenere una visione sociale ed economica che sposi gli interessi generali e la solidarietà con i più deboli.
Il problema vero è quindi il modello che il nuovo sindacato assumerà. Dovrà essere un modello concertativo, perché solo in questo modo si consente la crescita e, contemporaneamente, si tutelano in via generale i più deboli da una economia di mercato e da regole economiche brutali.
Ma il nuovo sindacato non potrà agire solo come grande soggetto sociale ed economico. Dovrà anche saper rappresentare interessi precisi, specifici. Dovrà rispondere agli iscritti ed ai lavoratori, se vorrà essere credibile e forte, delle richieste che fa, della contrattazione che realizza, a livello aziendale e territoriale come a livello nazionale.
Il rischio che io vedo dietro il grande sindacato unitario concertativo e quello di un soggetto macroeconomico, quasi un'istituzione pubblica , che perde parte del proprio ruolo storico e che rischia di smarrire il rapporto diretto con i lavoratori, e con i loro bisogni a volte contraddittori e difficili da interpretare.
La risposta a questi problemi passa attraverso l'idea praticata che il sindacato è una libera organizzazione di affiliati, riformabile e migliorabile da parte di chi si associa. In sostanza attraverso una concreta democrazia sindacale.
Nel nuovo sindacato unitario ci dovrà essere esplicita garanzia che si possano creare maggioranze e minoranze e che le minoranze possano - se questa è la volontà dei lavoratori - diventare maggioranze. Solo in questo modo porremo fine al cattivo costume, a cui qualche volta abbiamo assistito anche nella nostra Provincia, di un quadro dirigente che fa accordi poco limpidi nel chiuso delle stanze, per poi, a posteriori, sostenere nel confronto con i lavoratori che quella mediazione era la migliore e l'unica possibile.
Credo che coloro che rappresentiamo siano sufficientemente maturi da capire e decidere da soli. Facciamo ogni volta decidere a loro attraverso un preciso mandato rappresentativo.

LE POLITICHE ORGANIZZATIVE E I SERVIZI

Non possiamo nascondere che consideriamo la UIL Trentina molto diversa da quella nazionale. E non ci sentiamo cosa diversa solo per via dell'autonomia (che pure non è questione trascurabile). Ci sentiamo diversi, perché il modo burocratico, centralistico e vecchia maniera ancora in voga a Via Lucullo (sede nazionale della UIL) non è assolutamente il nostro modo di concepire il sindacato e di operarvi.
A Trento non sentiamo la nostalgia dei rapporti privilegiati con i partiti. Anzi crediamo che la nostra ricchezza e forza stia proprio nell'essere molto aperti e non settari, nell'avere - anche al nostro interno - culture politiche diverse, unite da un forte spirito di libertà, tolleranza e solidarietà.
Larizza, invece, sembra talora un orfano in cerca di un padrino che lo protegga e in questo modo rende più fragile tutta la UIL. Ci sentiamo poco rappresentati dall'attuale quadro dirigente nazionale della UIL, e lo diciamo chiaramente al rappresentante della Segreteria Confederale. Auspichiamo quindi un rinnovamento e una vera riorganizzazione che decentri potere e risorse a livello periferico. Solo un rafforzamento dei territori potrà garantire alla UIL di mantenere il fondamentale rapporto con gli iscritti e con i lavoratori. In questo senso abbiamo già proposto alla UIL di Bolzano di chiedere comunemente alla UIL Nazionale, di sancire attraverso lo statuto che le due Provincie - salvo il nostro pieno riconoscimento dei contratti nazionali - sono autonome sia organizzativamente che economicamente.
Gli stessi accorpamenti nazionali - ad esclusione di quello che interessa gli statali e i parastatali - sono poco funzionali al territorio, perlomeno al nostro.
Anche da questo punto di vista una reale autonomia organizzativa consentirebbe di rispondere meglio alle esigenze degli iscritti.
La UIL del Trentino, nonostante i problemi di tenuta complessiva del tasso di sindacalizzazione, è in costante crescita.
In alcune categorie questa crescita si limita a poche decine di unità, ma molte altre crescono a ritmi sostenuti. La nostra UIL - ormai da tempo - non è quindi più una piccola organizzazione. La crescita organizzativa porta inevitabilmente con sè una serie di problemi strutturali che dobbiamo riuscire a risolvere per dare agli iscritti e ai lavoratori le risposte che si aspettano da noi.
Uno dei primi problemi è quello della formazione del "quadro intermedio"; di quelle centinaia di delegati, spesso nuovi e giovani, eletti sui posti di lavoro. Essi rappresentano la nostra ricchezza più grande, la nostra "sensibilità" sindacale e sociale. Avere quindi rappresentanti sindacali preparati e formati specificatamente rappresenta per noi un aspetto centrale.
E' per questo che ci siamo già attivati con altre UIL regionali, e che nei prossimi mesi cercheremo di fare della formazione uno degli assi portanti della nostra politica organizzativa.
L'altro asse dovrà essere rappresentato dall'informazione e soprattutto dalla comunicazione, sia con l'iscritto che con i lavoratori e i cittadini. Il nostro periodico camerale, che pure abbiamo dovuto limitare nelle uscite per accogliere le istanze economiche delle categorie, rappresenta un primo utile strumento di cui mai prima la UIL del Trentino era riuscita a dotarsi. Ma è ancora largamente insufficiente. La nostra idea è quella di farci aiutare ad impostare un metodo di lavoro nuovo da professionisti del mestiere, e farlo proprio valorizzando la "rete" di delegati che abbiamo nei posti di lavoro. Un periodico snello e sintetico, rivolto ai delegati, che non parli il "sindacalese", ma che comunichi, a cascata, fatti ed idee.
Per farlo ci vogliono risorse economiche ed una visione confederale che forse ancora manca. Ciò non toglie che ci si debba provare, e che ci si possa provare anche unitariamente.
Un aspetto molto rilevante delle politiche organizzative è incentrato sui servizi.
Molti di voi conoscono gli sforzi che abbiamo fatto per risolvere la difficile situazione del Patronato. Per ora possiamo dire di avercela fatta. Ma la battaglia è solo all'inizio; il nostro obbligo è quello di aprire questo servizio ai settori nuovi e a rafforzarlo per quelli vecchi che ne hanno più necessità. L'ITAL non deve solo dare risposte tempestive, chiare e certe agli iscritti e ai delegati. In futuro dovrà anche aprirsi alla previdenza integrativa, oppure specializzarsi sulle questioni degli invalidi (ampliando in questo senso l'importante convenzione con l'ANMIC). Dovrà mirare parte della propria attività verso i più deboli (lavoro nero, precario, ecc...). Insomma dovrà accompagnare il Sindacato verso la tutela delle nuove frontiere (positive o negative) del lavoro, verso la trasformazione e l'apertura della UIL ai giovani, ai nuovi lavoratori, oltreché alla tradizionale tutela dei nostri iscritti e dei pensionati.
Tutti i servizi della UIL - nella nostra ipotesi - devono essere rafforzati e decentrati maggiormente sul territorio. Per far questo è necessario che si realizzi, superando la logica del proprio orticello, una grande collaborazione tra la Confederazione, le categorie, Cittadini e Servizi, il CAAF, il Patronato, il Sevizio legale e vertenze, l'Associazione dei Diritti degli Anziani, l'Associazione Consumatori e dell'Inquilinato, ecc...
Solo con un unico centro servizi che coordini l'attività e realizzi un'ottimizzazione delle risorse umane ed economiche sarà possibile mantenere l'equilibrio economico e, al tempo stesso, migliorare la quantità e la qualità dei nostri servizi. Anzi, aggiungere nuovi servizi a quelli già esistenti, come l'attività di informazione e di tutela circa i prodotti finanziari di investimento che sempre più stanno prendendo piede, oppure circa le agevolazione che le leggi di settore prevedono per chi vuole acquistare una casa, ristrutturarla, ecc...

LA UIL TRENTINA

La UIL del Trentino degli ultimi quattro anni è stata una UIL attiva e dinamica. Una UIL che si sente culturalmente diversa dalla UIL Nazionale. Una UIL del Trentino che ha condotto importanti battaglie politiche e contrattuali non certo per desiderio di apparire, ma per rispondere ai bisogni economici, sociali e culturali degli iscritti e dei cittadini.
Ci siamo impegnati, ad esempio, sul fronte della riforma della P.A. non solo spingendo rispetto alla riorganizzazione istituzionale, ma anche chiedendo un'accorpamento dei tanti piccolissimi Comuni Trentini in assenza del quale qualsiasi riorganizzazione territoriale delle funzioni pubbliche è destinata a fallire.
Sul versante più propriamente sindacale abbiamo rivendicato con forza, raccogliendo anche migliaia di firme, la piena contrattualizzazione del pubblico impiego locale. Battaglia solo parzialmente vinta, perché ancora ne restano esclusi - per colpa della Regione - i dipendenti comunali, delle IPAB e della Regione stessa.
Rispetto alle questioni della dirigenza pubblica abbiamo lanciato un grido d'allarme che, fortunatamente, è stato almeno in parte recepito per quanto riguarda quella scolastica. Speriamo ora di non perdere il treno sulla moltiplicazione della dirigenza della Provincia Autonoma, perché da essa dipende una fetta del futuro del Trentino.
Aprire la dirigenza a quasi 200 figure non facendo riferimento ad alcun criterio selettivo, e senza preventivamente riorganizzare la struttura e la stessa funzione dirigenziale, ci sembra pericoloso per il futuro della P.A. locale. In sostanza si perpetua il sistema clientelare (quindi nè oggettivo nè trasparente) di creare una casta di notabili pubblici che hanno molto potere, poco controllo e che non devono rispondere a nessuno (o quasi) di ciò che fanno (in URSS si chiamava nomenklatura). Noi ci opponiamo a questo folle e antistorico obiettivo.
Altre sono le questioni che abbiamo sollevato; quella legata all'edilizia abitativa, ai trasporti, alla retta sanitaria nelle case di riposo e ai gravi problemi che ospiti e dipendenti vivono in quelle strutture. Per arrivare fino alla polemica con l'Assessore Conci (e, non voluta, con CGIL e CISL) sull'assegno alle famiglie che curano a casa i non autosufficienti.
Posizione, quest'ultima, che assieme a quella contro il finanziamento pubblico alla scuola privata rappresenta appieno la linea della UIL circa la difesa dei diritti di cittadinanza, di presenza, di trasparenza e legalità dell'azione pubblica, nonché di pari opportunità.
Ci sembra importante ricordare la nascita e le numerose iniziative del Coordinamento donne della UIL, che giustamente rivendica il superamento di quella cultura che, nonostante tutto, vede, spesso discriminata la donna.
Una UIL che - a fronte della crescente povertà economica e di un forte ritorno delle diseguaglianze sociali - sappia interpretare al meglio l'esigenza di contemperare la difesa dei più deboli con la libertà che deve essere riconosciuta a chi ha forza e capacità per affermarsi.
Una società in cui ognuno possa dare e/o ricevere secondo le proprie possibilità o necessità. In sostanza una società solidale dove la politica, quella alta e nobile che il Trentino ha per ora perso, sappia fare da arbitro giusto ed imparziale.

Ringrazio tutti i Segretari e i rappresentanti di categoria per gli stimolanti Congressi che hanno preceduto e reso possibile questo XII Congresso Confederale della UIL Trentina.
Ringrazio anche tutti coloro che con tenacia e pazienza hanno contribuito alla buona riuscita organizzativa di questo importante appuntamento. Inoltre ringrazio tutti i Segretari che mi hanno preceduto, molti dei quali sono oggi qui con noi, per aver creato nel tempo le condizioni per far crescere la nostra Organizzazione.
Ma soprattutto ringrazio tutti voi, delegate e delegati per la vostra partecipazione e per avermi ascoltato con tanta pazienza.

Grazie.

 

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