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INCONTRI ED EVENTI > Trento, 10 maggio 2001

Umberto Galimberti
L'UOMO NELL'ETA' DELLA TECNICA

Potrà apparire strano che un'organizzazione sindacale chieda ad un uomo di pensiero, ad un filosofo di fama quale è il professor Umberto Galimberti, di approfondire un tema all'apparenza, così poco sindacale.
Abbiamo invece ritenuto che le trasformazioni che la tecnica ha imposto e impone "all'uomo" (e ovviamente ai lavoratori) siano di grande interesse per una organizzazione sociale di massa come il sindacato.
Per questo motivo è stato chiesto ad uno studioso esperto di aiutarci a decifrare una realtà così complessa.
Il testo riportato è la trascrizione, non letterale, della conferenza e del dibattito che ne è seguito.
Il testo non è stato corretto dal prof. Galimberti.

INTERVENTO

L’uomo nell’età della tecnica.
E’ un tema che, più o meno, tutti quanti sentiamo perché siamo abbastanza persuasi di non vivere più la vita dei nostri nonni, e forse neanche quella dei nostri padri, ma di essere entrati decisamente in un’altra epoca che non è assimilabile alle altre epoche che si sono succedute nella storia. Non è qualcosa che succede al medioevo, al rinascimento, all’illuminismo e ora alla tecnica. No! Perché tutte le altre epoche erano epoche che definirei antropologiche. L’uomo era in qualche modo il soggetto della storia e colui che poteva disporre del mondo. L’età della tecnica, invece, produce un capovolgimento radicale; per cui - diciamo subito la tesi - non è più vero che l’uomo è soggetto della storia, è vero semmai che la tecnica è il vero soggetto della storia e che l’uomo è ridotto a funzionario dell’apparato tecnico. Questo è il grande capovolgimento.
Un capovolgimento a cui possiamo dare una data: che è la seconda guerra mondiale. Poi diremo anche perché, che cosa è successo in quell’epoca di trasformazione così radicale. Dunque.. Tanto per cominciare c’è un senso in cui è possibile dire che la tecnica corrisponde in qualche modo all’essenza dell’uomo; cioè l’uomo nasce immediatamente tecnico per la semplice ragione che a differenza degli animali, nonostante la definizione dell’uomo come un’animale ragionevole, esso ha tutte le caratteristiche fuorché quelle dell’animale. Nel senso che l’animale è fornito di istinti, mentre l’uomo è assolutamente privo di istinti. L’istinto non comporta nessun intervento tecnico, l’istinto è una risposta rigida ad uno stimolo, per cui se io dò una bistecca ad una mucca, anche se ci hanno provato, la mucca non mangerà la bistecca perché l’istinto la condiziona a mangiare l’erba. Quindi, la mucca, proprio perché governata dall’istinto, ha un rapporto armonico con il suo ambiente; non deve fare alcunché per riuscire a sopravivere nel suo ambiente perché è codificata appunto nella dimensione istintuale.
Gli uomini non hanno istinti, una vecchia tesi questa. Ha cominciato a dirlo Platone e poi Tommaso d’Aquino e poi Kant, Nietzsche e da ultimo Freud, che ha addirittura eliminato la parola istinto a proposito dell’uomo sostituendola con la parola pulsione (che vuol dire spinta verso qualcosa di molto indeterminato). Anche il famosissimo istinto sessuale è così poco istintivo che io, in presenza di una spinta sessuale, posso giocare su tutto il ventaglio delle perversioni. Posso fare l’amore con la scarpa con i tacchi a spillo, per esempio, così come posso anche uscire dall’orizzonte sessuale e utilizzare questa spinta sessuale per esprimere un’opera d’arte, quindi assegnarmi una meta non sessuale. Questo per dire quanto gli istinti non siano assolutamente indeterminanti, imprecisi a mete irriconoscibili. Ma proprio perché non sono codificato dall’istinto, io devo nascere immediatamente tecnico. Devo darmi da fare per costruire il mondo perché non sono assolutamente armonico con il mondo. Quindi definire l’uomo animale ragionevole significa definirlo secondo una mentalità che, equiparando l’uomo all’animale aggiungendoci la ragione, non individua per davvero l’essenza. L’uomo non è un animale perché non ha istinti; ma proprio perché non ha istinti deve essere subito tecnico. Cosa peraltro che voi sapevate già: perché nella misura in cui condividavate l’idea che prima dell’homo sapiens c’era l’homo faber state dicendo che prima c’era la tecnica. Per cui la tecnica è in qualche modo la prerogativa di questo essere vivente che si chiama uomo.
Il problema della tecnica diventa un problema drammatico nel mondo greco. Come al solito, perché i greci sono stati nell’antichità il popolo che ha pensato di più. In 150 anni hanno inventato la matematica, l’astronomia, la fisica, la filosofia, l’arte e, nel genere letterario, anche la tragedia. Che non dovete pensare fosse una rappresentazione come per noi è il teatro - no - la tragedia era un luogo di dibattito. Si mettevano in scena i problemi della città. C’è una tragedia di Eschilo, che porta il nome di “Prometeo incatenato”, che mette in scena il problema della tecnica. La storia è molto nota: Prometeo (che in greco significa colui che vede in anticipo) dona agli uomini il fuoco con cui gli uomini possono modificare i metalli e costruire la strumentazione tecnica. Zeus per aver così irrobustito gli uomini punisce Prometeo, lo lega ad una roccia nel Caucaso e gli manda un’aquila che gli rode il fegato che di notte si riforma per garantire l’eternità del supplizio. Già qui ci sono delle grosse competenze mediche (come loro sanno il fegato è l’unico organo che si riforma continuamente). Ma a parte questo, il coro ad un certo punto domanda a Prometeo: dici Prometeo sono più forti le leggi che governano la natura o è più forte la tecnica. Ecco il dilemma - ecco la questione.
Quando dico natura, nel mondo greco, dico una cosa molto importante perché la natura nel mondo greco non è concepita come nel mondo cristiano come una creatura di Dio. La natura per il greco è l’ordine immutabile governato dalla necessità; è lo sfondo immutabile guardando il quale si traggono informazioni per come condurre la città, e per come condurre gli uomini.
Si tratta di scoprire le leggi della regolarità. Le costanti che presiedono il buon andamento della natura, e su questo paradigma reperire le costanti per il buon andamento delle città e per il buon andamento delle condotte individuali. Quindi la natura è quello sfondo immutabile governato da necessità - una parola potentissima nel mondo greco - che è la parola del vincolo. Che non consente al sole, ad esempio, di deviare dalla sua traiettoria, che non consente l’alterazione dei fenomeni, che stabilisce quello sfondo di stabilità rassicurante per cui io so che dopo l’inverno viene la primavera, l’estate, l’autunno ed in base a questa cadenza, a questa regolarità, l’uomo può costruire la sua vita.
L’ipotesi che la natura potesse essere modificata dalla tecnica era un’ipotesi che ha spaventato il greco del V° secolo. E la domanda del coro che si fa interprete dell’ansia generale è la seguente: “Prometeo tu che hai donato la tecnica agli uomini, dici è più forte la tecnica o è più forte Ananche. La necessità che governa i fenomeni naturali?” e Prometeo risponde:“La tecnica è di gran lunga più debole della necessità che governa le leggi della natura”. Va bene. Se le cose stanno così possiamo essere tecnici, nel senso che non si infrange il vincolo della natura, perché la tecnica è più debole.
Questo motivo è ripreso anche da Sofocle che dice: “l’aratro solca la terra ma la terra ricompone la sua quiete dopo il passaggio dell’aratro, allo stesso modo la nave solca il mare, ma il mare si ricompone dopo il suo passaggio”.
Quindi la natura è più forte della tecnica. La tecnica non può infrangere la legge della natura. Noi oggi potremo dire: risposta esatta. Ma esatta solo di fatto, e il fatto consisteva nel fatto, appunto, che i greci avevano una tecnica molto elementare e a colpi di aratro e imbarcazioni a remi non si poteva pensare di sconvolgere la natura o di avere vantaggio nei confronti dell’ordine naturale. Per cui la risposta di Prometeo è una risposta esatta solo storicamente, solo perché i mezzi di cui disponevano i greci erano mezzi modesti, il che significa allora che Sofocle può dire che l’uomo è il padrone della terra, che di tutte le cose inquietanti il più inquietante resta sempre l’uomo, che non c’è strumentazione tecnica che l’uomo non possa dominare, appunto per la modestia dei mezzi.
Ora facciamo un salto di 2000 anni e lo facciamo perché nel frattempo non è successo niente.
Arriviamo nel 1600 in Europa.
Nel 1600 in Europa nasce un sapere che noi oggi conosciamo come scienza moderna. E nasce ad opera di Galileo, di Bacone in Inghilterra, di Cartesio in Francia. Dicono costoro: “che cosa sia la natura non ci interessa, è un fondo imprescrutabile che probabilmente non conosceremo mai. E’ molto più vantaggioso che noi conosciamo gli strumenti per modificare la natura a nostro vantaggio. E come facciamo a conoscere questi strumenti? Facendo delle ipotesi di funzionamento della natura e poi sottoponendo queste ipotesi ad esperimenti. Se gli esperimenti danno ragione alle ipotesi noi assumeremo queste ipotesi come leggi di natura. Non come leggi eterne, le assumeremo come leggi provvisorie, finché non troveremo leggi più idonee a spiegarci i fenomeni e nel frattempo opereremo sulla natura servendoci di queste nostre ipotesi che verificate dall’esperimento abbiamo assunto come leggi di natura”.
Kant, che capisce bene il capovolgimento un secolo e mezzo dopo, scrive che con Galileo e Torricelli, in generale con gli scienziati del ‘600, si è avuto questo tipo di capovolgimento: mentre prima ci si rapportava alla natura come uno scolaretto che beve tutto quello che dice il maestro, ora - a partire da quella data - ci si comporta nei confronti della natura come dei giudici che obbligano l’imputato (la natura) a rispondere alle loro domande - alle domande dello scienziato. Ecco il capovolgimento. Non più la natura come sfondo (è l’uomo che cerca di scrutare le costanti della natura per ricavare delle informazioni vantaggiose), ma la natura che deve rispondere alle ipotesi manipolatorie dell’uomo affinché l’uomo possa intervenire. Qui facciamo subito piazza pulita di un altro pregiudizio secondo cui la scienza è pura e la tecnica è un’applicazione che può essere usata bene o usata male. Lo sentiamo frequentemente questo ragionamento - la scienza è una dimensione pura, la tecnica è buona o cattiva secondo l’uso che se ne fa. Non è assolutamente vero! Innanzitutto perché la tecnica non è l’applicazione della scienza, ma è l’anima della scienza, perché la scienza non inaugura se stessa per contemplare il mondo, la scienza inaugura se stessa per trasformare il mondo, quindi l’intenzione tecnica è già nello sguardo scientifico. Che non è contemplativo, è già dall’inizio manipolativo. Sarebbe come se in un bosco ci andasse un poeta ed un falegname. Il bosco è sempre lo stesso ma non è la stessa cosa che i due vedono: il falegname vede il bosco secondo un profilo che non è propriamente il profilo del poeta. Così è la scienza. La scienza non guarda il mondo per contemplarlo ma per utilizzarlo, per cui la tecnica non è la conseguenza della scienza, ma è l’anima è la qualità dello sguardo. E Bacone a questo punto, esce con quella proposizione divenuta famosa: “scientia est potentia” “sapere è potere”.
Il potere non è più del re, non è più di chi ha gli eserciti; ma di chi ha competenza. C’è uno slittamento del potere dal politico allo scientifico. Subito, già nel ‘600, si intuisce che il politico non è più il luogo del potere perché il sapere può condizionare o conferire un potere ben più potente del potere politico che è rozzo rispetto al potere del sapere. E non a caso con Hobbes, sempre nel 1600 nasce il famoso stato artificiale. Lo stato in cui si contrattano le varie competenze, si stabiliscono degli accordi in vista della pace, prescindendo dalla volontà o non volontà degli uomini; lo stato artificiale che prende appunto avvio sul modello del sapere tecnico-scientifico. E allora nascono anche quelle immaginazioni di società della tecnica - faccio riferimento alla Nuova Atlantide di Bacone, all’Utopia di Tommaso Moro, alla Città del Sole di Campanella - in cui si ipotizzano città senza lavoro, città organizzate da macchine dove il mezzo tecnico riduce la fatica dell’uomo. Anzi, Bacone viene a dire che la scienza contribuisce alla redenzione dell’uomo perché riduce la pena che le è stata conferita da Adamo dopo il peccato originale. E le pene, loro ricordano, sono state sostanzialmente due: il dolore e la fatica del lavoro. Bene il sapere ridurrà il dolore, ridurrà la fatica del lavoro e quindi diventando scienziati si collabora alla redenzione dell’uomo. In un certo senso la scienza non nasce in antitesi alla religione, come la storiella di Galileo lascia presumere. La scienza gronda di metafore religiose, per cui la contrapposizione tra religione e scienza è una contrapposizione che va vista sotto diversi profili; ma fondamentalmente la scienza è un evento religioso che lavora con categorie religiose e come nelle categorie religiose il passato è peccato, il presente conoscenza e il futuro è progresso. La triade religiosa ripercuote, rimbomba nel sapere scientifico creando una continuità insidiosa per il mondo della religione. Qui il papa capisce molto più di Galileo. Galileo cerca di dimostrare una certa concordanza tra la lettura religiosa del mondo e la lettura scientifica del mondo; il Papa invece capisce che se gli uomini sanno non pregano più. Perché la preghiera ha spazio limitatamente all’ignoranza - non nel senso che pregano solo gli ignoranti - ma nel senso che più si estende l’area del sapere, laddove si estende diminuisce l’area del credere. Perché io non credo in ciò che so e laddove so non credo e quindi la scienza erode, corrode un po’ il trono di dio. Qui il papa ha visto più di Galileo, ha capito che il suo potere era in diminuzione man mano che il potere tecnico-scientifico era in aumento e la prova la si è avuta un secolo dopo quando, nel ‘700, in Francia salta fuori un’idea interessante che noi oggi conosciamo come enciclopedia.
E’ un’enciclopedia del ‘700, che non è un’enciclopedia come quelle che abbiamo noi dove troviamo il significato delle parole, ma era, in 30 volumi, il repertorio di tutte le macchine che esistevano in Francia e, per quanto se ne sapeva, in Europa. Partendo da questo concetto ideato da Dideròt il quale dice “non avremo mai uno sviluppo scientifico e tecnico finché tutti gli artigiani tengono i loro segreti”. Voi sapete che l’artigiano tende a tenere il segreto perché se le cose le sa fare bene solo lui, evidentemente avrà un vantaggio economico. Se invece tutti sapranno fare le cose automaticamente ci sarà una concorrenza. Allora - dice Dideròt : “ la scienza e la tecnica potranno avere degli sviluppi solo alla condizione che tutti quanti dispongano di un sapere condiviso, di una conoscenza delle macchine”. Così si pubblicano questi 30 volumi che sono il repertorio delle macchine esistenti in Europa. Dopo il primo volume subentrano i Gesuiti che ottengono dal re la chiusura dell’Enciclopedia.
All’inizio hanno collaborato Voltaire, Diderot, D’Alembert, Dalbac e poi si sono squagliati tutti ed è rimasto il povero Diderot con il capo, però, della Gendarmeria di Parigi il quale avendo accesso a tutte le botteghe, andava con Diderot e faceva aprire tutte le botteghe. Diderot disegnava le macchine e con questa operazione nel giro di 30 anni sono nati questi 30 volumi. Uno dei libri più importanti della storia e che ha fatto fare un salto qualitativo alla storia si è determinato proprio attraverso questo atto di nascita e di prosecuzione molto semplice, molto elementare.
Anche nel ‘700 però i mezzi non erano molto più abbondanti di quanto non fossero quelli dei greci, per cui c’è si un’enfasi della scienza e della tecnica, ma non era ancora una realtà.
Questa enfasi non stravolge il mondo, è più un’enfasi retorica che uno stato di fatto, la tecnica non governa ancora il mondo e gli uomini possono considerarsi ancora i signori del mondo.
Il primo balzo significativo sempre in termini teorici, poi passeremo ai termini pratici, l’abbiamo nell’800 ad opera di un filosofo molto intelligente che si chiama Hegel. Il quale, in un libro che con la tecnica non c’entra niente, perché è un libro di logica, propone due proposizioni importantissime che sono le seguenti.
Dice Hegel: d’ora innanzi la ricchezza non sarà più misurata dai beni, dal possesso dei beni, ma sarà misurata dal possesso degli strumenti. Perché colui che possiede i beni possiede cose che si logorano, mentre coloro che possiedono macchine e strumenti possiedono cose che sono la condizione per il prodursi eterno dei beni.
Sembra una cosa ovvia, ma allora tanto ovvia non era, se pensate che solo 30 anni prima era nata quella scienza che noi chiamiamo economia politica ad opera di Adam Smith. Il quale in un libro importante sull’origine e la natura della ricchezza nelle nazioni aveva stabilito che la natura della ricchezza fossero i beni. 30 anni dopo Hegel, in un libro di logica, dice no, non sono i beni ma sono le macchine.
Chi è padrone delle macchine e veramente ricco, chi è padrone dei beni è provvisoriamente ricco perché il bene è destinato al logoramento, la macchina invece è la perpetua produzione del bene.
Quindi questa intuizione la teniamo calda perché ci servirà.
La seconda proposizione di Hegel, forse quella decisiva è la seguente. Dice Hegel: ci sono dei fenomeni che quando aumentano quantitativamente producono un ribaltamento qualitativo del paesaggio. Hegel fa un esempio molto elementare: se io mi tolgo un capello sono uno che ha i capelli, se mi tolgo due capelli sono uno che ha i capelli, se mi tolgo tre capelli resto sempre uno che ha i capelli finché quando sono arrivato alla fine e me li sono tolti tutti non sono più uno che ha i capelli ma sono uno calvo. Teorema sotteso: “se un fenomeno aumenta di quantità cambia la qualità del mondo”
A sfruttare questo argomento è stato quello che io considero senz’altro il più intelligente tra gli allievi di Hegel che si chiama Carlo Marx. Il quale enuncia un teorema, in campo economico potentissimo, che è il seguente. Tutti noi siamo abituati a considerare il denaro come un mezzo in vista di scopi, e gli scopi del denaro sono la produzione dei beni e la soddisfazione dei bisogni. Però, se il denaro aumenta quantitativamente (ecco qui il teorema di Hegel) e diventa la condizione universale per realizzare la soddisfazione di qualsiasi bisogno e la produzione di qualsiasi bene, il denaro non è più un mezzo ma è il primo fine per ottenere il quale si vedrà se soddisfare i bisogni e in che misura produrre beni.
Il teorema di Marx, che è poi il teorema di Hegel (Marx lo applica al denaro) introduce la dimensione che noi battezziamo come capovolgimento dei mezzi in fine.
Allora il denaro è un mezzo. Ma se questo mezzo è la condizione universale per realizzare qualsiasi fine, il denaro non è più un mezzo ma è il primo fine per realizzare il quale si deciderà se soddisfare i così detti fini, che noi abbiamo indicato nella soddisfazione dei bisogni e nella produzione dei beni.
Questo è il capovolgimento dei mezzi in fini. Ecco, questo ragionamento di Marx, noi lo possiamo applicare alla tecnica tranquillamente. Se la tecnica è la condizione universale per realizzare qualsiasi scopo, la tecnica non è più un mezzo ma è il primo scopo, non impadronendoci della quale tutti gli altri scopi non sono scopi ma semplici sogni.
Per cui considerare la tecnica un mezzo è quanto di più patetico si possa oggi pensare. Se voi ricordate nel 1961 quando i russi sono andati nello spazio e la potenza tecnica dell’Unione Sovietica era equivalente più o meno alla potenza tecnica degli Stati Uniti, a nessuno veniva in mente il crollo del Comunismo. Quando la potenza tecnica dell’Unione Sovietica è divenuta decisamente inferiore alla potenza degli Stati Uniti allora anche il Comunismo è crollato. Ma allora il comunismo è crollato perché non ha realizzato il suo scopo? perché gli uomini avevano bisogno di libertà? perché avevano fame? perché non c’era l’eguaglianza?? Beh, non diventiamo patetici. E’ crollato perché la strumentazione tecnica per raggiungere lo scopo che il Comunismo si proponeva era decisamente inferiore alla strumentazione tecnica che il capitalismo disponeva per raggiungere il suo scopo.
Punto e a capo.
Ricordate le conversazioni fra Gorbaciov e Reagan, quando Gorbaciov pregava Reagan di non fare lo scudo stellare perché l’Unione Sovietica non sarebbe stata in grado di contrastare questo potenziale tecnico di controllo? Si stava dicendo che se il Comunismo, per realizzare se stesso e mondializzarsi, poteva raggiungere il suo scopo solo attraverso un’adeguata strumentazione tecnica, non disponendo di una strumentazione tecnica adeguata doveva rinunciare al suo scopo.
Per cui gli scopi, i valori e tutte queste cose che si dicono stanno in piedi alla sola condizione che esista una strumentazione tecnica in grado di tenerli in piedi. Allora prima degli scopi, prima dei valori, l’attenzione si rivolgerà all’accapparamento della strumentazione tecnica.
La tecnica è la cosa che massimamente si desidera al di la dei valori e degli scopi che ci si propone, perché questi saranno scopi e valori alla sola condizione di disporre del dispositivo tecnico che consentirà a questi scopi e a questi valori di essere realizzati. Questo è il capovolgimento.
Io adesso non vi voglio annoiare molto. Assumo solo due luoghi imminenti, anche se l’avanzata della tecnica comporta uno stravolgimento totale di una infinità di concetti. Del concetto, per esempio, di uomo, di libertà, di verità, di individuo, di religione, di storia, di etica, di politica. Perché un conto è pensare questi concetti a partire dall’uomo che governa il mondo e un conto è pensare questi concetti a partire dalla tecnica che subordina gli uomini a propri funzionari.
Mi rimetterò solo a due luoghi; uno alla politica e uno all’economia.
L’età della tecnica ha messo in crisi la politica. Anzi io non so neanche se la politica sia una categoria eterna. Noi la politica l’abbiamo da 2500 anni, è stata fondata in Grecia. Prima della politica c’era la tirranide: il più forte governava il gruppo. La politica è nata in Grecia con un’operazione cultural-filosofica; Platone inventa la democrazia, inventa cioè quella formula per cui colui che va al potere ha il consenso di coloro che sono subordinati al potere.
Può darsi che le cose siano già finite, che la politica abbia avuto la sua storia e sia arrivata alla conclusione. Certamente la politica non è più il luogo della decisione nell’età della tecnica.
Apparentemente sembra che i politici decidano, ma in realtà, il luogo della decisione si è già spostato dalla politica all’economia. Per cui la politica per decidere oggi guarda ad un altro scenario, che è lo scenario dell’economia. Il quale è un luogo di decisione più importante di quanto non sia il luogo politico.
Ma anche l’economia non è l’ultima istanza, perché a sua volta anche l’economia non è un luogo di decisione. Decide in base ad una ricognizione delle risorse tecniche, per cui il luogo della decisione che dalla politica si era spostato all’economia oggi è in procinto di spostarsi sulla tecnica. Nel senso che le risorse tecniche orientano l’economico e in base all’orientamento dell’economico il politico decide. Voglio farvi capire la direzione, quindi esagererò un po’, ma neanche tanto, lo dico per cortesia che esagero, ma io sono assolutamente convinto che è già così. Vale a dire che il politico non decide se non guardando l’economico e l’economico non decide se non guardando il tecnico; per cui la tecnica - questo famoso strumento - è diventato in realtà il luogo della decisione.
Questo comporta uno stravolgimento notevolissimo di un’infinità di categorie politiche che ci limitiamo ad indicarne solo due: la categoria del potere e la categoria della democrazia.
Nel mondo pre-tecnologico, che io definisco anche mondo umanistico, il potere era pensato come il vertice di un triangolo dove in cima c’era la decisione e alla base c’era la possibilità di ubbidire - disubbidire.
Oggi la tecnica non concede più al potere di occupare il vertice del triangolo, perché la tecnica distribuisce potere in tutti i settori del triangolo.
Voglio dire che in un apparato tecnico basta che si astenga un settore che si blocca tutto l’apparato, basta che si astengano i controllori di volo per bloccare tutta la navigazione aerea. E’ il potere che gli americani hanno battezzato in quella loro formula “no making power” “Il potere di non fare” “Il potere di interdire”.
Nell’età della tecnica il potere di interdire è enorme. Per cui non è sufficiente che il potere decida. Ricordo quando c’era Craxi e si invocavano i governi decisionisti; questa storia non è ancora finita. Si desidera chi decide ma chi decide è quanto mai fuori dalla storia. Perché la vera decisione oggi è la continua mediazione fra tutti coloro che sono detentori di settori di potere, costui decide per davvero. Decide colui che media non colui che decide.
Un potere che decide va bene in un’età pre-tecnologica, nelle società non complesse, nelle società semplici. Nelle società ad alto tasso tecnologico decidere non significa niente; tu decidi e io blocco, per quanto riguarda il mio settore, perché l’apparato tecnico mi consente, bloccando un settore di bloccare, la totalità.
Il famoso decisionismo suscita solo ilarità o comunque deculturizzazione; nel senso che solo l’uomo non colto non può sapere che noi oggi siamo nell’età della tecnica.
Il secondo elemento è la democrazia. Vedo molto a rischio la democrazia; non tanto perché ci sono le televisioni - le televisioni sono lo sfruttamento della crisi della democrazia. La democrazia è a rischio perché mi chiede di scegliere intorno a cose di cui non sono competente. Prendiamo un po’ la democrazia in Atene: un giorno, racconta Platone nella “Repubblica”, si voleva costruire un certo numero di navi per fare la guerra ai Persiani. Per questo ci voleva del legname e il legname lo si doveva ricavare dagli alberi del monte Citereo, vicino a Tebe. E allora si convocano i Tebani i quali vengono e dicono: si! se volete noi vi diamo gli alberi, tanto sappiamo che gli Ateniesi sono di parola e pagano. Il problema però è un altro; che quando avete costruito le navi voi da quel porto non uscirete più perché quel porto non potrà sottrarsi alla bora attenuata attualmente dagli alberi del monte Citereo, quindi decidete.
Ecco, qui tutti quanti sono in grado di decidere perché si capisce il problema. Ma se mi dicono: “Dobbiamo chiudere le centrali atomiche?” Lo chiedono proprio a me - Umberto Galimberti. Io penso proprio di aver votato di chiuderle, ma perché ho votato così- forse sono un fisico atomico? No! Perché sono di sinistra e la sinistra diceva di chiuderle? Probabilmente si. Ma questo che cosa significa? Che ho detto si per una questione di appartenenza, per una dimensione passionale, per una faccenda emotiva. Ma non per competenza e, quindi, siccome le società complesse mi pongono di scegliere su basi di competenza, e noi non siamo competenti per il livello tecnico a cui si è giunti, ecco che la tecnica mi sopprime la democrazia togliendomi la dimensione della competenza e fa entrare tutti coloro che lavorano di retorica, di persuasione. Costoro diventano potentissimi in contesti di alta tecnologia che richiede grande competenza, perché la retorica bypassa la competenza e persuade le emozioni. Il fenomeno Berlusconi, secondo me, si spiega proprio così. La sua vera intelligenza è di aver capito che nelle società complesse la competenza è così alta che la gente la bypassa e preferisce la persuasione, la retorica persuasiva. Lui l’ha capito per primo, perciò vincerà. Certo chi sa muovere le viscere ha dei vantaggi, soprattutto nell’età della tecnica. Perché la tecnica mi pone livelli di competenza tali a cui io non accedo, e se non accedo a questi livelli di competenza le mie decisioni sono emotive perciò irrazionali. Abbiamo una democrazia che funziona sul registro della retorica persuasiva, sull’effetto di persuasione e non sull’effetto della competenza; questo è il grosso guaio dell’età della tecnica.
Prendiamo altri territori intorno a cui voi siete interpellati continuamente a decidere. Anche circa il problema dei trapianti, dei cibi trasgenici siamo incompetenti - inutile fare discorsi. L’elettrosmog (anche se Veronesi dice che non fa male - dovrebbe dire più correttamente non se ne sa niente, non abbiamo dati che fa male perché è troppo recente l’inizio di questi studi): non ne sappiamo però dobbiamo decidere. E allora noi ci troviamo a decidere all’interno dell’incompetenza e non dico solo noi che siamo povera gente, ma anche i cosiddetti politici sono costretti a decidere senza una sufficiente competenza. E questi sono dei gap non indifferenti, essere nell’era della tecnica significa davvero assistere al terremoto delle categorie della decisione, delle categorie del potere , della categoria della democrazia.
Per non parlare poi dell’etica, che è sempre in affanno. Io non so se voi fate caso ai comitati etici; l’etica che diventa sempre più patetica nel senso che invoca chi può -la tecnica- di non fare ciò che può. Non si è mai vista che un’invocazione a chi può di non fare ciò che può abbia successo. Qui noi in occidente abbiamo conosciuto sostanzialmente 3 etiche.
L’etica cristiana; che poi è l’etica in cui si è organizzato tutto l’ordine giuridico europeo, è un etica organizzata intorno alle categorie delle intenzioni se volete preterintenzionale: cioè un’etica che guarda il soggetto e l’interiorità della sua coscienza, l’intenzione che ha nel compiere un atto. Quest’etica, detta proprio in parole povere, non ci serve a niente nell’età della tecnica, perché di fronte ad un invenzione tecnica le intenzioni dello scopritore a me non interessano, mi interessano gli effetti della sua scoperta non le sue intenzioni.
Che intenzioni aveva Fermi quando ha inventato la bomba atomica? - le più buone del mondo; il che non significa che nonostante le sue buoni intenzioni il risultato della bomba atomica è quello che tutti noi conosciamo. Quindi un’etica delle intenzioni nell’età della tecnica non ci serve più
L’etica laica; che qui riassumo brevemente e grossolanamente in una bella frase di Kant che dice“occorre trattare l’uomo sempre come un fine, mai come un mezzo”. E’ un’etica che è ben lungi, ancora oggi, dall’essere realizzata. Perché noi assistiamo, per esempio, che le merci, i beni, come per altro diceva Marx ancora nel 1857, hanno una possibilità di circolazione, di cittadinanza decisamente superiore agli uomini.
Per cui effettivamente le merci sono un fine; gli uomini sono un mezzo per produrre le merci. Questo mi sembra così evidente che non capisco come mai non lo si dica più. Ma siccome leggere Marx oggi è all’indice, proibitivo, perché è crollato il comunismo, ci si dimentica di tutto quanto. Però questo primato delle merci sull’uomo è uno dei grandi teoremi del capitale di Marx, ed i fenomeni di globalizzazione non sono altro che i fenomeni che affermano il primato della merce sull’uomo, dove l’uomo si legittima solamente in quanto produttore di merce perché se non è produttore di merci non si legittima neppure la sua esistenza. In occidente possono venire coloro che si rivelano idonei a produrre merci, coloro che non si rivelano idonei a produrre merci non devono venire. Trattare l’uomo sempre come un fine mai come un mezzo diceva Kant: è ancora un concetto da realizzare, ma anche se lo realizzassimo sarebbe insufficiente questa etica; nell’età della tecnica dire che l’uomo è un fine sottintende che tutte le altre cose sono mezzi. Ma nell’età della tecnica possiamo davvero considerare l’aria un mezzo? o non è a sua volta un fine da salvaguardare? l’acqua non è a sua volta un fine da salvaguardare? le foreste non sono a loro volta fine da salvaguardare? Allora quello di considerare l’uomo come fine e tutto il resto come mezzo, nell’età della tecnica non funziona più.
Tra gli anni ‘10 e ‘20 Max Weber ha tirato fuori quella che possiamo considerare senz’altro l’ultima forma etica elaborata in occidente; la cosiddetta etica della responsabilità, che voi conoscerete perché 20 anni fa l’ha ripresa Hans Jonas in un libro che porta il titolo “Principio di responsabilità”. Dice Weber che nelle società tecniche l’unica etica che vale non è quella dell’intenzione di come si fanno le cose, ma l’etica deve controllare gli effetti delle cose, delle invenzioni, delle scoperte. Aperta la parentesi - la apre Weber - “quando gli effetti sono prevedibili” - chiusa la parentesi. Dopo di che siamo punto e a capo perché e proprio della tecnica produrre effetti imprevedibili.
Ora vi chiedo un piccolo sforzo per capire cos’è un “operare tecnico”. Non dovete farvi delle idee strane sugli scienziati. Capite bene chi è uno scienziato. Lo scienziato non è uno a cui si dice trovami il rimedio all’AIDS - se io dicessi ad un gruppo di ricercatori trovatemi un rimedio per l’AIDS, farei una domanda che suscita solo ilarità. Non è possibile fare ad uno scienziato una domanda di questo genere, perché lo scienziato non ha scopi di realizzare. Lo scienziato - quello vero, che studia sul serio - ha lì davanti a se, per esempio se è un biochimico, una molecola, e da quella molecola lui deve ottenere tutto quello che è possibile ottenere. Questo è fare gli scienziati in laboratorio.
L’etica dello scienziato è “io da quello che ho sottomano devo ottenere tutto ciò che posso ottenere prescindendo da qualsiasi scopo”. Questo è fare scienza. Se poi tra le cose che trovo, combinata con altre cose, accadde qualcosa che torna utile all’umanità ben venga. Ma non è lo scopo dello scienziato questo; la scienza non ha in vista l’umanità. La conoscenza è conoscenza che ha come etica di ottenere tutto ciò che si può ottenere. Pensate che in America un fisico che sta studiando una certa specializzazione non capisce più un altro fisico (e siamo all’interno della fisica) che sta studiando un’altra specializzazione. Tant’è che sono nate delle riviste divulgative che non vogliono informare noi. Divulgative tra scienziati in modo che il fisico “A”, che si è specializzato in un territorio, riesca a capire cosa sta facendo e dicendo il fisico “B” che si sta specializzando in un altro territorio.
E’ lì che la scienza va avanti, ma lì già non c’è comunicabilità, bisogna crearla. Per cui anche l’ipotesi che qualcuno possa controllare la tecnica è un ipotesi comica; vuol dire non capire come funziona la tecnica. Nessuno può controllare la tecnica; per incompetenza.
Quindi l’immaginazione che si faceva nel ’68, secondo cui non ci sono - e ci saranno sempre meno - poteri è da riferirsi ancora ad una fase in cui la decisione politica e l’economia tentano di orientare la tecnica, tentano di manipolare il possesso della tecnica. Siamo ancora in una fase di transizione, ma la direzione è l’impossibilità del controllo.
E allora vedete le grandi rivoluzioni che avvengono nello scenario politico, nello scenario etico. Mi sono limitato a questi due - potrei aggiungere quello religioso, potremo andare avanti all’infinito e vedere come si smontano questi impianti categoriali per effetto dell’accadimento tecnico.
All’inizio abbiamo detto di iniziare convenzionalmente l’età della tecnica con la seconda guerra mondiale. Perché li è successa una cosa seria, molto seria. Oltre i sei milioni di vittime del nazismo è successo una cosa che per me è ancora più grave - e qui non sto facendo una valutazione di dolori! Nel senso che è più grave un metodo che un evento. L’evento è stata la tragedia che tutti noi conosciamo, ma il metodo che ha reso possibile quell’evento, se non visto, è lì e rende continuamente possibile quell’evento. E il metodo è stato questo: si è passati, in occasione della seconda guerra mondiale, in ambito fascista dall’agire al semplice fare.
I greci conoscevano già questa distinzione. Chiamavano l’agire “praxis” e il fare “poiesix”, quindi sono due vecchie categorie della storia. Agire vuol dire io compio delle azioni in vista di uno scopo; fare vuol dire io compio delle azioni prescindendo da qualsiasi scopo. Semplicemente perché mi vengono prescritte. Ecco, lì si è verificato il passaggio.
Quando voi sentite i vari generali nazisti che ai processi rispondevano “ma io ho subito ordini” noi possiamo anche ridere di questa loro risposta, ma io non rido mai. Prima di ridere bisogna sempre riflettere, questo è l’indizio che lì si è cambiata cultura; cioè tu non agisci più - non fai più azione in vista di scopi, tu sei passato dall’agire al fare, tu esegui azioni già previste e prescritte. Tu sei buono o cattivo se esegui bene o male quello che è prescritto, prescindendo dagli scopi ultimi dell’apparato e dell’organizzazione.
Non so se voi avete letto il libro di Ghita Sereni (Gita Sereni?), un giornalista ungherese che ha intervistato Franz Stanghel che era il direttore del campo di concentramento di Treblinken,. Ghita Sereni chiede: “Cosa provavi tu di fronte ai massacri quotidiani che facevi?” e lui risponde: “Io venivo qui alle 9 della mattina, alle 11 arrivava il primo carico, le persone (5.000/6.000) dovevano essere eliminate entro le 15 perché arrivava il secondo carico (altre 5.000/6.000 persone) per giunta talvolta ne arrivava uno alle 19 - il problema era lo smaltimento - il metodo era stato ideato da WIRT, funzionava e così io facevo. Questo era il mio “arbeit”. Questo era il mio lavoro.
Allora costui è passato dall’agire al fare. Cioè lui non agisce più in vista di scenari, di scopi, di sensi, lui esegue ordini per significati che trascendono ormai la sua competenza, lui non è competente delle ragioni per cui tutto ciò accade.
Adesso usciamo da questo scenario terrificante e andiamo in una ditta del Bresciano dove si costruiscono le mine antiuomo. E cosa diciamo di coloro che costruiscono le mine antiuomo? Questi sono delinquenti o sono operai? Io penso che sono operai perché se gli dessi il doppio dello stipendio per lavorare nell’industria alimentare passerebbero tranquillamente dalla costruzione delle mine antiuomo alla costruzione di beni alimentari. Quindi questi lavorano - cioè sono esonerati dallo scopo ultimo.
Questo passaggio dall’agire al fare è la cosa più tremenda che è accaduta, ma questo passaggio dall’agire al fare vuol dire l’ingresso potente, trionfante nell’età della tecnica, dove ciascuno di noi non ha più in vista gli scopi finali.
Quando voi giocate in borsa, comprate delle azioni, che ne sapete degli scopi finali delle compagnie rispetto a cui voi comprate le azioni. Se uno avesse comprato le azioni della I.T.T., ritorniamo all’epoca di Allende - e oggi veniamo a sapere che l’industria telefonica americana aveva sostenuto il colpo di stato che ha portato Pinochet al potere, tu piccolo azionista eri responsabile degli scopi finali dell’industria americana?? No! Però senza i tuoi soldi anche l’industria… capite lo scollamento tra le mie azioni e lo scopo finale dell’apparato a cui appartengo. Questo scollamento è ciò che rende tutti noi irresponsabili delle azioni che facciamo.
Adesso siamo reduci da una guerra alle porte di casa nostra. Con rispetto, è necessario dire che l’albanese che uccide il serbo o il serbo che uccide l’albanese compiono ancora azioni umane. Nel senso che il loro gesto è proporzionato al loro sentimento che è di amore o di odio. In questo caso odio. Siamo ancora ad un livello antropologico, umano. Mentre l’aviatore l’americano che va a bombardare Belgrado senza né amare, né odiare i serbi, costui è un rappresentante della tecnica. Ricordo un’intervista in cui si è chiesto ad uno di questi aviatori che cosa provava a sganciare grappoli di bombe su Belgrado, la sua risposta è stata “this is my job”, “questo è il mio lavoro”. Franz Stanghel.
Questo è il passaggio nell’età della tecnica. Per cui io non sono più responsabile degli scopi finali e non lo posso neanche esserlo perché l’apparato è così complesso, e a me è dato un così piccolo settore che io sarò giudicato nel far bene o male in quel settore, ma la colleganza di questo settore con tutti gli altri settori, con le strategie finali dell’apparato a cui appartengo, io non sono competente. Per cui, siccome la tecnica chiede a tutti un livello enorme di competenza, questo elemento della competenza che manda allo sbando la politica , che fa fuori tutte le etiche, che deresponsabilizza tutti gli uomini, questo è l’evento che caratterizza la nostra epoca.
Questo vuol dire abitare società complesse ad alto rischio tecnologico.
Da parte nostra abbiamo un rapporto estremamente ambivalente nei confronti della tecnica, essendo noi occidentali il popolo più debole del mondo, appunto perché assistiti tecnicamente. Perché più protesi ci portiamo dietro più siamo deboli. Allora noi abbiamo bisogno della tecnica, vogliamo la tecnica, desideriamo la tecnica; come accade un evento tecnico tutti noi corriamo a comprarcelo. Voglio dire che la tecnica fa parte della nostra cultura e la amiamo dopo di che la temiamo. Eravamo entusiasti perché la tecnica era fisica, entusiasti perché gli uomini vanno sulla luna, poi siamo diventati preoccupati quando la tecnica è diventata biochimica e biologica, quando è entrata nel nostro corpo e allora qui incominciamo ad allarmarci. Adesso entra nell’alimentazione e allora ci allarmiamo; ma non possiamo volere una cosa e temere la cosa. Questa condizione di ambivalenza tipica del mondo occidentale che ormai non può vivere senza la tecnica e al tempo stesso teme gli effetti della tecnica. Cosa c’è da temere? Che la tecnica non ha in vista nessuno scopo. Non ha in vista la salvezza dell’umanità, il soccorso degli uomini. Queste cose la tecnica le può tollerare, gli possono anche accadere tra le mani, può accadere alla tecnica di salvare la natura, di dar da mangiare agli uomini, ma non è questo lo scopo della tecnica.
Lo scopo della tecnica è il suo potenziamento - questo è il vero scopo della tecnica.
Della tecnica si potrebbe dire quello che Nietzsche diceva delle volontà di potenza, cosa vuole la volontà di potenza? E Zarathustra rispondeva: “Vuole se stessa.”
Pensate ai laboratori che ci sono in America per il miglioramento della bomba atomica; miglioramento comparativo, quindi qualcosa di più. Ora noi siamo in grado di distruggere la terra 10.000 volte con la bomba atomica. Che significa un miglioramento della nostra capacità di distruggere 10.000 la terra? Che vuol dire migliorare? Vuol dire la prova provata che per la tecnica quel che conta è il suo autopotenziamento, prescindendo dagli scopi finali e il caso della bomba atomica è uno scopo assurdo; come si fa a migliorare quello che siamo già in grado di fare come distruzione totale 10.000 volte. Questa è la macchina, ma però bisogna entrare nella mentalità degli scienziati, capire bene che cosa è la mentalità di un laboratorio dove non si hanno scopi finali e dove l’unica etica che funziona è ottenere tutto ciò che si può ottenere.
Ma qui mi fermerei.
C’è una bella frase di Heidegger che dice (lo diceva già nel ’59): “..inquietante non è che il mondo si trasformi in un unico apparato tecnico - ancora più inquietante è che non siamo affatto consapevoli di questa radicale trasformazione del mondo”. Ancora più inquietante è che non potremo diventare consapevoli perché la tecnica ha già modificato il mostro modo di pensare. Noi non pensiamo più con un pensiero pensante, pensiamo con un pensiero calcolante. Per noi pensare significa far di conto, cioè pensare come la tecnica vuole che si pensi. Anche il nostro gusto è mutato perché pensare per noi, percepire, significa già percepire in ordine all’utile e all’inutile che sono due categorie tecniche. Non più, e molto meno pensare in ordine tecnico al vero, al bello, al santo, al giusto, innanzitutto all’utile, all’inutile.Per cui la tecnica non è che passa così, come una ventata d’aria. Passando trasforma l’uomo e il rischio potentissimo che io vedo è questo: che oggi la nostra capacità di fare è decisamente superiore alla nostra capacità di prevedere - e questo non è mai accaduto nella storia. Nel senso che i progetti umani sono sempre stati progettati all’interno di una previsione, mi pongo l’obbiettivo e vedo di raggiungerlo. Oggi la mia capacità di fare supera la mia capacità previsionale, ho più potere nel fare che nel prevedere dove andrò a parare facendo. Questo è il rischio e nessuno questo rischio lo sta controllando - non per mancanza di buona volontà ma per impossibilità.
Fermiamoci qui.

Domanda:

Professor Galimberti, io sono un giurista e l’ho ascoltata con molto interesse. Mi chiedevo: se la politica è fuori gioco e la democrazia lo è altrettanto e le etiche che noi conosciamo, l’etica dell’intenzione che Lei descrive in “Psiche e Tecne” e l’etica della responsabilità di Jonas, sono anch’esse arrivate ad un limite, perché quello che noi possiamo fare è enormemente superiore a quello che possiamo sapere. Mi chiedo, di fronte a quello che oggi è uno slogan, cioè il principio di precauzione e quelle che, sembrerebbe essere un diktat, cioè fermiamoci di fronte a quello che noi non sappiamo. Ecco, Come vede Lei questo problema che mi sta particolarmente a cuore dal punto di vista giuridico?

Risposta:

Dunque, qui intendiamoci bene, io non posso dire cosa prevedo, perché la mia previsione è la previsione di uno qualsiasi. Come si fa a prevedere all’interno di questi scenari.
Quello che posso dire è che al momento attuale noi non siamo ancora compiutamente nell’età della tecnica e per questo ci sono ancora in giro rappresentanti politici - godono meno rispetto e fama di un tempo perché un tempo erano depositari di decisioni efficaci, oggi invece appaiono semplicemente come degli esecutori di disposizioni che avvengono altrove. Però chiedere a me una previsione non ha tanto senso perché, per esempio, quel libro lì l’ho scritto all’unico scopo di rispondere alla seconda domanda di Heidlegher.
Il problema è che non siamo assolutamente consapevoli di questo radicale mutamento del mondo. Ecco mi metto li. Diventiamo consapevoli! E mi pare che questo sia già un contributo. Perché diventare consapevoli significa muoverci in un paesaggio di cui si conosce la geografia, perché non essere consapevoli significa comunque essere in quel paesaggio ma non conoscerne la geografia e allora magari continuare a pensare che l’etica sia quella dell’intenzione, che la politica sia ancora il luogo della decisione, che la religione sia ancora quella cosa che viene rappresentata in televisione. Bisogna proprio continuamente far avvertiti che le cose oggi non sono più per davvero così.
E questo è il compito di un filosofo, il quale non dovrebbe giudicare la storia ma semplicemente descriverla.
Poi che io abbia una previsione non ho dubbi. Ma sono previsioni insignificanti; nel senso che sono previsioni di Umberto Galimberti, che valgono tanto quanto quelle di chiunque di voi. E, per dirla chiara, la mia previsione è che al momento attuale la tecnica è una dimensione che investe solo 800 milioni di persone al mondo. Poi ce ne sono 5 miliardi e 200 milioni non tecnici, che hanno la possibilità di essere assorbiti dalla mentalità tecnica e di diventare produttori tecnici. Per il momento sono solo consumatori di strumenti tecnici e non produttori di strumenti tecnici. Non dobbiamo dimenticare che la tecnica è la più alta forma della razionalità umana, la più alta di tutte. Non c’è una forma più alta di razionalità che la razionalità della tecnica, perché la tecnica non prevede nessun spreco, non può ospitare passioni private come, per esempio, l’economia che è ancora corrotta da una passione, che è la passione per il denaro. La tecnica prescinde anche da questo genere di passioni. E non è detto che questa razionalità occidentale sia in grado di diffondersi in tutto il mondo. Il sistema resta comunque sbilanciato, perché noi con il nostro apparato tecnico, che ci riguarda o che riguarda solo 800 milioni di persone che però consuma l’83% delle risorse mondiali, ha a che fare con 5 miliardi e 200 milioni di popolazione non tecnica a cui rimane il 17% delle risorse mondiali e quindi il sistema è sbilanciato. La teoria dei sistemi dice che quando gli sbilanciamenti sono così eccessivi il sistema è instabile.
Si tenga conto anche del fatto che la tecnica è fragile, vulnerabilissima. Non so se ricordate quella volta che è andata via la luce per 6 ore a New York: è successo la fine del mondo, compreso un incremento demografico pazzesco. E’ sufficiente che saltino tutti i computer...!!! La tecnica è fragilissima e più noi diventiamo dipendenti della tecnica e più incrementiamo la potenza di questa fragilità, per cui senz’altro in occidente non ci saranno più guerre, ma ci sarà un escalation di attentati tecnici.
Allora il tema è sbilanciato, io non so dove arriveremo, cosa faremo; non ne ho la più pallida idea. Il mio compito si ferma ad uno stadio precedente, rendiamoci conto delle mutazioni di categorie fondamentali con cui noi abbiamo costruito la nostra storia e queste categorie sono così trasformate che continuare a pensare con le categorie che abbiamo studiato al liceo, significa pensare una storia che non c’è più.
Ecco, bisogna diventare consapevoli che oggi l’impianto categoriale non è più antropologico ma è tecnico. Questo è il compito che mi propongo; la previsione poi non gliela so dire. Chi potrebbe dire come andrà il mondo.
Il mio Maestro, che è Severino, prevede addirittura che la tecnica faccia fuori il capitalismo, pur essendo lui uomo di destra. Nel senso, dice, che il capitalismo consiste nello sfruttamento della terra, ma allora il capitalismo diventa tanto più potente quanto più riduce la fonte della sua ricchezza, allora deve ridurre lo sfruttamento della terra e per ridurre lo sfruttamento della terra deve ricorrere alla tecnica. Ma la tecnica come arriva, con la sua imparzialità e appassionalità pone la sua legge.
Oggi anche il falegname della Brianza, oltre a produrre mobili e far profitto, deve mettere il depuratore, per cui il profitto, che una volta il capitalismo utilizzava solo per se, adesso ha due padroni: il profitto e la tecnica. E la tecnica erode immancabilmente il capitale, lo erode e lui dice che il capitalismo sarà sconfitto dalla tecnica. Non lo so! Questa è l’ipotesi del mio maestro.

Domanda:

In parte, professore, ha risposto alla domanda che mi inquietava, non solo durante l’esposizione di questa sera, ma anche durante la lettura del suo libro. Io mi sono fatto coraggio e sono arrivato fino alla fine. Diciamo, più che altro perché non me la sentivo di interrompere un’analisi così lucida, così, omogenea rispetto alle conclusioni e mi aspettavo, alla fine una possibilità. E credo di averla trovata in quell’ultimo paragrafo in cui anche lei non si è sentito di non lasciare una possibilità estrema forse, cioè il suo ultimo paragrafo che si intitola “Non si è fatto ancora sera” e in cui ricorda, mi sembra la definizione di Nietzsche rispetto all’uomo come animale non ancora stabilizzato. E in questa mancata stabilizzazione dell’uomo, in questa impossibilità di definire, determinare, quale sarà lo sviluppo della natura dell’uomo dove ci sono tante possibilità ma non c’è la possibilità di uscire da questa situazione. Allora Le chiedevo il motivo per cui ha concluso con questa frase “ Non si è fatto ancora sera”. Se era un modo per aiutare se stesso, dopo un analisi così giustamente pessimista, rispetto ai contenuti. Poi le chiedevo una seconda cosa: se può esplicare, visto che questa sera forse non ha accennato per motivi di tempo, al passaggio che io ritengo molto importante che c’è stato rispetto a questo sviluppo del dominio della tecnica sul mondo e sull’uomo stesso. Il passaggio dalla concezione della storia del mondo, dell’uomo, dei greci al passaggio che c’è stato attraverso i concetti del messaggio cristiano, perché nel libro dedica una parte molto consistente rispetto a questo punto. Grazie.

Risposta:

Brevemente, Lei è stato un eroe a leggere 812 pagine; però, se la speranza è contenuta effettivamente in quell’ultimo paragrafo che dice “non si è ancora fatto sera”, che mi sembra un paragrafo di 20 righe - mezza paginetta - rispetto a 812, certo è un atto dovuto. Nel senso che o io sono un profeta e allora posso chiudere il mio libro una pagina prima, oppure devo concedere anche di non aver detto la verità, o comunque di non aver decritto le cose come le cose si svolgeranno e quindi è una speranza molto generica. Che io però determinerei a questo livello: penso che la speranza dipenda dal fatto che noi portiamo il nostro livello sentimentale, qui uso proprio la categoria del sentimento, e non in una maniera banale perché il cuore è una categoria forte; se portiamo la categoria del sentimento all’altezza dell’accadere tecnico, cioè se diventeremo consapevoli. Se nell’era nazista i vari funzionari avessero portato il sentimento all’altezza di ciò che stava accadendo, forse non accadeva tutto quello che è accaduto.
La categoria del sentimento, che è una categoria irrazionale, di cui la tecnica - fa ampiamente a meno, è l’unica risorsa antropologica. Bisogna portare il sentimento all’altezza della razionalità tecnica. Se la razionalità tecnica è enorme, il sentimento deve diventare un po’ più grande di quello che richiederebbe una ragione antropologica e non tecnica.
Ora la tecnica fa di tutto per attutire la dimensione sentimentale, ma non lo fa apposta. Abbiamo detto prima che nelle ere pretecnologiche io mi muovevo in un contesto circoscritto che era il mio paese, che era il mio vicinato, che erano le mie conoscenze. Quindi avevo una psiche proporzionata al mondo che frequentavo e ero in consonanza con questo mondo in termini di dolore, di percezione, di amore, di odio, non mi interessa la qualità del sentimento. Oggi la tecnica mi mette a disposizione il mondo, e io non posso con il mio sentimento essere all’altezza del mondo, per cui se muore mia mamma piango, se muore il mio vicino di casa gli faccio le condoglianze, se muoiono 500.000 tutsi è una notizia televisiva. Non posso essere all’altezza sentimentale dell’accadere del mondo, se io sono passato da un mondo circoscritto qual’era quello di mio padre a tutto il mondo che mi sforna l’accadimento del dolore universale. E quindi che cosa ho? Una sorta di implosione sentimentale, una sorta di indifferenza, quelle misure per cui se ogni otto secondi muore un bambino beh... anche quello che mi passa davanti e mi chiede l’elemosina veda un po’ di arrangiarsi - capito? Questo abbattimento della tonalità emotiva avrebbe invece bisogno di essere alzata nell’età della tecnica; perché la tecnica è il trionfo della razionalità. Ma non solo, noi oggi ci fidiamo più della tecnica, degli uomini, ci fidiamo più degli apparati tecnici che di noi stessi. Quando succede un disastro ferroviario si va alla ricerca dell’errore umano; Ciò significa che siamo già tutti persuasi che l’uomo è un errore rispetto alla tecnica. Si invocano procedure tecniche per evitare errori umani, cioè quegli errori che sono gli uomini; e allora se già ci concepiamo come errori.. coraggio allora! e il pessimismo è mio??
Per quanto riguarda il cristianesimo, sa io non sono cristiano quindi ho libertà di parola. Però voglio dire che è ovvio che la tecnica fa fuori le religioni; non perché oggi possiamo fare le cose che un tempo si imploravano agli dei. Ma perché sottrae la categoria fondante della religione e io sono più interessato al furto filosofico che a quello pratico e tecnologico. E’ evidente che se uno sta male e viene il prete lui dice che l’hai chiamato a fare, chiamami il dottore, cioè l’uomo della tecnica! Quindi la tecnica porta via dalla religione e diventa un po' il luogo della speranza. Il luogo della speranza viene sottratto come categoria religiosa allo scenario della fede e viene consegnato come categoria alla tecnica. Vedi il successo di Veronesi - Veronesi raccoglie successo per il semplice fatto che raccoglie proiezioni religiose; perché la medicina raccoglie proiezioni religiose di fede, speranza (carità lasciamo perdere)? Ma perché è armata di scienza e di sapere, per cui c’è un travaso emotivo della speranza, della salvezza riportate nel sapere e non più nella fede. - Questo a livello pratico - ma già lo sapevate, a livello filosofico, invece, succede una cosa ancora più feroce e cioè le religioni stanno in piedi perché io vivo una dimensione escatologica del tempo. Cosa vuol dire? La parola escatologico è una parola greca: escat vuol dire ultimo. I cristiani, e prima di loro i giudei, la tradizione giudaico-cristiana ha concepito il tempo come un disegno dove alla fine si realizza quello che è stato annunciato - a questo punto nasce la storia.
Se il tempo non è investito di un disegno non nasce nessuna storia. I greci, per esempio, per i quali il tempo non aveva in se alcun disegno, ma era un’eterna ripetizione dell’uguale: inverno, primavera, estate, autunno, inverno. Non avevano nozioni di storia. Tucidite, che era uno storico greco incomincia le sue storie dicendo che le incomincia dieci anni prima della sua nascita perché prima “Non era successo niente di importante”. E’ che manca la categoria della storia. La tradizione giudiaco-cristiano invece inserisce il tempo in un disegno e quando il tempo ha un disegno, il tempo è storia, perché le storie sono fornite di senso. Quando voi dite vi racconto una storia non è che pronunciate parole dissennate, producete delle parole che hanno un racconto, una trama narrativa, un senso.
Ora il tempo escatologico prevede tempi lunghi, la tecnica ci struttura invece psicologicamente. A me interessa la trasformazione antropologica che produce la tecnica; di cui questa sera non abbiamo parlato. La tecnica produce delle trasformazioni psicologiche anche nella categoria della temporalità, perché la tecnica è una razionalità che funziona sulla relazione mezzo scopo. Questo prevede un tempo brevissimo, cortissimo, ieri-domani, questo è un ragionare tecnico; vuol dire che se io voglio una casa i 500 milioni devo averli qui, oggi, perché se i 500 milioni li avrò tra 20 anni la casa è un sogno, non è uno scopo. A sua volta la casa è uno scopo se i soldi sono qua oggi. Cioè la relazione mezzo scopo deve essere molto ravvicinata e la tecnica ci obbliga a questo accorciamento del tempo recente: passato - immediato futuro. Se la nostra psicologia si allenerà su questa temporalità molto rapida, dove i mezzi sono idonei agli scopi, se gli scopi sono qui oggi e non tra 20 anni. Se no sono sogni! E allora opera una contrazione psicologica della temporalità per cui i tempi lunghi diventano tempi impercettibili, intorno a cui non si organizza la nostra psicologia. Poi non fatevi ingannare dalle manifestazioni di massa di Giovanni Paolo II; le manifestazioni di massa non sono assolutamente simbolo di religiosità, le faceva Stalin, Mussolini, Hitler ecc.; questi sono fenomeni di massa che non hanno nulla a che fare con la spiritualità. Quindi il rigurgito religioso, la ricerca di religiosità; non lasciatevi ingannare da queste cose.
Certo più la tecnica va avanti, più l’uomo cerca un senso che la tecnica non gli fornisce. Ma la categoria del senso è una categoria che riguarda solo la nostra tribù giudiaco-cristiana appunto perché qui noi abbiamo imparato che la vita ha un senso, il greco non se lo sarebbe mai chiesto che senso ha la vita. Guardate come muore Socrate! Sono arrivato a 70 anni, quello che vi dovevo dire ve l’ho detto, datemi la cicuta e ditemi se si può brindare agli Dei anche con questa cosa. Consapevolezza del limite, tranquillità, fine dell’esistenza. Chiuso.
Lo stesso fa Epicuro! C’è il senso della misura . Invece i cristiani hanno la categoria del senso, la loro vita deve avere un senso, la storia deve avere un senso perché è una cultura del senso. Perché i giorni non succedono così climaticamente, naturalisticamente come per i greci, ma succedono in vista di un disegno, in vista di un progetto e tutti quanti abbiamo questa mentalità. Credenti o atei, è sufficiente essere occidentali per cercare un senso. Gratti, gratti poi sotto questa categoria del senso e vedi alla fine che la ricerca del senso è la ricerca del senso del dolore. Questa è gratis sul serio! Perché poi quando a uno capita la felicità non è che si chiede quale è il senso della felicità, quello se la prende, se la porta a casa e non se ne parla più. Quindi, io non ammiro molto quelli che mi chiedono il senso della vita. Stai cercando il senso del dolore, e allora trovatelo figlio mio! Sappi che il dolore appartiene alla vita, poi che abbia o non abbia senso questa è la musica.

Domanda:

Io però ricordo bene, professore, una sua affermazione di qualche tempo fa. Più che un’affermazione un’invocazione, un auspicio quasi disperato, in cui Lei chiedeva che la chiesa smettesse di parlare di tutte le idiozie di cui parla - mi scusi il termine. Di sesso, di contraccezione, di scuola privata ecc... e tornasse a parlare di Dio come non fa più da anni, e allora come si colloca questa sua invocazione verso la chiesa a parlare di Dio, ammesso e non concesso, che si possa parlare di Dio dal balcone di Piazza S.Pietro. Grazie.

Risposta:

Lei deve distinguere nei miei discorsi: discorsi che sono la descrizione del reale e i discorsi terapeutici. Io non ho nessuna difficoltà a dire che la chiesa cattolica ha svolto una grande funzione terapeutica; la funzione terapeutica di conferire la speranza. Non so perché la gente sia cristiana - io sono convinto che sia cristiana perché spera nell’immortalità. Gli togli sta roba -poi non capisco come davvero uno possa crederci ad una cosa così-, cioè come fa a ritenersi così importante per ritenere che la sua esistenza debba essere eterna. Però che la chiesa svolga un ruolo terapeutico è una cosa buona per il buon andamento dell’umanità, perché se non lo svolge lei lo svolge la new-ege, lo svolgono i fiori di bach, lo svolge la psicanalisi, lo svolgono le palestre; perché l’uomo ha bisogno comunque di riti. E se non si ha uno dei riti collettivi, magari collaudati da 2000 anni - magari anche esteticamente belli. Se la chiesa non avesse rinunciato alla bellezza, per esempio, se avesse mantenuto la ritualità, forse avremo una società, tutto sommato, più protetta di quelle ricerche spasmodiche di protezione cui noi oggi andiamo incontro. Che per me sono più degradanti di quanto non sia la bellezza di una protezione collettiva, corredata storicamente da tutte le cose di cui le grandi religioni si corredano. Prendiamo quella cristiana, quella mussulmana, quella ortodossa: sono dei grandi operatori contenitori di follia, nel senso che ci consentono di non diventare folli e allo stesso tempo sentirsi protetti all’interno di un disegno. E perché no! Se uno ha bisogno per star bene di questo , perché non deve star bene. Il venir meno di questa funzione da parte della chiesa fa si che tutti si disperdano nelle pratiche più magiche, più esoteriche, che sono comunque insufficienti perché sono solitarie, quando non addirittura nelle solitudini dell’individuo che da se non è in grado di leggere l’angoscia del sacro.

Domanda:

Severino parla dell’epoca contemporanea come dell’epoca della progressiva caduta della verità assoluta. Eppure negli ultimi 20 anni stiamo assistendo ad un ritorno alla grande di queste verità assolute.
La new-ecomomy e la scienza, nel modo in cui si presentano, hanno le stesse caratteristiche che Severino attribuisce a quella che lui chiama....tradizionale. Cioè come istituzioni che pretendono di avere delle verità globali, assolute, di interpretare tramite i loro sacerdoti chiamati “esperti” e di imporle alle masse. La globalizzazione a noi è stata imposta, nessuno c’è la chiesta, l’alterazione genetica dei cibi ci è stata imposta, nessuno c’è la chiesta e la scienza pretende di dare delle rassicurazioni che non sarà mai in grado di dare perché non è la verità assoluta. Lo stesso per l’economia; prima diceva che non siamo più in grado di giudicare la civiltà contemporanea, perché è diventata troppo complessa. Eppure, secondo me, la semplice consapevolezza di questa situazione potrebbe portare anche il non esperto a dare dei giudizi di principio laddove i sacerdoti, gli esperti moderni, pretendono una fede cieca, assoluta.

Risposta:

Io sono perfettamente d’accordo con Lei nel senso che chi è l’esperto? E’ colui a cui noi conferiamo la credibilità del sapere. Quindi siamo noi i responsabili degli esperti perché siamo noi a conferire l’autorità ad un così detto esperto. Ora, purtroppo, se tutti quanti noi conferiamo autorità al sapere medico è poi chiaro che questi si fanno pagare, ed è la cosa meno importante che si facciano pagare, ma è chiaro che dopo mi trapiantano, mi tengono in vita, mi ammazzano, fanno quello che vogliono; ormai le ho dato fede assoluta. Ma chi le ha dato fede assoluta? Noi. E perché gliela diamo? Per via dei mezzi di comunicazione, degli effetti di retorica a cui ci esponiamo quotidianamente attraverso la televisione, attraverso internet. E allora la fine della democrazia è già qua; qualcuno acquista l’autorità perché riponiamo in lui fiducia come effetto medianico dei mezzi di persuasione.
Anche questo tutto proliferare di sondaggi: non è che i sondaggi sono delle opinioni, il sondaggio sonda la capacità persuasiva dei mezzi di persuasione, che effetto ha fatto questo messaggio su di loro. Dopo di che noi siamo delle semplici risposte all’effetto persuasivo televisivo medianico. Lascio fuori i giornali perché sono una miseria, vendono solo 6 milioni di copie in Italia di cui 1milione e 500 mila Gazzetta dello Sport e Tutto Sport, quindi 4 milioni e mezzo contro i 45 milioni di effetti televisivi. Qui non si fa politica, ma qualche riflessione bisogna pur farla.

Domanda:

Posso chiederle alcune cose? Mi ricordo di una sua frase un po’ riassuntiva del pensiero di questa sera. Lei ha detto che solo il depresso sa cogliere veramente il significato della vita, cioè il depresso coglie veramente che l’uomo non vale niente, che la vita è insignificante, che vale la pena di farla finita. Allora andiamo al nodo della questione: perché vivere? Adesso qualcuno ravvede, io parlo da laico,uno scontro fra il trono e l’altare. Il papa ha i suoi valori, però cerca di dire qualcosa all’uomo, lui “ha vinto” non è che ha vinto lui ma il suo mondo, il Comunismo. Adesso vuole battere la tecnologia, il capitalismo il non senso della morte dell’uomo.

Risposta:

Dunque ho detto che non siamo ancora nel pieno svolgimento dell’età della tecnica e che l’economia governi ancora la tecnica non c’è dubbio, però già l’economia incomincia a non governare più la tecnica. Non è che l’economia ha detto troviamo le cellule staminali - la tecnica ha trovato le cellule staminali , poi l’economia ci si è buttata sopra perchè sarà un bel buisness. Ormai la tecnica produce delle cose che poi incuriosiscono l’economia; ma non è che l’economia induce la tecnica a scoprire delle cose. E’ già autonoma la tecnica dall’economia come capacità di ideazione.
Per quanto concerne il problema è che tutte queste operazioni sono operazioni sostanzialmente marginali. A me interessa sempre vedere qual’è il discorso intorno a cui si organizza il mondo. Il mondo si organizza intorno alle parole che dice Giovanni Paolo II ? No! Si organizza intorno a coloro che si rivoltano alla globalizzazione? No! Sono volontà di poteri deboli rispetto alla volontà di potenza forte che è la tecnica.
Il problema grosso, che vedo io, e drammatico consiste nel fatto che non è neanche più possibile la rivoluzione. Perché la rivoluzione è un conflitto tra l’uomo e la volontà, il servo e il padrone, e la rivoluzione ha senso nella misura in cui una volontà, quella servile, modifica quella del padrone. Oggi l’antagonismo non è tra due volontà ma è tra alcune volontà e una struttura che non ha volontà che è la tecnica. Per giunta di questa struttura io ho bisogno perché se no io muoio il giorno dopo. Se non ho il frigorifero, se non ho la lavatrice, se non ho l’ombrello, se non ho l’ascensore ecc... e quindi come faccio a fare la guerra alla tecnica. Non è un soggetto che ha volontà, non è modificabile dalla mia esigenza. E quanti discorsi si potrebbero tranquillamente eliminare tutte le volte che si discute. Facciamo un esempio: ogni volta che si discute di eutanasia; se è lecita o meno, come se fosse un problema morale. E’ già una pratica! Se tu stai soffrendo io ti do un po’ di morfina, il giorno in cui smetto di dartela tu sei morto - se qui c’è qualche medico me lo può confermare - e che io ti possa dare la morfina è già nelle cose, quindi sto facendo eutanasia.
Non stiamo alle parole, guardiamo le pratiche di comportamento.

Domanda:

Allora siamo già in una cultura di morte?

Risposta:

Secondo me la morte ha sempre fiancheggiato la vicenda umana, non è che siamo arrivati ora ad una cultura di morte. Anzi forse oggi siamo arrivati ad una fase in cui gli uomini si ammazzano di meno. La morte ha sempre fiancheggiato la storia dell’uomo, anche perché l’uomo è l’unico animale che sa di dover morire e quindi ha sempre presente questo problema e lo utilizza continuamente nei confronti del nemico e la pratica della morte è la pratica che coincide con quella dell’uomo. Non è una cultura della morte perché si parla di eutanasia. Si muore anche senza eutanasia, noi inventiamo dei problemi quando ci sono già delle pratiche operative che gli hanno risolti? Se la tecnica può fare certe cose, davvero credete che l’etica possa dire di no? - No! Per un po’ di tempo forse, poi basta.
Come si può impedire a chi può di non fare - ciò che può? Se io non ho strumenti più potenti della potenza tecnica? In questo senso io dico che i valori sono invocazioni, che l’anti globalizzazione è un’invocazione, che il riconoscimento che non siamo più rispettati democraticamente è un lamento ma non è una forza che possa interdire l’altra.
Questo è il problema. Mentre quando c’erano le rivoluzioni, perché le lotte erano tra uomini, allora si c’erano le forze e poteva vincere l’uno o l’altro. Oggi la rivoluzione è impossibile perché non c’è l’antagonista, perché l’antagonista non è un uomo, non è una volontà, è un sistema freddo , razionale di cui abbiamo bisogno e che temiamo.

Domanda:

Lei prima parlava di squilibri a livello di competenza e pensavo che in questa situazione ci fossero forme discriminatorie, come lei diceva. Forme antidemocratiche. Non Le chiedo una previsione e neanche un ruolo di veggente - però, dico, è possibile prevedere o annusare segnali che si possano chiarire subito per una gestione futura dei poteri.
Perché, per esempio, se la politica è fortemente in crisi rimanendo convinto che l’elemento fortemente legato al potere rimarrà come categoria, trasformandosi entrando anche nelle dimensioni dell’etica, ma escluse dalla tecnica, ma rimarrà: E’ possibile prevedere un nuovo modello di gestione del potere?

Risposta:

Bisognerebbe riuscire a capire quale sarà l’esito della contrapposizione tecnica-demografico e l’elemento tecnico. Io qui vedo il luogo finale. Quei 5 miliardi e 200 milioni di uomini, che chiamo demografia; che ne sarà di loro, che faranno in futuro? Se continuano così a morire di fame e di sete ci va benissimo, detto brutalmente, perché così noi possiamo andare avanti con il nostro “trend”. Quel giorno che vogliono mangiare anche loro a magari emigrano, allora la contrapposizione la vedo tra apparato tecnico e l’elemento demografico.

Domanda:

Lei ha iniziato il suo discorso definendo l’uomo come tecnico. Individuando nella tecnica ciò che distingue l’uomo dall’animale, poi ha proseguito soffermandosi su alcuni momenti fondamentali della storia del mondo; l’uomo occidentale fino alla seconda guerra mondiale. A me sembra di aver capito, quindi vorrei una conferma o una smentita da parte Sua che, al momento attuale nel nostro mondo occidentale, l’uomo e la tecnica sono due enti diversi, separati uno rispetto all’altro.
La tecnica non è quindi legata all’uomo?

Risposta:

No. La tecnica non è più legata all’uomo. Oggi l’apparato delle macchine raccoglie l’oggettivazione dell’intelligenza umana. L’intelligenza umana è raccolta nelle macchine.
Ma la macchina è l’oggettivazione di questa intelligenza la quale è più potente dell’uomo.
Il computer a più memoria di me e quindi il prodotto umano è più grande dell’uomo. Più potente dell’uomo, e lavorare oggi significa guardare il buon funzionamento delle macchine.
Cioè la struttura di controllo diventa più importante della struttura di produzione perché per produrre ci sono loro.

 

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