Umberto Galimberti
L'UOMO NELL'ETA' DELLA TECNICA
Potrà apparire strano che un'organizzazione sindacale chieda ad un uomo di pensiero, ad un filosofo di fama quale è il professor Umberto Galimberti, di approfondire un tema all'apparenza, così poco sindacale.
Abbiamo invece ritenuto che le trasformazioni che la tecnica ha imposto e impone "all'uomo" (e ovviamente ai lavoratori) siano di grande interesse per una organizzazione sociale di massa come il sindacato.
Per questo motivo è stato chiesto ad uno studioso esperto di aiutarci a decifrare una realtà così complessa.
Il testo riportato è la trascrizione, non letterale, della conferenza e del dibattito che ne è seguito.
Il testo non è stato corretto dal prof. Galimberti.
INTERVENTO
L’uomo nell’età
della tecnica.
E’ un tema che, più o meno, tutti quanti sentiamo perché siamo abbastanza
persuasi di non vivere più la vita dei nostri nonni, e forse neanche quella dei
nostri padri, ma di essere entrati decisamente in un’altra epoca che non è
assimilabile alle altre epoche che si sono succedute nella storia. Non è
qualcosa che succede al medioevo, al rinascimento, all’illuminismo e ora alla
tecnica. No! Perché tutte le altre epoche erano epoche che definirei
antropologiche. L’uomo era in qualche modo il soggetto della storia e colui
che poteva disporre del mondo. L’età della tecnica, invece, produce un
capovolgimento radicale; per cui - diciamo subito la tesi - non è più vero che
l’uomo è soggetto della storia, è vero semmai che la tecnica è il vero
soggetto della storia e che l’uomo è ridotto a funzionario dell’apparato
tecnico. Questo è il grande capovolgimento.
Un capovolgimento a cui possiamo dare una data: che è la seconda guerra
mondiale. Poi diremo anche perché, che cosa è successo in quell’epoca di
trasformazione così radicale. Dunque.. Tanto per cominciare c’è un senso in
cui è possibile dire che la tecnica corrisponde in qualche modo all’essenza
dell’uomo; cioè l’uomo nasce immediatamente tecnico per la semplice ragione
che a differenza degli animali, nonostante la definizione dell’uomo come un’animale
ragionevole, esso ha tutte le caratteristiche fuorché quelle dell’animale.
Nel senso che l’animale è fornito di istinti, mentre l’uomo è
assolutamente privo di istinti. L’istinto non comporta nessun intervento
tecnico, l’istinto è una risposta rigida ad uno stimolo, per cui se io dò
una bistecca ad una mucca, anche se ci hanno provato, la mucca non mangerà la
bistecca perché l’istinto la condiziona a mangiare l’erba. Quindi, la
mucca, proprio perché governata dall’istinto, ha un rapporto armonico con il
suo ambiente; non deve fare alcunché per riuscire a sopravivere nel suo
ambiente perché è codificata appunto nella dimensione istintuale.
Gli uomini non hanno istinti, una vecchia tesi questa. Ha cominciato a dirlo
Platone e poi Tommaso d’Aquino e poi Kant, Nietzsche e da ultimo Freud, che
ha addirittura eliminato la parola istinto a proposito dell’uomo sostituendola
con la parola pulsione (che vuol dire spinta verso qualcosa di molto
indeterminato). Anche il famosissimo istinto sessuale è così poco istintivo
che io, in presenza di una spinta sessuale, posso giocare su tutto il ventaglio
delle perversioni. Posso fare l’amore con la scarpa con i tacchi a spillo, per
esempio, così come posso anche uscire dall’orizzonte sessuale e utilizzare
questa spinta sessuale per esprimere un’opera d’arte, quindi assegnarmi una
meta non sessuale. Questo per dire quanto gli istinti non siano assolutamente
indeterminanti, imprecisi a mete irriconoscibili. Ma proprio perché non sono
codificato dall’istinto, io devo nascere immediatamente tecnico. Devo darmi da
fare per costruire il mondo perché non sono assolutamente armonico con il
mondo. Quindi definire l’uomo animale ragionevole significa definirlo secondo
una mentalità che, equiparando l’uomo all’animale aggiungendoci la ragione,
non individua per davvero l’essenza. L’uomo non è un animale perché non ha
istinti; ma proprio perché non ha istinti deve essere subito tecnico. Cosa
peraltro che voi sapevate già: perché nella misura in cui condividavate l’idea
che prima dell’homo sapiens c’era l’homo faber state dicendo che prima c’era
la tecnica. Per cui la tecnica è in qualche modo la prerogativa di questo
essere vivente che si chiama uomo.
Il problema della tecnica diventa un problema drammatico nel mondo greco. Come
al solito, perché i greci sono stati nell’antichità il popolo che ha pensato
di più. In 150 anni hanno inventato la matematica, l’astronomia, la fisica,
la filosofia, l’arte e, nel genere letterario, anche la tragedia. Che non
dovete pensare fosse una rappresentazione come per noi è il teatro - no - la
tragedia era un luogo di dibattito. Si mettevano in scena i problemi della
città. C’è una tragedia di Eschilo, che porta il nome di “Prometeo
incatenato”, che mette in scena il problema della tecnica. La storia è molto
nota: Prometeo (che in greco significa colui che vede in anticipo) dona agli
uomini il fuoco con cui gli uomini possono modificare i metalli e costruire la
strumentazione tecnica. Zeus per aver così irrobustito gli uomini punisce
Prometeo, lo lega ad una roccia nel Caucaso e gli manda un’aquila che gli rode
il fegato che di notte si riforma per garantire l’eternità del supplizio.
Già qui ci sono delle grosse competenze mediche (come loro sanno il fegato è l’unico
organo che si riforma continuamente). Ma a parte questo, il coro ad un certo
punto domanda a Prometeo: dici Prometeo sono più forti le leggi che governano
la natura o è più forte la tecnica. Ecco il dilemma - ecco la questione.
Quando dico natura, nel mondo greco, dico una cosa molto importante perché la
natura nel mondo greco non è concepita come nel mondo cristiano come una
creatura di Dio. La natura per il greco è l’ordine immutabile governato dalla
necessità; è lo sfondo immutabile guardando il quale si traggono informazioni
per come condurre la città, e per come condurre gli uomini.
Si tratta di scoprire le leggi della regolarità. Le costanti che presiedono il
buon andamento della natura, e su questo paradigma reperire le costanti per il
buon andamento delle città e per il buon andamento delle condotte individuali.
Quindi la natura è quello sfondo immutabile governato da necessità - una
parola potentissima nel mondo greco - che è la parola del vincolo. Che non
consente al sole, ad esempio, di deviare dalla sua traiettoria, che non consente
l’alterazione dei fenomeni, che stabilisce quello sfondo di stabilità
rassicurante per cui io so che dopo l’inverno viene la primavera, l’estate,
l’autunno ed in base a questa cadenza, a questa regolarità, l’uomo può
costruire la sua vita.
L’ipotesi che la natura potesse essere modificata dalla tecnica era un’ipotesi
che ha spaventato il greco del V° secolo. E la domanda del coro che si fa
interprete dell’ansia generale è la seguente: “Prometeo tu che hai donato
la tecnica agli uomini, dici è più forte la tecnica o è più forte Ananche.
La necessità che governa i fenomeni naturali?” e Prometeo risponde:“La
tecnica è di gran lunga più debole della necessità che governa le leggi della
natura”. Va bene. Se le cose stanno così possiamo essere tecnici, nel
senso che non si infrange il vincolo della natura, perché la tecnica è più
debole.
Questo motivo è ripreso anche da Sofocle che dice: “l’aratro solca la terra
ma la terra ricompone la sua quiete dopo il passaggio dell’aratro, allo stesso
modo la nave solca il mare, ma il mare si ricompone dopo il suo passaggio”.
Quindi la natura è più forte della tecnica. La tecnica non può infrangere la
legge della natura. Noi oggi potremo dire: risposta esatta. Ma esatta solo di
fatto, e il fatto consisteva nel fatto, appunto, che i greci avevano una tecnica
molto elementare e a colpi di aratro e imbarcazioni a remi non si poteva pensare
di sconvolgere la natura o di avere vantaggio nei confronti dell’ordine
naturale. Per cui la risposta di Prometeo è una risposta esatta solo
storicamente, solo perché i mezzi di cui disponevano i greci erano mezzi
modesti, il che significa allora che Sofocle può dire che l’uomo è il
padrone della terra, che di tutte le cose inquietanti il più inquietante resta
sempre l’uomo, che non c’è strumentazione tecnica che l’uomo non possa
dominare, appunto per la modestia dei mezzi.
Ora facciamo un salto di 2000 anni e lo facciamo perché nel frattempo non è
successo niente.
Arriviamo nel 1600 in Europa.
Nel 1600 in Europa nasce un sapere che noi oggi conosciamo come scienza moderna.
E nasce ad opera di Galileo, di Bacone in Inghilterra, di Cartesio in Francia.
Dicono costoro: “che cosa sia la natura non ci interessa, è un fondo
imprescrutabile che probabilmente non conosceremo mai. E’ molto più
vantaggioso che noi conosciamo gli strumenti per modificare la natura a nostro
vantaggio. E come facciamo a conoscere questi strumenti? Facendo delle ipotesi
di funzionamento della natura e poi sottoponendo queste ipotesi ad esperimenti.
Se gli esperimenti danno ragione alle ipotesi noi assumeremo queste ipotesi come
leggi di natura. Non come leggi eterne, le assumeremo come leggi provvisorie,
finché non troveremo leggi più idonee a spiegarci i fenomeni e nel frattempo
opereremo sulla natura servendoci di queste nostre ipotesi che verificate dall’esperimento
abbiamo assunto come leggi di natura”.
Kant, che capisce bene il capovolgimento un secolo e mezzo dopo, scrive che con
Galileo e Torricelli, in generale con gli scienziati del ‘600, si è avuto
questo tipo di capovolgimento: mentre prima ci si rapportava alla natura come
uno scolaretto che beve tutto quello che dice il maestro, ora - a partire da
quella data - ci si comporta nei confronti della natura come dei giudici che
obbligano l’imputato (la natura) a rispondere alle loro domande - alle domande
dello scienziato. Ecco il capovolgimento. Non più la natura come sfondo (è l’uomo
che cerca di scrutare le costanti della natura per ricavare delle informazioni
vantaggiose), ma la natura che deve rispondere alle ipotesi manipolatorie dell’uomo
affinché l’uomo possa intervenire. Qui facciamo subito piazza pulita di un
altro pregiudizio secondo cui la scienza è pura e la tecnica è un’applicazione
che può essere usata bene o usata male. Lo sentiamo frequentemente questo
ragionamento - la scienza è una dimensione pura, la tecnica è buona o cattiva
secondo l’uso che se ne fa. Non è assolutamente vero! Innanzitutto perché la
tecnica non è l’applicazione della scienza, ma è l’anima della scienza,
perché la scienza non inaugura se stessa per contemplare il mondo, la scienza
inaugura se stessa per trasformare il mondo, quindi l’intenzione tecnica è
già nello sguardo scientifico. Che non è contemplativo, è già dall’inizio
manipolativo. Sarebbe come se in un bosco ci andasse un poeta ed un falegname.
Il bosco è sempre lo stesso ma non è la stessa cosa che i due vedono: il
falegname vede il bosco secondo un profilo che non è propriamente il profilo
del poeta. Così è la scienza. La scienza non guarda il mondo per contemplarlo
ma per utilizzarlo, per cui la tecnica non è la conseguenza della scienza, ma
è l’anima è la qualità dello sguardo. E Bacone a questo punto, esce con
quella proposizione divenuta famosa: “scientia est potentia” “sapere
è potere”.
Il potere non è più del re, non è più di chi ha gli eserciti; ma di chi ha
competenza. C’è uno slittamento del potere dal politico allo scientifico.
Subito, già nel ‘600, si intuisce che il politico non è più il luogo del
potere perché il sapere può condizionare o conferire un potere ben più
potente del potere politico che è rozzo rispetto al potere del sapere. E non a
caso con Hobbes, sempre nel 1600 nasce il famoso stato artificiale. Lo stato in
cui si contrattano le varie competenze, si stabiliscono degli accordi in vista
della pace, prescindendo dalla volontà o non volontà degli uomini; lo stato
artificiale che prende appunto avvio sul modello del sapere tecnico-scientifico.
E allora nascono anche quelle immaginazioni di società della tecnica - faccio
riferimento alla Nuova Atlantide di Bacone, all’Utopia di Tommaso Moro, alla
Città del Sole di Campanella - in cui si ipotizzano città senza lavoro, città
organizzate da macchine dove il mezzo tecnico riduce la fatica dell’uomo.
Anzi, Bacone viene a dire che la scienza contribuisce alla redenzione dell’uomo
perché riduce la pena che le è stata conferita da Adamo dopo il peccato
originale. E le pene, loro ricordano, sono state sostanzialmente due: il dolore
e la fatica del lavoro. Bene il sapere ridurrà il dolore, ridurrà la fatica
del lavoro e quindi diventando scienziati si collabora alla redenzione dell’uomo.
In un certo senso la scienza non nasce in antitesi alla religione, come la
storiella di Galileo lascia presumere. La scienza gronda di metafore religiose,
per cui la contrapposizione tra religione e scienza è una contrapposizione che
va vista sotto diversi profili; ma fondamentalmente la scienza è un evento
religioso che lavora con categorie religiose e come nelle categorie religiose il
passato è peccato, il presente conoscenza e il futuro è progresso. La triade
religiosa ripercuote, rimbomba nel sapere scientifico creando una continuità
insidiosa per il mondo della religione. Qui il papa capisce molto più di
Galileo. Galileo cerca di dimostrare una certa concordanza tra la lettura
religiosa del mondo e la lettura scientifica del mondo; il Papa invece capisce
che se gli uomini sanno non pregano più. Perché la preghiera ha spazio
limitatamente all’ignoranza - non nel senso che pregano solo gli ignoranti -
ma nel senso che più si estende l’area del sapere, laddove si estende
diminuisce l’area del credere. Perché io non credo in ciò che so e laddove
so non credo e quindi la scienza erode, corrode un po’ il trono di dio. Qui il
papa ha visto più di Galileo, ha capito che il suo potere era in diminuzione
man mano che il potere tecnico-scientifico era in aumento e la prova la si è
avuta un secolo dopo quando, nel ‘700, in Francia salta fuori un’idea
interessante che noi oggi conosciamo come enciclopedia.
E’ un’enciclopedia del ‘700, che non è un’enciclopedia come quelle che
abbiamo noi dove troviamo il significato delle parole, ma era, in 30 volumi, il
repertorio di tutte le macchine che esistevano in Francia e, per quanto se ne
sapeva, in Europa. Partendo da questo concetto ideato da Dideròt il quale dice
“non avremo mai uno sviluppo scientifico e tecnico finché tutti gli artigiani
tengono i loro segreti”. Voi sapete che l’artigiano tende a tenere il
segreto perché se le cose le sa fare bene solo lui, evidentemente avrà un
vantaggio economico. Se invece tutti sapranno fare le cose automaticamente ci
sarà una concorrenza. Allora - dice Dideròt : “ la scienza e la tecnica
potranno avere degli sviluppi solo alla condizione che tutti quanti dispongano
di un sapere condiviso, di una conoscenza delle macchine”. Così si pubblicano
questi 30 volumi che sono il repertorio delle macchine esistenti in Europa. Dopo
il primo volume subentrano i Gesuiti che ottengono dal re la chiusura dell’Enciclopedia.
All’inizio hanno collaborato Voltaire, Diderot, D’Alembert, Dalbac e poi si
sono squagliati tutti ed è rimasto il povero Diderot con il capo, però, della
Gendarmeria di Parigi il quale avendo accesso a tutte le botteghe, andava con
Diderot e faceva aprire tutte le botteghe. Diderot disegnava le macchine e con
questa operazione nel giro di 30 anni sono nati questi 30 volumi. Uno dei libri
più importanti della storia e che ha fatto fare un salto qualitativo alla
storia si è determinato proprio attraverso questo atto di nascita e di
prosecuzione molto semplice, molto elementare.
Anche nel ‘700 però i mezzi non erano molto più abbondanti di quanto non
fossero quelli dei greci, per cui c’è si un’enfasi della scienza e della
tecnica, ma non era ancora una realtà.
Questa enfasi non stravolge il mondo, è più un’enfasi retorica che uno stato
di fatto, la tecnica non governa ancora il mondo e gli uomini possono
considerarsi ancora i signori del mondo.
Il primo balzo significativo sempre in termini teorici, poi passeremo ai termini
pratici, l’abbiamo nell’800 ad opera di un filosofo molto intelligente che
si chiama Hegel. Il quale, in un libro che con la tecnica non c’entra niente,
perché è un libro di logica, propone due proposizioni importantissime che sono
le seguenti.
Dice Hegel: d’ora innanzi la ricchezza non sarà più misurata dai beni, dal
possesso dei beni, ma sarà misurata dal possesso degli strumenti. Perché colui
che possiede i beni possiede cose che si logorano, mentre coloro che possiedono
macchine e strumenti possiedono cose che sono la condizione per il prodursi
eterno dei beni.
Sembra una cosa ovvia, ma allora tanto ovvia non era, se pensate che solo 30
anni prima era nata quella scienza che noi chiamiamo economia politica ad opera
di Adam Smith. Il quale in un libro importante sull’origine e la natura della
ricchezza nelle nazioni aveva stabilito che la natura della ricchezza fossero i
beni. 30 anni dopo Hegel, in un libro di logica, dice no, non sono i beni ma
sono le macchine.
Chi è padrone delle macchine e veramente ricco, chi è padrone dei beni è
provvisoriamente ricco perché il bene è destinato al logoramento, la macchina
invece è la perpetua produzione del bene.
Quindi questa intuizione la teniamo calda perché ci servirà.
La seconda proposizione di Hegel, forse quella decisiva è la seguente. Dice
Hegel: ci sono dei fenomeni che quando aumentano quantitativamente producono un
ribaltamento qualitativo del paesaggio. Hegel fa un esempio molto elementare: se
io mi tolgo un capello sono uno che ha i capelli, se mi tolgo due capelli sono
uno che ha i capelli, se mi tolgo tre capelli resto sempre uno che ha i capelli
finché quando sono arrivato alla fine e me li sono tolti tutti non sono più
uno che ha i capelli ma sono uno calvo. Teorema sotteso: “se un fenomeno aumenta di quantità cambia la
qualità del mondo”
A sfruttare questo
argomento è stato quello che io considero senz’altro il più intelligente tra
gli allievi di Hegel che si chiama Carlo Marx. Il quale enuncia un teorema, in
campo economico potentissimo, che è il seguente. Tutti noi siamo abituati a
considerare il denaro come un mezzo in vista di scopi, e gli scopi del denaro
sono la produzione dei beni e la soddisfazione dei bisogni. Però, se il denaro
aumenta quantitativamente (ecco qui il teorema di Hegel) e diventa la condizione
universale per realizzare la soddisfazione di qualsiasi bisogno e la produzione
di qualsiasi bene, il denaro non è più un mezzo ma è il primo fine per
ottenere il quale si vedrà se soddisfare i bisogni e in che misura produrre
beni.
Il teorema di Marx, che è poi il teorema di Hegel (Marx lo applica al denaro)
introduce la dimensione che noi battezziamo come capovolgimento dei mezzi in
fine.
Allora il denaro è un mezzo. Ma se questo mezzo è la condizione universale per
realizzare qualsiasi fine, il denaro non è più un mezzo ma è il primo fine
per realizzare il quale si deciderà se soddisfare i così detti fini, che noi
abbiamo indicato nella soddisfazione dei bisogni e nella produzione dei beni.
Questo è il capovolgimento dei mezzi in fini. Ecco, questo ragionamento di
Marx, noi lo possiamo applicare alla tecnica tranquillamente. Se la tecnica è
la condizione universale per realizzare qualsiasi scopo, la tecnica non è più
un mezzo ma è il primo scopo, non impadronendoci della quale tutti gli altri
scopi non sono scopi ma semplici sogni.
Per cui considerare la tecnica un mezzo è quanto di più patetico si possa oggi
pensare. Se voi ricordate nel 1961 quando i russi sono andati nello spazio e la
potenza tecnica dell’Unione Sovietica era equivalente più o meno alla potenza
tecnica degli Stati Uniti, a nessuno veniva in mente il crollo del Comunismo.
Quando la potenza tecnica dell’Unione Sovietica è divenuta decisamente
inferiore alla potenza degli Stati Uniti allora anche il Comunismo è crollato.
Ma allora il comunismo è crollato perché non ha realizzato il suo scopo?
perché gli uomini avevano bisogno di libertà? perché avevano fame? perché
non c’era l’eguaglianza?? Beh, non diventiamo patetici. E’ crollato
perché la strumentazione tecnica per raggiungere lo scopo che il Comunismo si
proponeva era decisamente inferiore alla strumentazione tecnica che il
capitalismo disponeva per raggiungere il suo scopo.
Punto e a capo.
Ricordate le conversazioni fra Gorbaciov e Reagan, quando Gorbaciov pregava
Reagan di non fare lo scudo stellare perché l’Unione Sovietica non sarebbe
stata in grado di contrastare questo potenziale tecnico di controllo? Si stava
dicendo che se il Comunismo, per realizzare se stesso e mondializzarsi, poteva
raggiungere il suo scopo solo attraverso un’adeguata strumentazione tecnica,
non disponendo di una strumentazione tecnica adeguata doveva rinunciare al suo
scopo.
Per cui gli scopi, i valori e tutte queste cose che si dicono stanno in piedi
alla sola condizione che esista una strumentazione tecnica in grado di tenerli
in piedi. Allora prima degli scopi, prima dei valori, l’attenzione si
rivolgerà all’accapparamento della strumentazione tecnica.
La tecnica è la cosa che massimamente si desidera al di la dei valori e degli
scopi che ci si propone, perché questi saranno scopi e valori alla sola
condizione di disporre del dispositivo tecnico che consentirà a questi scopi e
a questi valori di essere realizzati. Questo è il capovolgimento.
Io adesso non vi voglio annoiare molto. Assumo solo due luoghi imminenti, anche
se l’avanzata della tecnica comporta uno stravolgimento totale di una
infinità di concetti. Del concetto, per esempio, di uomo, di libertà, di
verità, di individuo, di religione, di storia, di etica, di politica. Perché
un conto è pensare questi concetti a partire dall’uomo che governa il mondo e
un conto è pensare questi concetti a partire dalla tecnica che subordina gli
uomini a propri funzionari.
Mi rimetterò solo a due luoghi; uno alla politica e uno all’economia.
L’età della tecnica ha messo in crisi la politica. Anzi io non so neanche se
la politica sia una categoria eterna. Noi la politica l’abbiamo da 2500 anni,
è stata fondata in Grecia. Prima della politica c’era la tirranide: il più
forte governava il gruppo. La politica è nata in Grecia con un’operazione
cultural-filosofica; Platone inventa la democrazia, inventa cioè quella formula
per cui colui che va al potere ha il consenso di coloro che sono subordinati al
potere.
Può darsi che le cose siano già finite, che la politica abbia avuto la sua
storia e sia arrivata alla conclusione. Certamente la politica non è più il
luogo della decisione nell’età della tecnica.
Apparentemente sembra che i politici decidano, ma in realtà, il luogo della
decisione si è già spostato dalla politica all’economia. Per cui la politica
per decidere oggi guarda ad un altro scenario, che è lo scenario dell’economia.
Il quale è un luogo di decisione più importante di quanto non sia il luogo
politico.
Ma anche l’economia non è l’ultima istanza, perché a sua volta anche l’economia
non è un luogo di decisione. Decide in base ad una ricognizione delle risorse
tecniche, per cui il luogo della decisione che dalla politica si era spostato
all’economia oggi è in procinto di spostarsi sulla tecnica. Nel senso che le
risorse tecniche orientano l’economico e in base all’orientamento dell’economico
il politico decide. Voglio farvi capire la direzione, quindi esagererò un po’,
ma neanche tanto, lo dico per cortesia che esagero, ma io sono assolutamente
convinto che è già così. Vale a dire che il politico non decide se non
guardando l’economico e l’economico non decide se non guardando il tecnico;
per cui la tecnica - questo famoso strumento - è diventato in realtà il luogo
della decisione.
Questo comporta uno stravolgimento notevolissimo di un’infinità di categorie
politiche che ci limitiamo ad indicarne solo due: la categoria del potere e la
categoria della democrazia.
Nel mondo pre-tecnologico, che io definisco anche mondo umanistico, il potere
era pensato come il vertice di un triangolo dove in cima c’era la decisione e
alla base c’era la possibilità di ubbidire - disubbidire.
Oggi la tecnica non concede più al potere di occupare il vertice del triangolo,
perché la tecnica distribuisce potere in tutti i settori del triangolo.
Voglio dire che in un apparato tecnico basta che si astenga un settore che si
blocca tutto l’apparato, basta che si astengano i controllori di volo per
bloccare tutta la navigazione aerea. E’ il potere che gli americani hanno
battezzato in quella loro formula “no making power” “Il potere di
non fare” “Il potere di interdire”.
Nell’età della tecnica il potere di interdire è enorme. Per cui non è
sufficiente che il potere decida. Ricordo quando c’era Craxi e si invocavano i
governi decisionisti; questa storia non è ancora finita. Si desidera chi decide
ma chi decide è quanto mai fuori dalla storia. Perché la vera decisione oggi
è la continua mediazione fra tutti coloro che sono detentori di settori di
potere, costui decide per davvero. Decide colui che media non colui che decide.
Un potere che decide va bene in un’età pre-tecnologica, nelle società non
complesse, nelle società semplici. Nelle società ad alto tasso tecnologico
decidere non significa niente; tu decidi e io blocco, per quanto riguarda il mio
settore, perché l’apparato tecnico mi consente, bloccando un settore di
bloccare, la totalità.
Il famoso decisionismo suscita solo ilarità o comunque deculturizzazione; nel
senso che solo l’uomo non colto non può sapere che noi oggi siamo nell’età
della tecnica.
Il secondo elemento è la democrazia. Vedo molto a rischio la democrazia; non
tanto perché ci sono le televisioni - le televisioni sono lo sfruttamento della
crisi della democrazia. La democrazia è a rischio perché mi chiede di
scegliere intorno a cose di cui non sono competente. Prendiamo un po’ la
democrazia in Atene: un giorno, racconta Platone nella “Repubblica”, si
voleva costruire un certo numero di navi per fare la guerra ai Persiani. Per
questo ci voleva del legname e il legname lo si doveva ricavare dagli alberi del
monte Citereo, vicino a Tebe. E allora si convocano i Tebani i quali vengono e
dicono: si! se volete noi vi diamo gli alberi, tanto sappiamo che gli Ateniesi
sono di parola e pagano. Il problema però è un altro; che quando avete
costruito le navi voi da quel porto non uscirete più perché quel porto non
potrà sottrarsi alla bora attenuata attualmente dagli alberi del monte Citereo,
quindi decidete.
Ecco, qui tutti quanti sono in grado di decidere perché si capisce il problema.
Ma se mi dicono: “Dobbiamo chiudere le centrali atomiche?” Lo chiedono
proprio a me - Umberto Galimberti. Io penso proprio di aver votato di chiuderle,
ma perché ho votato così- forse sono un fisico atomico? No! Perché sono di
sinistra e la sinistra diceva di chiuderle? Probabilmente si. Ma questo che cosa
significa? Che ho detto si per una questione di appartenenza, per una dimensione
passionale, per una faccenda emotiva. Ma non per competenza e, quindi, siccome
le società complesse mi pongono di scegliere su basi di competenza, e noi non
siamo competenti per il livello tecnico a cui si è giunti, ecco che la tecnica
mi sopprime la democrazia togliendomi la dimensione della competenza e fa
entrare tutti coloro che lavorano di retorica, di persuasione. Costoro diventano
potentissimi in contesti di alta tecnologia che richiede grande competenza,
perché la retorica bypassa la competenza e persuade le emozioni. Il fenomeno
Berlusconi, secondo me, si spiega proprio così. La sua vera intelligenza è di
aver capito che nelle società complesse la competenza è così alta che la
gente la bypassa e preferisce la persuasione, la retorica persuasiva. Lui l’ha
capito per primo, perciò vincerà. Certo chi sa muovere le viscere ha dei
vantaggi, soprattutto nell’età della tecnica. Perché la tecnica mi pone
livelli di competenza tali a cui io non accedo, e se non accedo a questi livelli
di competenza le mie decisioni sono emotive perciò irrazionali. Abbiamo una
democrazia che funziona sul registro della retorica persuasiva, sull’effetto
di persuasione e non sull’effetto della competenza; questo è il grosso guaio
dell’età della tecnica.
Prendiamo altri territori intorno a cui voi siete interpellati continuamente a
decidere. Anche circa il problema dei trapianti, dei cibi trasgenici siamo
incompetenti - inutile fare discorsi. L’elettrosmog (anche se Veronesi dice
che non fa male - dovrebbe dire più correttamente non se ne sa niente, non
abbiamo dati che fa male perché è troppo recente l’inizio di questi studi):
non ne sappiamo però dobbiamo decidere. E allora noi ci troviamo a decidere all’interno
dell’incompetenza e non dico solo noi che siamo povera gente, ma anche i
cosiddetti politici sono costretti a decidere senza una sufficiente competenza.
E questi sono dei gap non indifferenti, essere nell’era della tecnica
significa davvero assistere al terremoto delle categorie della decisione, delle
categorie del potere , della categoria della democrazia.
Per non parlare poi dell’etica, che è sempre in affanno. Io non so se voi
fate caso ai comitati etici; l’etica che diventa sempre più patetica nel
senso che invoca chi può -la tecnica- di non fare ciò che può. Non si è mai
vista che un’invocazione a chi può di non fare ciò che può abbia successo.
Qui noi in occidente abbiamo conosciuto sostanzialmente 3 etiche.
L’etica cristiana; che poi è l’etica in cui si è organizzato tutto l’ordine
giuridico europeo, è un etica organizzata intorno alle categorie delle
intenzioni se volete preterintenzionale: cioè un’etica che guarda il soggetto
e l’interiorità della sua coscienza, l’intenzione che ha nel compiere un
atto. Quest’etica, detta proprio in parole povere, non ci serve a niente nell’età
della tecnica, perché di fronte ad un invenzione tecnica le intenzioni dello
scopritore a me non interessano, mi interessano gli effetti della sua scoperta
non le sue intenzioni.
Che intenzioni aveva Fermi quando ha inventato la bomba atomica? - le più buone
del mondo; il che non significa che nonostante le sue buoni intenzioni il
risultato della bomba atomica è quello che tutti noi conosciamo. Quindi un’etica
delle intenzioni nell’età della tecnica non ci serve più
L’etica laica; che qui riassumo brevemente e grossolanamente in una bella
frase di Kant che dice“occorre trattare l’uomo sempre come un fine, mai come
un mezzo”. E’ un’etica che è ben lungi, ancora oggi, dall’essere
realizzata. Perché noi assistiamo, per esempio, che le merci, i beni, come per
altro diceva Marx ancora nel 1857, hanno una possibilità di circolazione, di
cittadinanza decisamente superiore agli uomini.
Per cui effettivamente le merci sono un fine; gli uomini sono un mezzo per
produrre le merci. Questo mi sembra così evidente che non capisco come mai non
lo si dica più. Ma siccome leggere Marx oggi è all’indice, proibitivo,
perché è crollato il comunismo, ci si dimentica di tutto quanto. Però questo
primato delle merci sull’uomo è uno dei grandi teoremi del capitale di Marx,
ed i fenomeni di globalizzazione non sono altro che i fenomeni che affermano il
primato della merce sull’uomo, dove l’uomo si legittima solamente in quanto
produttore di merce perché se non è produttore di merci non si legittima
neppure la sua esistenza. In occidente possono venire coloro che si rivelano
idonei a produrre merci, coloro che non si rivelano idonei a produrre merci non
devono venire. Trattare l’uomo sempre come un fine mai come un mezzo diceva
Kant: è ancora un concetto da realizzare, ma anche se lo realizzassimo sarebbe
insufficiente questa etica; nell’età della tecnica dire che l’uomo è un
fine sottintende che tutte le altre cose sono mezzi. Ma nell’età della
tecnica possiamo davvero considerare l’aria un mezzo? o non è a sua volta un
fine da salvaguardare? l’acqua non è a sua volta un fine da salvaguardare? le
foreste non sono a loro volta fine da salvaguardare? Allora quello di
considerare l’uomo come fine e tutto il resto come mezzo, nell’età della
tecnica non funziona più.
Tra gli anni ‘10 e ‘20 Max Weber ha tirato fuori quella che possiamo
considerare senz’altro l’ultima forma etica elaborata in occidente; la
cosiddetta etica della responsabilità, che voi conoscerete perché 20 anni fa l’ha
ripresa Hans Jonas in un libro che porta il titolo “Principio di
responsabilità”. Dice Weber che nelle società tecniche l’unica etica che
vale non è quella dell’intenzione di come si fanno le cose, ma l’etica deve
controllare gli effetti delle cose, delle invenzioni, delle scoperte. Aperta la
parentesi - la apre Weber - “quando gli effetti sono prevedibili” - chiusa
la parentesi. Dopo di che siamo punto e a capo perché e proprio della tecnica
produrre effetti imprevedibili.
Ora vi chiedo un piccolo sforzo per capire cos’è un “operare tecnico”.
Non dovete farvi delle idee strane sugli scienziati. Capite bene chi è uno
scienziato. Lo scienziato non è uno a cui si dice trovami il rimedio all’AIDS
- se io dicessi ad un gruppo di ricercatori trovatemi un rimedio per l’AIDS,
farei una domanda che suscita solo ilarità. Non è possibile fare ad uno
scienziato una domanda di questo genere, perché lo scienziato non ha scopi di
realizzare. Lo scienziato - quello vero, che studia sul serio - ha lì davanti a
se, per esempio se è un biochimico, una molecola, e da quella molecola lui deve
ottenere tutto quello che è possibile ottenere. Questo è fare gli scienziati
in laboratorio.
L’etica dello scienziato è “io da quello che ho sottomano devo ottenere
tutto ciò che posso ottenere prescindendo da qualsiasi scopo”. Questo è fare
scienza. Se poi tra le cose che trovo, combinata con altre cose, accadde
qualcosa che torna utile all’umanità ben venga. Ma non è lo scopo dello
scienziato questo; la scienza non ha in vista l’umanità. La conoscenza è
conoscenza che ha come etica di ottenere tutto ciò che si può ottenere.
Pensate che in America un fisico che sta studiando una certa specializzazione
non capisce più un altro fisico (e siamo all’interno della fisica) che sta
studiando un’altra specializzazione. Tant’è che sono nate delle riviste
divulgative che non vogliono informare noi. Divulgative tra scienziati in modo
che il fisico “A”, che si è specializzato in un territorio, riesca a capire
cosa sta facendo e dicendo il fisico “B” che si sta specializzando in un
altro territorio.
E’ lì che la scienza va avanti, ma lì già non c’è comunicabilità,
bisogna crearla. Per cui anche l’ipotesi che qualcuno possa controllare la
tecnica è un ipotesi comica; vuol dire non capire come funziona la tecnica.
Nessuno può controllare la tecnica; per incompetenza.
Quindi l’immaginazione che si faceva nel ’68, secondo cui non ci sono - e ci
saranno sempre meno - poteri è da riferirsi ancora ad una fase in cui la
decisione politica e l’economia tentano di orientare la tecnica, tentano di
manipolare il possesso della tecnica. Siamo ancora in una fase di transizione,
ma la direzione è l’impossibilità del controllo.
E allora vedete le grandi rivoluzioni che avvengono nello scenario politico,
nello scenario etico. Mi sono limitato a questi due - potrei aggiungere quello
religioso, potremo andare avanti all’infinito e vedere come si smontano questi
impianti categoriali per effetto dell’accadimento tecnico.
All’inizio abbiamo detto di iniziare convenzionalmente l’età della tecnica
con la seconda guerra mondiale. Perché li è successa una cosa seria, molto
seria. Oltre i sei milioni di vittime del nazismo è successo una cosa che per
me è ancora più grave - e qui non sto facendo una valutazione di dolori! Nel
senso che è più grave un metodo che un evento. L’evento è stata la tragedia
che tutti noi conosciamo, ma il metodo che ha reso possibile quell’evento, se
non visto, è lì e rende continuamente possibile quell’evento. E il metodo è
stato questo: si è passati, in occasione della seconda guerra mondiale, in
ambito fascista dall’agire al semplice fare.
I greci conoscevano già questa distinzione. Chiamavano l’agire “praxis” e
il fare “poiesix”, quindi sono due vecchie categorie della storia. Agire
vuol dire io compio delle azioni in vista di uno scopo; fare vuol dire io compio
delle azioni prescindendo da qualsiasi scopo. Semplicemente perché mi vengono
prescritte. Ecco, lì si è verificato il passaggio.
Quando voi sentite i vari generali nazisti che ai processi rispondevano “ma io
ho subito ordini” noi possiamo anche ridere di questa loro risposta, ma io non
rido mai. Prima di ridere bisogna sempre riflettere, questo è l’indizio che
lì si è cambiata cultura; cioè tu non agisci più - non fai più azione in
vista di scopi, tu sei passato dall’agire al fare, tu esegui azioni già
previste e prescritte. Tu sei buono o cattivo se esegui bene o male quello che
è prescritto, prescindendo dagli scopi ultimi dell’apparato e dell’organizzazione.
Non so se voi avete letto il libro di Ghita Sereni (Gita Sereni?), un
giornalista ungherese che ha intervistato Franz Stanghel che era il direttore
del campo di concentramento di Treblinken,. Ghita Sereni chiede: “Cosa provavi
tu di fronte ai massacri quotidiani che facevi?” e lui risponde: “Io venivo
qui alle 9 della mattina, alle 11 arrivava il primo carico, le persone
(5.000/6.000) dovevano essere eliminate entro le 15 perché arrivava il secondo
carico (altre 5.000/6.000 persone) per giunta talvolta ne arrivava uno alle 19 -
il problema era lo smaltimento - il metodo era stato ideato da WIRT, funzionava
e così io facevo. Questo era il mio “arbeit”. Questo era il mio lavoro.
Allora costui è passato dall’agire al fare. Cioè lui non agisce più in
vista di scenari, di scopi, di sensi, lui esegue ordini per significati che
trascendono ormai la sua competenza, lui non è competente delle ragioni per cui
tutto ciò accade.
Adesso usciamo da questo scenario terrificante e andiamo in una ditta del
Bresciano dove si costruiscono le mine antiuomo. E cosa diciamo di coloro che
costruiscono le mine antiuomo? Questi sono delinquenti o sono operai? Io penso
che sono operai perché se gli dessi il doppio dello stipendio per lavorare nell’industria
alimentare passerebbero tranquillamente dalla costruzione delle mine antiuomo
alla costruzione di beni alimentari. Quindi questi lavorano - cioè sono
esonerati dallo scopo ultimo.
Questo passaggio dall’agire al fare è la cosa più tremenda che è accaduta,
ma questo passaggio dall’agire al fare vuol dire l’ingresso potente,
trionfante nell’età della tecnica, dove ciascuno di noi non ha più in vista
gli scopi finali.
Quando voi giocate in borsa, comprate delle azioni, che ne sapete degli scopi
finali delle compagnie rispetto a cui voi comprate le azioni. Se uno avesse
comprato le azioni della I.T.T., ritorniamo all’epoca di Allende - e oggi
veniamo a sapere che l’industria telefonica americana aveva sostenuto il colpo
di stato che ha portato Pinochet al potere, tu piccolo azionista eri
responsabile degli scopi finali dell’industria americana?? No! Però senza i
tuoi soldi anche l’industria… capite lo scollamento tra le mie azioni e lo
scopo finale dell’apparato a cui appartengo. Questo scollamento è ciò che
rende tutti noi irresponsabili delle azioni che facciamo.
Adesso siamo reduci da una guerra alle porte di casa nostra. Con rispetto, è
necessario dire che l’albanese che uccide il serbo o il serbo che uccide l’albanese
compiono ancora azioni umane. Nel senso che il loro gesto è proporzionato al
loro sentimento che è di amore o di odio. In questo caso odio. Siamo ancora ad
un livello antropologico, umano. Mentre l’aviatore l’americano che va a
bombardare Belgrado senza né amare, né odiare i serbi, costui è un
rappresentante della tecnica. Ricordo un’intervista in cui si è chiesto ad
uno di questi aviatori che cosa provava a sganciare grappoli di bombe su
Belgrado, la sua risposta è stata “this is my job”, “questo è il mio
lavoro”. Franz Stanghel.
Questo è il passaggio nell’età della tecnica. Per cui io non sono più
responsabile degli scopi finali e non lo posso neanche esserlo perché l’apparato
è così complesso, e a me è dato un così piccolo settore che io sarò
giudicato nel far bene o male in quel settore, ma la colleganza di questo
settore con tutti gli altri settori, con le strategie finali dell’apparato a
cui appartengo, io non sono competente. Per cui, siccome la tecnica chiede a
tutti un livello enorme di competenza, questo elemento della competenza che
manda allo sbando la politica , che fa fuori tutte le etiche, che
deresponsabilizza tutti gli uomini, questo è l’evento che caratterizza la
nostra epoca.
Questo vuol dire abitare società complesse ad alto rischio tecnologico.
Da parte nostra abbiamo un rapporto estremamente ambivalente nei confronti della
tecnica, essendo noi occidentali il popolo più debole del mondo, appunto
perché assistiti tecnicamente. Perché più protesi ci portiamo dietro più
siamo deboli. Allora noi abbiamo bisogno della tecnica, vogliamo la tecnica,
desideriamo la tecnica; come accade un evento tecnico tutti noi corriamo a
comprarcelo. Voglio dire che la tecnica fa parte della nostra cultura e la
amiamo dopo di che la temiamo. Eravamo entusiasti perché la tecnica era fisica,
entusiasti perché gli uomini vanno sulla luna, poi siamo diventati preoccupati
quando la tecnica è diventata biochimica e biologica, quando è entrata nel
nostro corpo e allora qui incominciamo ad allarmarci. Adesso entra nell’alimentazione
e allora ci allarmiamo; ma non possiamo volere una cosa e temere la cosa. Questa
condizione di ambivalenza tipica del mondo occidentale che ormai non può vivere
senza la tecnica e al tempo stesso teme gli effetti della tecnica. Cosa c’è
da temere? Che la tecnica non ha in vista nessuno scopo. Non ha in vista la
salvezza dell’umanità, il soccorso degli uomini. Queste cose la tecnica le
può tollerare, gli possono anche accadere tra le mani, può accadere alla
tecnica di salvare la natura, di dar da mangiare agli uomini, ma non è questo
lo scopo della tecnica.
Lo scopo della tecnica è il suo potenziamento - questo è il vero scopo della
tecnica.
Della tecnica si potrebbe dire quello che Nietzsche diceva delle volontà di
potenza, cosa vuole la volontà di potenza? E Zarathustra rispondeva: “Vuole
se stessa.”
Pensate ai laboratori che ci sono in America per il miglioramento della bomba
atomica; miglioramento comparativo, quindi qualcosa di più. Ora noi siamo in
grado di distruggere la terra 10.000 volte con la bomba atomica. Che significa
un miglioramento della nostra capacità di distruggere 10.000 la terra? Che vuol
dire migliorare? Vuol dire la prova provata che per la tecnica quel che conta è
il suo autopotenziamento, prescindendo dagli scopi finali e il caso della bomba
atomica è uno scopo assurdo; come si fa a migliorare quello che siamo già in
grado di fare come distruzione totale 10.000 volte. Questa è la macchina, ma
però bisogna entrare nella mentalità degli scienziati, capire bene che cosa è
la mentalità di un laboratorio dove non si hanno scopi finali e dove l’unica
etica che funziona è ottenere tutto ciò che si può ottenere.
Ma qui mi fermerei.
C’è una bella frase di Heidegger che dice (lo diceva già nel ’59): “..inquietante
non è che il mondo si trasformi in un unico apparato tecnico - ancora più
inquietante è che non siamo affatto consapevoli di questa radicale
trasformazione del mondo”. Ancora più inquietante è che non potremo
diventare consapevoli perché la tecnica ha già modificato il mostro modo di
pensare. Noi non pensiamo più con un pensiero pensante, pensiamo con un
pensiero calcolante. Per noi pensare significa far di conto, cioè pensare come
la tecnica vuole che si pensi. Anche il nostro gusto è mutato perché pensare
per noi, percepire, significa già percepire in ordine all’utile e all’inutile
che sono due categorie tecniche. Non più, e molto meno pensare in ordine
tecnico al vero, al bello, al santo, al giusto, innanzitutto all’utile, all’inutile.Per
cui la tecnica non è che passa così, come una ventata d’aria. Passando
trasforma l’uomo e il rischio potentissimo che io vedo è questo: che oggi la
nostra capacità di fare è decisamente superiore alla nostra capacità di
prevedere - e questo non è mai accaduto nella storia. Nel senso che i progetti
umani sono sempre stati progettati all’interno di una previsione, mi pongo l’obbiettivo
e vedo di raggiungerlo. Oggi la mia capacità di fare supera la mia capacità
previsionale, ho più potere nel fare che nel prevedere dove andrò a parare
facendo. Questo è il rischio e nessuno questo rischio lo sta controllando - non
per mancanza di buona volontà ma per impossibilità.
Fermiamoci qui.
Domanda:
Professor Galimberti,
io sono un giurista e l’ho ascoltata con molto interesse. Mi chiedevo: se la
politica è fuori gioco e la democrazia lo è altrettanto e le etiche che noi
conosciamo, l’etica dell’intenzione che Lei descrive in “Psiche e Tecne”
e l’etica della responsabilità di Jonas, sono anch’esse arrivate ad un
limite, perché quello che noi possiamo fare è enormemente superiore a quello
che possiamo sapere. Mi chiedo, di fronte a quello che oggi è uno slogan, cioè
il principio di precauzione e quelle che, sembrerebbe essere un diktat, cioè
fermiamoci di fronte a quello che noi non sappiamo. Ecco, Come vede Lei questo
problema che mi sta particolarmente a cuore dal punto di vista giuridico?
Risposta:
Dunque, qui
intendiamoci bene, io non posso dire cosa prevedo, perché la mia previsione è
la previsione di uno qualsiasi. Come si fa a prevedere all’interno di questi
scenari.
Quello che posso dire è che al momento attuale noi non siamo ancora
compiutamente nell’età della tecnica e per questo ci sono ancora in giro
rappresentanti politici - godono meno rispetto e fama di un tempo perché un
tempo erano depositari di decisioni efficaci, oggi invece appaiono semplicemente
come degli esecutori di disposizioni che avvengono altrove. Però chiedere a me
una previsione non ha tanto senso perché, per esempio, quel libro lì l’ho
scritto all’unico scopo di rispondere alla seconda domanda di Heidlegher.
Il problema è che non siamo assolutamente consapevoli di questo radicale
mutamento del mondo. Ecco mi metto li. Diventiamo consapevoli! E mi pare che
questo sia già un contributo. Perché diventare consapevoli significa muoverci
in un paesaggio di cui si conosce la geografia, perché non essere consapevoli
significa comunque essere in quel paesaggio ma non conoscerne la geografia e
allora magari continuare a pensare che l’etica sia quella dell’intenzione,
che la politica sia ancora il luogo della decisione, che la religione sia ancora
quella cosa che viene rappresentata in televisione. Bisogna proprio
continuamente far avvertiti che le cose oggi non sono più per davvero così.
E questo è il compito di un filosofo, il quale non dovrebbe giudicare la storia
ma semplicemente descriverla.
Poi che io abbia una previsione non ho dubbi. Ma sono previsioni insignificanti;
nel senso che sono previsioni di Umberto Galimberti, che valgono tanto quanto
quelle di chiunque di voi. E, per dirla chiara, la mia previsione è che al
momento attuale la tecnica è una dimensione che investe solo 800 milioni di
persone al mondo. Poi ce ne sono 5 miliardi e 200 milioni non tecnici, che hanno
la possibilità di essere assorbiti dalla mentalità tecnica e di diventare
produttori tecnici. Per il momento sono solo consumatori di strumenti tecnici e
non produttori di strumenti tecnici. Non dobbiamo dimenticare che la tecnica è
la più alta forma della razionalità umana, la più alta di tutte. Non c’è
una forma più alta di razionalità che la razionalità della tecnica, perché
la tecnica non prevede nessun spreco, non può ospitare passioni private come,
per esempio, l’economia che è ancora corrotta da una passione, che è la
passione per il denaro. La tecnica prescinde anche da questo genere di passioni.
E non è detto che questa razionalità occidentale sia in grado di diffondersi
in tutto il mondo. Il sistema resta comunque sbilanciato, perché noi con il
nostro apparato tecnico, che ci riguarda o che riguarda solo 800 milioni di
persone che però consuma l’83% delle risorse mondiali, ha a che fare con 5
miliardi e 200 milioni di popolazione non tecnica a cui rimane il 17% delle
risorse mondiali e quindi il sistema è sbilanciato. La teoria dei sistemi dice
che quando gli sbilanciamenti sono così eccessivi il sistema è instabile.
Si tenga conto anche del fatto che la tecnica è fragile, vulnerabilissima. Non
so se ricordate quella volta che è andata via la luce per 6 ore a New York: è
successo la fine del mondo, compreso un incremento demografico pazzesco. E’
sufficiente che saltino tutti i computer...!!! La tecnica è fragilissima e più
noi diventiamo dipendenti della tecnica e più incrementiamo la potenza di
questa fragilità, per cui senz’altro in occidente non ci saranno più guerre,
ma ci sarà un escalation di attentati tecnici.
Allora il tema è sbilanciato, io non so dove arriveremo, cosa faremo; non ne ho
la più pallida idea. Il mio compito si ferma ad uno stadio precedente,
rendiamoci conto delle mutazioni di categorie fondamentali con cui noi abbiamo
costruito la nostra storia e queste categorie sono così trasformate che
continuare a pensare con le categorie che abbiamo studiato al liceo, significa
pensare una storia che non c’è più.
Ecco, bisogna diventare consapevoli che oggi l’impianto categoriale non è
più antropologico ma è tecnico. Questo è il compito che mi propongo; la
previsione poi non gliela so dire. Chi potrebbe dire come andrà il mondo.
Il mio Maestro, che è Severino, prevede addirittura che la tecnica faccia fuori
il capitalismo, pur essendo lui uomo di destra. Nel senso, dice, che il
capitalismo consiste nello sfruttamento della terra, ma allora il capitalismo
diventa tanto più potente quanto più riduce la fonte della sua ricchezza,
allora deve ridurre lo sfruttamento della terra e per ridurre lo sfruttamento
della terra deve ricorrere alla tecnica. Ma la tecnica come arriva, con la sua
imparzialità e appassionalità pone la sua legge.
Oggi anche il falegname della Brianza, oltre a produrre mobili e far profitto,
deve mettere il depuratore, per cui il profitto, che una volta il capitalismo
utilizzava solo per se, adesso ha due padroni: il profitto e la tecnica. E la
tecnica erode immancabilmente il capitale, lo erode e lui dice che il
capitalismo sarà sconfitto dalla tecnica. Non lo so! Questa è l’ipotesi del
mio maestro.
Domanda:
In parte, professore,
ha risposto alla domanda che mi inquietava, non solo durante l’esposizione di
questa sera, ma anche durante la lettura del suo libro. Io mi sono fatto
coraggio e sono arrivato fino alla fine. Diciamo, più che altro perché non me
la sentivo di interrompere un’analisi così lucida, così, omogenea rispetto
alle conclusioni e mi aspettavo, alla fine una possibilità. E credo di averla
trovata in quell’ultimo paragrafo in cui anche lei non si è sentito di non
lasciare una possibilità estrema forse, cioè il suo ultimo paragrafo che si
intitola “Non si è fatto ancora sera” e in cui ricorda, mi sembra la
definizione di Nietzsche rispetto all’uomo come animale non ancora
stabilizzato. E in questa mancata stabilizzazione dell’uomo, in questa
impossibilità di definire, determinare, quale sarà lo sviluppo della natura
dell’uomo dove ci sono tante possibilità ma non c’è la possibilità di
uscire da questa situazione. Allora Le chiedevo il motivo per cui ha concluso
con questa frase “ Non si è fatto ancora sera”. Se era un modo per aiutare
se stesso, dopo un analisi così giustamente pessimista, rispetto ai contenuti.
Poi le chiedevo una seconda cosa: se può esplicare, visto che questa sera forse
non ha accennato per motivi di tempo, al passaggio che io ritengo molto
importante che c’è stato rispetto a questo sviluppo del dominio della tecnica
sul mondo e sull’uomo stesso. Il passaggio dalla concezione della storia del
mondo, dell’uomo, dei greci al passaggio che c’è stato attraverso i
concetti del messaggio cristiano, perché nel libro dedica una parte molto
consistente rispetto a questo punto. Grazie.
Risposta:
Brevemente, Lei è
stato un eroe a leggere 812 pagine; però, se la speranza è contenuta
effettivamente in quell’ultimo paragrafo che dice “non si è ancora fatto
sera”, che mi sembra un paragrafo di 20 righe - mezza paginetta - rispetto a
812, certo è un atto dovuto. Nel senso che o io sono un profeta e allora posso
chiudere il mio libro una pagina prima, oppure devo concedere anche di non aver
detto la verità, o comunque di non aver decritto le cose come le cose si
svolgeranno e quindi è una speranza molto generica. Che io però determinerei a
questo livello: penso che la speranza dipenda dal fatto che noi portiamo il
nostro livello sentimentale, qui uso proprio la categoria del sentimento, e non
in una maniera banale perché il cuore è una categoria forte; se portiamo la
categoria del sentimento all’altezza dell’accadere tecnico, cioè se
diventeremo consapevoli. Se nell’era nazista i vari funzionari avessero
portato il sentimento all’altezza di ciò che stava accadendo, forse non
accadeva tutto quello che è accaduto.
La categoria del sentimento, che è una categoria irrazionale, di cui la tecnica
- fa ampiamente a meno, è l’unica risorsa antropologica. Bisogna portare il
sentimento all’altezza della razionalità tecnica. Se la razionalità tecnica
è enorme, il sentimento deve diventare un po’ più grande di quello che
richiederebbe una ragione antropologica e non tecnica.
Ora la tecnica fa di tutto per attutire la dimensione sentimentale, ma non lo fa
apposta. Abbiamo detto prima che nelle ere pretecnologiche io mi muovevo in un
contesto circoscritto che era il mio paese, che era il mio vicinato, che erano
le mie conoscenze. Quindi avevo una psiche proporzionata al mondo che
frequentavo e ero in consonanza con questo mondo in termini di dolore, di
percezione, di amore, di odio, non mi interessa la qualità del sentimento. Oggi
la tecnica mi mette a disposizione il mondo, e io non posso con il mio
sentimento essere all’altezza del mondo, per cui se muore mia mamma piango, se
muore il mio vicino di casa gli faccio le condoglianze, se muoiono 500.000 tutsi
è una notizia televisiva. Non posso essere all’altezza sentimentale dell’accadere
del mondo, se io sono passato da un mondo circoscritto qual’era quello di mio
padre a tutto il mondo che mi sforna l’accadimento del dolore universale. E
quindi che cosa ho? Una sorta di implosione sentimentale, una sorta di
indifferenza, quelle misure per cui se ogni otto secondi muore un bambino beh...
anche quello che mi passa davanti e mi chiede l’elemosina veda un po’ di
arrangiarsi - capito? Questo abbattimento della tonalità emotiva avrebbe invece
bisogno di essere alzata nell’età della tecnica; perché la tecnica è il
trionfo della razionalità. Ma non solo, noi oggi ci fidiamo più della tecnica,
degli uomini, ci fidiamo più degli apparati tecnici che di noi stessi. Quando
succede un disastro ferroviario si va alla ricerca dell’errore umano; Ciò
significa che siamo già tutti persuasi che l’uomo è un errore rispetto alla
tecnica. Si invocano procedure tecniche per evitare errori umani, cioè quegli
errori che sono gli uomini; e allora se già ci concepiamo come errori..
coraggio allora! e il pessimismo è mio??
Per quanto riguarda il cristianesimo, sa io non sono cristiano quindi ho
libertà di parola. Però voglio dire che è ovvio che la tecnica fa fuori le
religioni; non perché oggi possiamo fare le cose che un tempo si imploravano
agli dei. Ma perché sottrae la categoria fondante della religione e io sono
più interessato al furto filosofico che a quello pratico e tecnologico. E’
evidente che se uno sta male e viene il prete lui dice che l’hai chiamato a
fare, chiamami il dottore, cioè l’uomo della tecnica! Quindi la tecnica porta
via dalla religione e diventa un po' il luogo della speranza. Il luogo della
speranza viene sottratto come categoria religiosa allo scenario della fede e
viene consegnato come categoria alla tecnica. Vedi il successo di Veronesi -
Veronesi raccoglie successo per il semplice fatto che raccoglie proiezioni
religiose; perché la medicina raccoglie proiezioni religiose di fede, speranza
(carità lasciamo perdere)? Ma perché è armata di scienza e di sapere, per cui
c’è un travaso emotivo della speranza, della salvezza riportate nel sapere e
non più nella fede. - Questo a livello pratico - ma già lo sapevate, a livello
filosofico, invece, succede una cosa ancora più feroce e cioè le religioni
stanno in piedi perché io vivo una dimensione escatologica del tempo. Cosa vuol
dire? La parola escatologico è una parola greca: escat vuol dire ultimo. I
cristiani, e prima di loro i giudei, la tradizione giudaico-cristiana ha
concepito il tempo come un disegno dove alla fine si realizza quello che è
stato annunciato - a questo punto nasce la storia.
Se il tempo non è investito di un disegno non nasce nessuna storia. I greci,
per esempio, per i quali il tempo non aveva in se alcun disegno, ma era un’eterna
ripetizione dell’uguale: inverno, primavera, estate, autunno, inverno. Non
avevano nozioni di storia. Tucidite, che era uno storico greco incomincia le sue
storie dicendo che le incomincia dieci anni prima della sua nascita perché
prima “Non era successo niente di importante”. E’ che manca la categoria
della storia. La tradizione giudiaco-cristiano invece inserisce il tempo in un
disegno e quando il tempo ha un disegno, il tempo è storia, perché le storie
sono fornite di senso. Quando voi dite vi racconto una storia non è che
pronunciate parole dissennate, producete delle parole che hanno un racconto, una
trama narrativa, un senso.
Ora il tempo escatologico prevede tempi lunghi, la tecnica ci struttura invece
psicologicamente. A me interessa la trasformazione antropologica che produce la
tecnica; di cui questa sera non abbiamo parlato. La tecnica produce delle
trasformazioni psicologiche anche nella categoria della temporalità, perché la
tecnica è una razionalità che funziona sulla relazione mezzo scopo. Questo
prevede un tempo brevissimo, cortissimo, ieri-domani, questo è un ragionare
tecnico; vuol dire che se io voglio una casa i 500 milioni devo averli qui,
oggi, perché se i 500 milioni li avrò tra 20 anni la casa è un sogno, non è
uno scopo. A sua volta la casa è uno scopo se i soldi sono qua oggi. Cioè la
relazione mezzo scopo deve essere molto ravvicinata e la tecnica ci obbliga a
questo accorciamento del tempo recente: passato - immediato futuro. Se la nostra
psicologia si allenerà su questa temporalità molto rapida, dove i mezzi sono
idonei agli scopi, se gli scopi sono qui oggi e non tra 20 anni. Se no sono
sogni! E allora opera una contrazione psicologica della temporalità per cui i
tempi lunghi diventano tempi impercettibili, intorno a cui non si organizza la
nostra psicologia. Poi non fatevi ingannare dalle manifestazioni di massa di
Giovanni Paolo II; le manifestazioni di massa non sono assolutamente simbolo di
religiosità, le faceva Stalin, Mussolini, Hitler ecc.; questi sono fenomeni di
massa che non hanno nulla a che fare con la spiritualità. Quindi il rigurgito
religioso, la ricerca di religiosità; non lasciatevi ingannare da queste cose.
Certo più la tecnica va avanti, più l’uomo cerca un senso che la tecnica non
gli fornisce. Ma la categoria del senso è una categoria che riguarda solo la
nostra tribù giudiaco-cristiana appunto perché qui noi abbiamo imparato che la
vita ha un senso, il greco non se lo sarebbe mai chiesto che senso ha la vita.
Guardate come muore Socrate! Sono arrivato a 70 anni, quello che vi dovevo dire
ve l’ho detto, datemi la cicuta e ditemi se si può brindare agli Dei anche
con questa cosa. Consapevolezza del limite, tranquillità, fine dell’esistenza.
Chiuso.
Lo stesso fa Epicuro! C’è il senso della misura . Invece i cristiani hanno la
categoria del senso, la loro vita deve avere un senso, la storia deve avere un
senso perché è una cultura del senso. Perché i giorni non succedono così
climaticamente, naturalisticamente come per i greci, ma succedono in vista di un
disegno, in vista di un progetto e tutti quanti abbiamo questa mentalità.
Credenti o atei, è sufficiente essere occidentali per cercare un senso. Gratti,
gratti poi sotto questa categoria del senso e vedi alla fine che la ricerca del
senso è la ricerca del senso del dolore. Questa è gratis sul serio! Perché
poi quando a uno capita la felicità non è che si chiede quale è il senso
della felicità, quello se la prende, se la porta a casa e non se ne parla più.
Quindi, io non ammiro molto quelli che mi chiedono il senso della vita. Stai
cercando il senso del dolore, e allora trovatelo figlio mio! Sappi che il dolore
appartiene alla vita, poi che abbia o non abbia senso questa è la musica.
Domanda:
Io però ricordo bene,
professore, una sua affermazione di qualche tempo fa. Più che un’affermazione
un’invocazione, un auspicio quasi disperato, in cui Lei chiedeva che la chiesa
smettesse di parlare di tutte le idiozie di cui parla - mi scusi il termine. Di
sesso, di contraccezione, di scuola privata ecc... e tornasse a parlare di Dio
come non fa più da anni, e allora come si colloca questa sua invocazione verso
la chiesa a parlare di Dio, ammesso e non concesso, che si possa parlare di Dio
dal balcone di Piazza S.Pietro. Grazie.
Risposta:
Lei deve distinguere
nei miei discorsi: discorsi che sono la descrizione del reale e i discorsi
terapeutici. Io non ho nessuna difficoltà a dire che la chiesa cattolica ha
svolto una grande funzione terapeutica; la funzione terapeutica di conferire la
speranza. Non so perché la gente sia cristiana - io sono convinto che sia
cristiana perché spera nell’immortalità. Gli togli sta roba -poi non capisco
come davvero uno possa crederci ad una cosa così-, cioè come fa a ritenersi
così importante per ritenere che la sua esistenza debba essere eterna. Però
che la chiesa svolga un ruolo terapeutico è una cosa buona per il buon
andamento dell’umanità, perché se non lo svolge lei lo svolge la new-ege, lo
svolgono i fiori di bach, lo svolge la psicanalisi, lo svolgono le palestre;
perché l’uomo ha bisogno comunque di riti. E se non si ha uno dei riti
collettivi, magari collaudati da 2000 anni - magari anche esteticamente belli.
Se la chiesa non avesse rinunciato alla bellezza, per esempio, se avesse
mantenuto la ritualità, forse avremo una società, tutto sommato, più protetta
di quelle ricerche spasmodiche di protezione cui noi oggi andiamo incontro. Che
per me sono più degradanti di quanto non sia la bellezza di una protezione
collettiva, corredata storicamente da tutte le cose di cui le grandi religioni
si corredano. Prendiamo quella cristiana, quella mussulmana, quella ortodossa:
sono dei grandi operatori contenitori di follia, nel senso che ci consentono di
non diventare folli e allo stesso tempo sentirsi protetti all’interno di un
disegno. E perché no! Se uno ha bisogno per star bene di questo , perché non
deve star bene. Il venir meno di questa funzione da parte della chiesa fa si che
tutti si disperdano nelle pratiche più magiche, più esoteriche, che sono
comunque insufficienti perché sono solitarie, quando non addirittura nelle
solitudini dell’individuo che da se non è in grado di leggere l’angoscia
del sacro.
Domanda:
Severino parla dell’epoca
contemporanea come dell’epoca della progressiva caduta della verità assoluta.
Eppure negli ultimi 20 anni stiamo assistendo ad un ritorno alla grande di
queste verità assolute.
La new-ecomomy e la scienza, nel modo in cui si presentano, hanno le stesse
caratteristiche che Severino attribuisce a quella che lui
chiama....tradizionale. Cioè come istituzioni che pretendono di avere delle
verità globali, assolute, di interpretare tramite i loro sacerdoti chiamati “esperti”
e di imporle alle masse. La globalizzazione a noi è stata imposta, nessuno c’è
la chiesta, l’alterazione genetica dei cibi ci è stata imposta, nessuno c’è
la chiesta e la scienza pretende di dare delle rassicurazioni che non sarà mai
in grado di dare perché non è la verità assoluta. Lo stesso per l’economia;
prima diceva che non siamo più in grado di giudicare la civiltà contemporanea,
perché è diventata troppo complessa. Eppure, secondo me, la semplice
consapevolezza di questa situazione potrebbe portare anche il non esperto a dare
dei giudizi di principio laddove i sacerdoti, gli esperti moderni, pretendono
una fede cieca, assoluta.
Risposta:
Io sono perfettamente d’accordo
con Lei nel senso che chi è l’esperto? E’ colui a cui noi conferiamo la
credibilità del sapere. Quindi siamo noi i responsabili degli esperti perché
siamo noi a conferire l’autorità ad un così detto esperto. Ora, purtroppo,
se tutti quanti noi conferiamo autorità al sapere medico è poi chiaro che
questi si fanno pagare, ed è la cosa meno importante che si facciano pagare, ma
è chiaro che dopo mi trapiantano, mi tengono in vita, mi ammazzano, fanno
quello che vogliono; ormai le ho dato fede assoluta. Ma chi le ha dato fede
assoluta? Noi. E perché gliela diamo? Per via dei mezzi di comunicazione, degli
effetti di retorica a cui ci esponiamo quotidianamente attraverso la
televisione, attraverso internet. E allora la fine della democrazia è già qua;
qualcuno acquista l’autorità perché riponiamo in lui fiducia come effetto
medianico dei mezzi di persuasione.
Anche questo tutto proliferare di sondaggi: non è che i sondaggi sono delle
opinioni, il sondaggio sonda la capacità persuasiva dei mezzi di persuasione,
che effetto ha fatto questo messaggio su di loro. Dopo di che noi siamo delle
semplici risposte all’effetto persuasivo televisivo medianico. Lascio fuori i
giornali perché sono una miseria, vendono solo 6 milioni di copie in Italia di
cui 1milione e 500 mila Gazzetta dello Sport e Tutto Sport, quindi 4 milioni e
mezzo contro i 45 milioni di effetti televisivi. Qui non si fa politica, ma
qualche riflessione bisogna pur farla.
Domanda:
Posso chiederle alcune
cose? Mi ricordo di una sua frase un po’ riassuntiva del pensiero di questa
sera. Lei ha detto che solo il depresso sa cogliere veramente il significato
della vita, cioè il depresso coglie veramente che l’uomo non vale niente, che
la vita è insignificante, che vale la pena di farla finita. Allora andiamo al
nodo della questione: perché vivere? Adesso qualcuno ravvede, io parlo da
laico,uno scontro fra il trono e l’altare. Il papa ha i suoi valori, però
cerca di dire qualcosa all’uomo, lui “ha vinto” non è che ha vinto lui ma
il suo mondo, il Comunismo. Adesso vuole battere la tecnologia, il capitalismo
il non senso della morte dell’uomo.
Risposta:
Dunque ho detto che non
siamo ancora nel pieno svolgimento dell’età della tecnica e che l’economia
governi ancora la tecnica non c’è dubbio, però già l’economia incomincia
a non governare più la tecnica. Non è che l’economia ha detto troviamo le
cellule staminali - la tecnica ha trovato le cellule staminali , poi l’economia
ci si è buttata sopra perchè sarà un bel buisness. Ormai la tecnica produce
delle cose che poi incuriosiscono l’economia; ma non è che l’economia
induce la tecnica a scoprire delle cose. E’ già autonoma la tecnica dall’economia
come capacità di ideazione.
Per quanto concerne il problema è che tutte queste operazioni sono operazioni
sostanzialmente marginali. A me interessa sempre vedere qual’è il discorso
intorno a cui si organizza il mondo. Il mondo si organizza intorno alle parole
che dice Giovanni Paolo II ? No! Si organizza intorno a coloro che si rivoltano
alla globalizzazione? No! Sono volontà di poteri deboli rispetto alla volontà
di potenza forte che è la tecnica.
Il problema grosso, che vedo io, e drammatico consiste nel fatto che non è
neanche più possibile la rivoluzione. Perché la rivoluzione è un conflitto
tra l’uomo e la volontà, il servo e il padrone, e la rivoluzione ha senso
nella misura in cui una volontà, quella servile, modifica quella del padrone.
Oggi l’antagonismo non è tra due volontà ma è tra alcune volontà e una
struttura che non ha volontà che è la tecnica. Per giunta di questa struttura
io ho bisogno perché se no io muoio il giorno dopo. Se non ho il frigorifero,
se non ho la lavatrice, se non ho l’ombrello, se non ho l’ascensore ecc... e
quindi come faccio a fare la guerra alla tecnica. Non è un soggetto che ha
volontà, non è modificabile dalla mia esigenza. E quanti discorsi si
potrebbero tranquillamente eliminare tutte le volte che si discute. Facciamo un
esempio: ogni volta che si discute di eutanasia; se è lecita o meno, come se
fosse un problema morale. E’ già una pratica! Se tu stai soffrendo io ti do
un po’ di morfina, il giorno in cui smetto di dartela tu sei morto - se qui c’è
qualche medico me lo può confermare - e che io ti possa dare la morfina è già
nelle cose, quindi sto facendo eutanasia.
Non stiamo alle parole, guardiamo le pratiche di comportamento.
Domanda:
Allora siamo già in
una cultura di morte?
Risposta:
Secondo me la morte ha
sempre fiancheggiato la vicenda umana, non è che siamo arrivati ora ad una
cultura di morte. Anzi forse oggi siamo arrivati ad una fase in cui gli uomini
si ammazzano di meno. La morte ha sempre fiancheggiato la storia dell’uomo,
anche perché l’uomo è l’unico animale che sa di dover morire e quindi ha
sempre presente questo problema e lo utilizza continuamente nei confronti del
nemico e la pratica della morte è la pratica che coincide con quella dell’uomo.
Non è una cultura della morte perché si parla di eutanasia. Si muore anche
senza eutanasia, noi inventiamo dei problemi quando ci sono già delle pratiche
operative che gli hanno risolti? Se la tecnica può fare certe cose, davvero
credete che l’etica possa dire di no? - No! Per un po’ di tempo forse, poi
basta.
Come si può impedire a chi può di non fare - ciò che può? Se io non ho
strumenti più potenti della potenza tecnica? In questo senso io dico che i
valori sono invocazioni, che l’anti globalizzazione è un’invocazione, che
il riconoscimento che non siamo più rispettati democraticamente è un lamento
ma non è una forza che possa
interdire l’altra.
Questo è il problema. Mentre quando c’erano le rivoluzioni, perché le lotte
erano tra uomini, allora si c’erano le forze e poteva vincere l’uno o l’altro.
Oggi la rivoluzione è impossibile perché non c’è l’antagonista, perché l’antagonista
non è un uomo, non è una volontà, è un sistema freddo , razionale di cui
abbiamo bisogno e che temiamo.
Domanda:
Lei prima parlava di
squilibri a livello di competenza e pensavo che in questa situazione ci fossero
forme discriminatorie, come lei diceva. Forme antidemocratiche. Non Le chiedo
una previsione e neanche un ruolo di veggente - però, dico, è possibile
prevedere o annusare segnali che si possano chiarire subito per una gestione
futura dei poteri.
Perché, per esempio, se la politica è fortemente in crisi rimanendo convinto
che l’elemento fortemente legato al potere rimarrà come categoria,
trasformandosi entrando anche nelle dimensioni dell’etica, ma escluse dalla
tecnica, ma rimarrà: E’ possibile prevedere un nuovo modello di gestione del
potere?
Risposta:
Bisognerebbe riuscire a
capire quale sarà l’esito della contrapposizione tecnica-demografico e l’elemento
tecnico. Io qui vedo il luogo finale. Quei 5 miliardi e 200 milioni di uomini,
che chiamo demografia; che ne sarà di loro, che faranno in futuro? Se
continuano così a morire di fame e di sete ci va benissimo, detto brutalmente,
perché così noi possiamo andare avanti con il nostro “trend”. Quel giorno
che vogliono mangiare anche loro a magari emigrano, allora la contrapposizione
la vedo tra apparato tecnico e l’elemento demografico.
Domanda:
Lei ha iniziato il suo
discorso definendo l’uomo come tecnico. Individuando nella tecnica ciò che
distingue l’uomo dall’animale, poi ha proseguito soffermandosi su alcuni
momenti fondamentali della storia del mondo; l’uomo occidentale fino alla
seconda guerra mondiale. A me sembra di aver capito, quindi vorrei una conferma
o una smentita da parte Sua che, al momento attuale nel nostro mondo
occidentale, l’uomo e la tecnica sono due enti diversi, separati uno rispetto
all’altro.
La tecnica non è quindi legata all’uomo?
Risposta:
No. La tecnica non è
più legata all’uomo. Oggi l’apparato delle macchine raccoglie l’oggettivazione
dell’intelligenza umana. L’intelligenza umana è raccolta nelle macchine.
Ma la macchina è l’oggettivazione di questa intelligenza la quale è più
potente dell’uomo.
Il computer a più memoria di me e quindi il prodotto umano è più grande dell’uomo.
Più potente dell’uomo, e lavorare oggi significa guardare il buon
funzionamento delle macchine.
Cioè la struttura di controllo diventa più importante della struttura di
produzione perché per produrre ci sono loro.
|