L. Angeletti
Segretario generale della UIL
In primo luogo voglio
ringraziare tutti voi che siete a questo convegno, tutti i nostri ospiti che
hanno partecipato e che hanno dato, credo, dei contributi eccezionali in termini
sia d’informazioni, di competenze e di proposte, da parte mia cercherò in
pochi minuti di rispondere alla domanda del perché noi cerchiamo di aprire,
sviluppare ed implementare una discussione e un dibattito sul fenomeno del
mobbing in Italia e sul perché questo fenomeno non è, secondo noi, frutto di
una moda, perché se è vero che esiste sempre di più un numero consistente di
lavoratori che manifesta un disagio e finanche una sofferenza nel vivere la sua
esperienza di lavoratore, quest’affermazione e questa percezione e questa
consapevolezza, purtroppo crescente numericamente, di questo disagio non è
frutto di una moda, ma di alcuni fenomeni che, credo, debbano essere
attentamente valutati.
Noi viviamo, almeno
nelle società, diciamo così, occidentali, in Europa, una fase positiva di
grande attenzione alle persone, alla salute delle persone, alla dignità delle
persone, allo stesso diritto di riservatezza delle persone, sono tutti sforzi
che la società nel suo insieme fa, i risultati non sono sempre ottimali, ma
avvertiamo questo sforzo nel cercare di tutelare le persone, di tutelarci, si
spendono, credo, cifre significative per la tutela della salute, le ricerche sul
miglioramento delle tecniche per salvaguardare e prolungare la salute delle
persone sono ricerche che hanno un maggiore risalto nell’opinione pubblica,
sugli stessi mass-media.
I fenomeni dell’insicurezza,
dovuti alla criminalità o alle calamità naturali hanno un grande impatto sull’opinione
pubblica, coinvolgono, ovviamente, le forze politiche e le istituzioni nel
cercare di dare delle risposte, nel senso che il cittadino avverte che c’è
una tensione, poi, ovviamente, avverte anche la differenza che passa tra gli
auspici e la realtà, però avverte questa attenzione, questa valorizzazione a
difendere la libertà dell’individuale, a difendere la sicurezza, l’ambiente
e così via.
Quando questa persona
entra in un luogo di lavoro improvvisamente percepisce che tutta questa
attenzione diminuisce drammaticamente, drasticamente, allora la sua salute
fisica diventa una cosa secondaria, di cui non si parla; nel mese di settembre e
sono i dati di settembre, perché siamo ancora nel mese di ottobre, sono morte
83 persone lavorando, quindi probabilmente nella giornata di oggi,
statisticamente, ne sono morte 2 e, ovviamente, la cosa passerà assolutamente
sotto silenzio.
Ci sono mezzo milione d’infortuni
ogni anno, più o meno gravi, la libertà delle nostre persone, in quanto sono
in un posto di lavoro è assolutamente meno garantita se considerati invece come
semplici persone e la tutela è incredibilmente differente se veniamo presi come
cittadini, come persone e se, invece, veniamo considerati come lavoratori;
questa è una questione sulla quale non riflettiamo attentamente, ma le persone,
i milioni di lavoratori, questa differenza la percepiscono ed è frutto di una
cultura o degli stereotipi più che una cultura che negli ultimi anni,
paradossalmente, nel mentre avanzava una maggiore attenzione al valore della
persona e al valore del cittadino, nello stesso tempo c’è stata una
progressiva teoria di svalutazione del lavoro e, di conseguenza,
ineluttabilmente, del lavoratore, che quando sta nel proprio posto di lavoro
diventa un lavoratore e se si è potuto arrivare a certe conclusioni è perché
noi siamo in presenza di un atteggiamento di una sottovalutazione di un’idea
negativa del valore del lavoro, il lavoro viene sempre abbinato da coloro che
dovrebbero rappresentare l’opinione pubblica come un costo, un problema, gli
aspetti positivi nella creazione della ricchezza di un paese, quindi del
benessere di un paese, vengono rappresentati e attribuiti ad altri eroi: alle
imprese, ai capitali, agli azionisti, tutti gli aspetti negativi, tutti i
problemi sono, invece, del lavoro, costa troppo, non è flessibile, non è
produttivo, è scarsamente concentrato là dove servirebbe, non si mobilita, non
si sposta e questo ripetuto per mesi, anni, dà l’idea che, in fondo, il
lavoro non è, invece, quel valore che ha oggettivamente in una società, cioè
è lo strumento attraverso il quale i cittadini e la società realizzano degli
obiettivi, soddisfa delle esigenze, tutela e migliora la condizione di vita dei
cittadini.
Per questo motivo, io
credo che c’è oggettivamente questa differenza profonda tra quello che noi
avvertiamo essere la nostra dignità, i nostri diritti come persone, come
cittadini, rispetto a ciò che avvertiamo essere esattamente il contrario quando
diventiamo dei lavoratori, quindi non è una moda, è semplicemente, secondo me,
l’emergere di un fenomeno sociale e politico con caratteristiche diverse dagli
anni, dai decenni che abbiamo alle spalle, perché c’era meno differenza tra
la tutela e la dignità che veniva più o meno garantita del cittadino e del
lavoratore di quanto ce ne sia oggi, oggi c’è troppa differenza, per questo
esiste legittimamente questa percezione della violenza che si ha nei confronti
della propria dignità, della violenza che si ha nel vedere essere vittima di
soprusi, di abusi di potere, di violenze psicologiche e certe volte anche non
solo psicologiche.
Io credo che questa sia
una riflessione da fare per comprendere che il lavoro che noi dobbiamo svolgere
per dare una risposta positiva ai tanti lavoratori che sono vittime del mobbing
o, in genere, delle violenze psicologiche nei luoghi di lavoro, perché questo
è il nostro compito, noi dobbiamo vedere cosa concretamente possiamo fare.
C’è, in primo luogo,
un lavoro da fare per comprendere le radici di questo fenomeno, per comprenderne
le effettive dimensioni e natura, altrimenti rischieremmo e sarebbe
controproducente, rischieremmo che ogni piccolo o grande conflitto, che avviene
all’interno di un posto di lavoro, venga ascritto sotto la voce mobbing e
questo è il modo classico e un po’ troppo italiano, alla fine, per non essere
poi in grado di dare delle risposte effettive alle vere vittime del mobbing e
delle violenze psicologiche all’interno dei posti di lavoro.
Poi dobbiamo
comprendere e, poi, quello che dobbiamo fare è cominciare a capire che tante
regole, che noi abbiamo conquistato e trascritto sui contratti è a difesa della
dignità del lavoratore, a tutela della sua dignità professionale, erano regole
scritte per un modello di società e, per meglio dire, per un modello di forza
lavoro profondamente diverso da quello che noi abbiamo. Faccio solo un esempio e
se ne potrebbero fare molteplici, che riguarda le regole scritte nei contratti
e, finanche, nello statuto dei diritti dei lavoratori che tengono a
salvaguardare quelli che all’epoca erano considerati i lavoratori più deboli,
cioè i lavoratori che facevano lavori con scarso contenuto professionale, con
un’elevata, invece, fatica fisica o ripetitività del proprio lavoro e,
quindi, erano tutte regole tese a salvaguardare quella parte che oggettivamente
trent’anni fa o quarant’anni fa era considerata la più debole del mercato
del lavoro.
Oggi queste figure
professionali non sono scomparse, ma sono, paradossalmente, oltre che ad essere
diminuite da un punto di vista numerico, sono anche quelle meno vulnerabili,
alle quali, per esempio, la tecnologia è stata in grado di dare una risposta
positiva rispetto allo sforzo fisico e alla ripetitività e, nel contempo, una
gran parte di persone che non ha un sistema organizzativo del lavoro, diciamo
così, troppo prescrittivo, è, invece, meno tutelata, non riusciamo a scrivere
delle norme che, invece, siano in grado di tutelare questa parte ormai
maggioritaria delle figure professionali che esistono nel mondo del lavoro.
Quindi noi abbiamo di
fronte a noi la necessità di riscrivere delle norme a tutela del lavoratore,
della dignità del lavoratore, non con la logica di… perché subito si
alzeranno i nostri amici imprenditori a dire che vogliamo fare nuovi
regolamenti, mettere altri lacciuoli, irrigidire il sistema produttivo, renderlo
meno flessibile, meno competitivo, le solite propagande che conosciamo, no! La
vera questione è questa: che in ogni società equilibrata, normale, civile e
non uso altre definizioni, all’interno dei posti di lavoro deve esistere un
bilanciamento dei poteri, questo è il problema, non c’è nessuna società che
possa definirsi, non dico democratica, ma normale, avere davanti a sé una
prospettiva di un equilibrio stabile e duraturo, se, appunto, non c’è una
qualche forma di equilibrio nei poteri, all’interno del mondo del lavoro deve
valere la stessa logica, non può accadere che non ci sia un significativo
bilanciamento dei poteri tra chi ha il potere di organizzare il lavoro e chi
deve avere il potere di far sì che questa organizzazione del lavoro non sia
senza limiti e che, quindi, non possa prevedere la distruzione, l’assoggettamento,
l’annientamento e non uso questo termine a sproposito, della personalità
professionale e della dignità umana di quella persona.
Questo è quello di cui
noi abbiamo bisogno, aggiungo che questo è il compito principale di un
sindacato degno di tale nome, perché se un sindacato non riesce ad organizzare
delle regole in grado di far sì che ci sia questo equilibrio all’interno dei
posti di lavoro, è un sindacato che non esiste, che viene meno alla cosa più
importante per la quale vale la pena di militare, d’iscriversi ed associarsi
come lavoratore.
Quindi noi abbiamo
bisogno di capire che oggi siamo entrati in questa necessità: che gli anni nei
quali abbiamo dovuto subire una vera e propria campagna tesa a colpevolizzarci,
non tanto come sindacato, ma addirittura come lavoratori che volevano
rivendicare o dei diritti, delle condizioni, la salvaguardia della loro
dignità, non solo della quantità di soldi che vengono percepiti, è stata una
campagna che ha prodotto degli effetti eccessivi, per essere benevoli e
moderati.
Oggi esiste questo
problema, il potere delle imprese è eccessivo e noi non possiamo sperare solo
nel fatto di avere degli imprenditori, dei manager illuminati, che non
approfittano di questo eccessivo potere solo perché sono delle persone per bene
o sono illuminati e quindi si autolimitano, questo non è un modello
fisiologico, questo è un modello patologico di una società, ecco perché noi
abbiamo bisogno di riscrivere delle regole, abbiamo bisogno anche delle leggi,
che, ovviamente, ci aiutino, che aiutino i lavoratori, che aiutino i sindacati a
difendere questa dignità delle persone, questi sono i motivi fondamentali del
perché noi consideriamo una patologia il mobbing, ma è una patologia, come
tutte le patologie, rivelatrici di un malessere, di una malattia e noi vogliamo
curare, come dire, gli effetti evidenti, patologici, cercare anche di risalire
alla malattia che ha determinato questi effetti.
Quindi abbiamo bisogno
di nuove regole, abbiamo bisogno di nuovi legislatori che aiutino, non che si
sostituiscano, lo voglio dire a questi eminenti giuristi che abbiamo ascoltato,
le legislazioni di cui noi abbiamo bisogno sono legislazioni che non si
sostituiscano alla società o alla società organizzata, perché quello è un
modello di rapporto tra lo Stato e il cittadino che non ci porterebbe molto
lontano, noi abbiamo bisogno di un sistema legislativo che aiuti la società
organizzata a darsi delle regole, ad organizzarsi in maniera civile,
equilibrata, nelle quali gli interessi e i diritti delle varie componenti siano
adeguatamente in grado di essere rappresentate e tutelate.
Noi che cosa vogliamo
fare? Noi vogliamo e lo abbiamo già deciso, organizzare un osservatorio
nazionale sul mobbing e poi in grado, esso, di sollecitare e promuovere analoghe
iniziative a livello territoriale e anche a livello delle varie categorie, in
modo da costruire delle strutture, una rete che sia in grado di ascoltare,
perché una delle questioni che è stata già sollevata, che mi ha assolutamente
convinto, uno dei veri limiti rapidamente da superare, è l’isolamento delle
persone, l’isolamento del lavoratore, che si trova da solo e che non trova
persone e strutture in grado di dargli delle risposte, noi dobbiamo
faticosamente e lentamente fornire questa possibilità di ascolto e fornire poi
le condizioni professionali, tecniche e scientifiche per dargli delle risposte.
Quindi vogliamo
costruire questa rete, questi osservatori a livello nazionale per far sì che
queste persone, che, purtroppo, cresceranno, cioè ce ne sono tante, ma molte
non le conosciamo perché non sanno, perché sono invisibili, non hanno neanche
il potere, non hanno neanche il diritto di manifestare il loro disagio, perché
nessuno gli offre neanche questa possibilità, noi vogliamo fare queste cose,
vogliamo creare questa rete, fare in modo che le persone possano esporre i loro
problemi, essere realisticamente in grado di dare delle risposte, di indicare
delle soluzioni e quindi risolvere in qualche modo questo problema.
Questo è ciò che noi ci proponiamo e
per questo motivo cerchiamo di promuovere questi dibattiti, questi convegni in
giro per l’Italia, siamo convinti che anche con le altre organizzazioni riusciremo a fare delle cose unitarie, quindi anche a coinvolgere l’insieme
del movimento sindacale in queste iniziative, perché noi vogliamo risolvere
quello slogan che è stato fatto nel primo convegno sul mobbing: “chi tace
acconsente” e noi non dobbiamo tacere.
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