Harald Ege
Psicologo del lavoro e dell'organizzazione
(Quella che
si pubblica non è la trascrizione dell'intervento ma una sintesi riveduta dallo
stesso prof. H. Ege)
Con la parola Mobbing si intende una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di colleghi o superiori. La vittima di queste vere e proprie persecuzioni si vede emarginata, calunniata, criticata: gli vengono affidati compiti dequalificanti, o viene spostata da un ufficio all´altro, o viene sistematicamente messa in ridicolo di fronte a clienti o superiori. Nei casi piú gravi si arriva anche al sabotaggio del lavoro e ad azioni illegali. Lo scopo di tali comportamenti può essere vario, ma sempre distruttivo: eliminare una persona divenuta in qualche modo "scomoda", inducendola alle dimissioni volontarie o provocandone un motivato licenziamento.
Si tratta di una materia solo recentemente teorizzata, ma ben nota, più vicino alla nostra vita di quanto non avremmo mai immaginato. Il Mobbing si manifesta come un´azione (o una serie di azioni) che si ripete per un lungo periodo di tempo, compiuta da uno o più mobber per danneggiare qualcuno (che chiameremo mobbizzato), quasi sempre in modo sistematico e con uno scopo preciso. Il mobbizzato viene letteralmente accerchiato e aggredito intenzionalmente (il verbo inglese to mob significa "assalire, aggredire, affollarsi attorno a qualcuno") da aggressori che mettono in atto strategie comportamentali volte alla sua distruzione psicologica, sociale e professionale. I rapporti sociali si volgono alla conflittualità e si diradano sempre più, relegando la vittima nell´isolamento e nell´emarginazione più disperata.
Il Mobbing ha effetti devastanti sulla persona colpita: essa viene danneggiata psicologicamente e fisicamente, menomata della sua capacità lavorativa e della fiducia in se stessa. Risente spesso di sintomi psicosomatici, stati depressivi o ansiosi, tensione continua e incontrollata. L´esito ultimo - e non raro - è il suicidio: in Svezia un´indagine statistica ha rivelato che tra il 10 ed il 20% dei suicidi in un anno hanno avuto come causa scatenante forme depressive dovute a Mobbing. In questo Paese, all´avanguardia nello studio sul Mobbing, è stata aperta una clinica specialistica per mobbizzati, il Mobbing è stato dichiarato reato punibile penalmente ed i suoi effetti sono ritenuti malattia professionale. Le ricerche hanno dimostrato che il Mobbing può portare ad un danno psichico o psicofisico permamente, tale da consentire una regolare richiesta di risarcimento per invalidità professionale.
Ma il Mobbing non è solo questo: esso provoca anche un sensibile calo di produttività all´interno dell´azienda in cui si verifica: chi fa Mobbing o lo subisce fa registrare un forte calo di rendimento professionale, inoltre la vittima si assenta spesso per visite o periodi di malattia. Tale costo si ripercuote poi sull´intera società: una vittima di Mobbing è di solito pre-pensionata o invalidata dal lavoro, e secondo stime statistiche, un lavoratore costretto alla pensione a soli 40 anni costa già 1 miliardo e 200 milioni di Lire in più rispetto ad uno pensionato all´età prevista.
Il Mobbing ha quindi effetti ampiamente distruttivi, complicati dal fatto che scarse e tortuose risultano le possibilità di difesa. Si tratta in effetti di una materia delicatissima, in cui la legislazione è scarsa ed ambigua ed il confine tra lecito esercizio del comando ed il puro arbitrio aggressivo è più impalpabile che mai. In Italia si calcola che più di 1 milione di lavoratori soffrano per Mobbing. Esistono già ricorsi in giudizio per invadilità da vessazioni e persecuzioni sul lavoro che rientrano nella casistica del Mobbing ed alcune sentenze di risarcimento sono già state pronunciate. La strada per arrivare alla dichiarazione del Mobbing come malattia professionale risarcibile e come pratica criminale punibile penalmente é ancora lunga da percorrere. Stiamo muovendo solo ora i primi passi, ma è una battaglia da cambattere con coraggio e determinazione.
LE STRATEGIE DEL MOBBING
Il Mobbing è un fenomeno complesso, che può esprimersi in vari modi e i cui attori possono comportarsi secondo canoni diversi. Tuttavia, cominciamo a renderci conto che nel Mobbing esiste una costante: la vittima è sempre in una posizione inferiore rispetto ai suoi avversari. Inferiorità non riferita al potere, all´intelligenza o alla cultura, ma come status: durante un lungo periodo di tempo in cui subisce Mobbing, la vittima perde gradatamente la sua posizione iniziale, cioè perde
1. la sua influenza
2. il rispetto degli altri verso di lui
3. il suo potere decisionale
4. non di rado la salute
5. la fiducia in se stesso
6. gli amici
7. l´entusiasmo nel lavoro
8. se stesso
9. la sua dignità.
La gamma della strategie che un mobber può adottare è davvero diabolica. Ho saputo di impiegati trasferiti in uffici senza servizi igienici, impossibilitati a lasciare il proprio posto di lavoro per i bisogni fisici se non dopo umilianti telefonate; di maestre ridotte a bibliotecarie; di manager cinquantenni truffati con false promesse di riassunzione che si sono ritrovati a percepire stipendi irrisori e degradanti; di impiegate mobbizzate dal capoufficio come vendetta per i loro rifiuti di prestazioni sessuali. I casi più gravi riguardano persone giunte a meditare ed a attuare il suicidio, ultimo atto di un quadro depressivo dilaniante, o esasperate al punto da pensare ad uccidere il proprio persecutore. In molti casi l´azienda stessa si pone come mobber, e la vittima finisce stritolata in un meccanismo troppo più grande di lui (in questo caso si parla di Bossing).
I SINTOMI DEL MOBBING
Come si può ben immaginare, capire se una persona è stata, è o sta per essere mobbizzata non è cosa semplice. Prendendo ad esempio un periodo medio di 35 anni di lavoro e ragionando a livello statistico, possiamo supporre che almeno una volta nel corso della vita lavorativa ad ognuno di noi si presenti un caso di Mobbing, indipendentemente dal fatto che sia da noi vissuto in modo passivo (cioè se assistiamo da spettatori non coinvolti ad un caso di Mobbing nel nostro ufficio o verso un collega a noi vicino) o che invece ne abbiamo presa una parte attiva (come vittima o come mobber stesso).
Con questo vorrei evidenziare il fatto che il Mobbing non è un fenomeno nè estraneo e nè marginale nella vita di qualsiasi lavoratore. Ma attenzione: ciò non implica che sia un evento del tutto normale! Tutt´altro. Il Mobbing è un´aberrazione e un abuso, che dovrebbe essere combattuto e bandito dalla nostra società. La mia piccola statistica vuole mostrarci invece come a dispetto di ciò esso avvenga tranquillamente e impunemente vicino a noi, probabilmente anche con maggiore frequenza di quanto ipotizzato. Il Mobbing avviene perchè nessuno lo impedisce: gli spettatori non tentano di fermare il mobber, e con il loro silenzio, lo favoriscono. Davanti al Mobbing infatti si tace e si fa finta di non vedere.
Il perchè non è giustificabile, ma almeno comprensibile: la paura. Paura di essere coinvolti, di fare una brutta figura, di essere poi accusati a nostra volta di qualcosa, di avere ritorsioni di qualche genere, di perdere eventualmente il lavoro (specialmente nel caso di Bossing). Paura, forse, di affermare le proprie convinzioni anche a dispetto di tutti gli altri. Potremmo affermare che esiste una specie di omertà professionale, che innalza un muro di silenzio dietro a cui il mobber può agire indisturbato. Nel Mobbing, purtroppo, vale un vecchio detto: "Chi tace acconsente e partecipa".
Il Mobbing è dunque sempre esistito, ma solo adesso comincia a diffondersi una sua teorizzazione. Finora è sempre stato passivamente accettato come parte del gioco. I commenti più frequenti che ho ricevuto parlando di Mobbing sono stati: "Purtroppo ci si deve adattare" o "Queste sono le regole del lavoro". Ebbene, è veramente necessario che ognuno di noi riveda le sue convinzioni e i suoi pregiudizi. Il Mobbing non è la regola da accettare passivamente, ma un abuso da combattere.
LE FASI DEL MOBBING: IL MODELLO ITALIANO EGE A 6 FASI
Il Mobbing non è una situazione stabile, ma un processo in continua evoluzione. Sulla base di ciò, gli esperti tedeschi e svedesi hanno cercato di definire gli stadi che il Mobbing attraversa, per cercare di capirne così i metodi e le prerogative. Il modello più famoso è quello a 4 fasi elaborato da Leymann, lo studioso che è ritenuto il fondatore di questo nuovo ramo della Psicologia del Lavoro, che è ampiamente presentato e discusso nei miei libri. Come ho già avuto modo di affermare, tuttavia, ritengo che il modello di Leymann rifletta una percezione del Mobbing prettamente applicato alla realtà svedese, in cui egli operava, con una valida e precisa integrazione derivata dalle sue radici culturali tedesche. Per questo motivo, presumibilmente, il modello di Leymann, oltre ad avere un´indiscussa validità nell´area scandinava, si presta in modo eccezionale all´applicazione anche all´interno di studi condotti in Germania. Quando mi sono trovato ad analizzare la situazione italiana, però, mi sono reso conto che le cose stavano in modo ben diverso. Il modello di Leymann applicato in Italia lasciava infatti troppi vuoti da colmare in modo approssimativo, troppi quesiti aperti e troppe risposte prive di quell´esattezza che uno studio scientifico richiede.
Ciò di cui mi sono reso conto è stato che non era il modello ad essere inesatto (la sua validità era in effetti provata in modo indiscutibile), bensì erano le caratteristiche stesse della situazione italiana che male si adattavano al modello stesso, rendendolo troppo vago ed impreciso. Dunque, sono giunto alla conclusione che il modello di Leymann è inadeguato ed inapplicabile ad una realtà sociale come quella italiana, essendo questa per troppi versi distante ed inconfrontabile da quella germanica o nordeuropea all´interno della quale, e per la quale, esso era stato elaborato. Conseguentemente ho dovuto necessariamente operare degli aggiustamenti sul modello base, per renderlo adatto all´applicazione alla realtà del Mobbing italiano. Il risultato a cui sono giunto è stato un modello che ancora si fonda su Leymann, ma che ne costituisce un ampliamento. Il mio modello, che ho chiamato modello italiano Ege, si compone di sei fasi di Mobbing vero e proprio, legate logicamente tra loro e precedute da una sorta di pre-fase, detta Condizione Zero, che ancora non è Mobbing, ma che ne costituisce l´indispensabile presupposto. Per una maggiore comprensione, vediamo le sei fasi e la pre-fase con l´aiuto di un esempio.
LA "CONDIZIONE ZERO"
Non si tratta di una fase, ma di una pre-fase, di una situazione iniziale normalmente presente in Italia e del tutto sconosciuta nella cultura nordeuropea: il conflitto fisiologico, normale ed accettato. Una tipica azienda italiana è conflittuale. Sono poche le aziende che sfuggono a questa regola. Questa conflittualità fisiologica non costituisce Mobbing, anche se è evidentemente un terreno fertile al suo sviluppo. Si tratta di un conflitto generalizzato, che vede tutti contro tutti e non ha una vittima cristallizzata. Non è del tutto latente, ma si fa notare di tanto in tanto con banali diverbi d´opinione, discussioni, piccole accuse e ripicche, manifestazioni del classico ed universalmente noto tentativo generalizzato di emergere rispetto agli altri. Un aspetto è fondamentale: nella "condizione zero" non c´è da nessuna parte la volontà di distruggere, ma solo quella di elevarsi sugli altri.
Vediamo un esempio pratico: un´azienda di servizi che elabora programmi di computer e software. I tempi di consegna sono sempre strettissimi e i dipendenti sono continuamente sottoposti a superlavoro. Matteo è un programmatore dipendente di questa azienda: a volte si trova in difficoltà e indietro col lavoro, ma nessun collega può e vuole aiutarlo, perché impegnato a gestire i suoi stessi tempi strettissimi. Inoltre, nell´azienda esiste una forte competitività: ogni dipendente che riesce a consegnare in tempo il lavoro riceve una gratificazione, mentre chi resta indietro corre seri rischi. In conseguenza di tutto questo, i rapporti personali tra tutti i colleghi (e non solo nei confronti di Matteo) sono praticamente inesistenti e improntati a una gelida cortesia formale.
LA 1° FASE: IL CONFLITTO MIRATO
E´ la prima fase del Mobbing in cui si individua una vittima e verso di essa si dirige la conflittualità generale. Il conflitto fisiologico di base dunque prende una svolta, non è più una situazione stagnante, ma si incanala in una determinata direzione. a questo momento l´obiettivo non è più solo quello di emergere, ma quello di distruggere l´avversario, fargli le scarpe. Inoltre, il conflitto non è più oggettivo e limitato al lavoro, ma sempre più adesso sbanda verso argomenti privati.
Nel nostro esempio, Matteo riceve una cospicua gratificazione per aver portato a termine in tempo un importante lavoro. Questo suscita invidia nei colleghi che temono di venire ingiustamente surclassati: ora, pensano, il capufficio privilegerà lui invece di noi. Cominciano così a isolarlo e a prenderlo in giro: "Sei tu il fenomeno, quindi non hai bisogno di consigli da parte nostra".
LA 2° FASE: L`INIZIO DEL MOBBING
Gli attacchi da parte del mobber non causano ancora sintomi o malattie di tipo psico-somatico sulla vittima, ma tuttavia le suscitano un senso di disagio e fastidio. Essa percepisce un inasprimento delle relazioni con i colleghi ed è portata quindi ad interrogarsi su tale mutamento.
Matteo è ora fatto bersaglio di veri e propri attacchi: è accusato di stakanovismo e di superbia nei confronti dei colleghi. Prima era spesso attaccato, ora ogni problema viene gettato su di lui, che è diventato ormai il capro espiatorio dell´intero ufficio: "La colpa del ritardo è sua, voleva fare tutto da solo", "Non ci ha informato per avere da solo tutto il vantaggio", "Quello vuole farci le scarpe a tutti". Matteo si accorge della freddezza che improvvisamente lo circonda e comincia a chiedersi cosa mai ha fatto per meritarsela.
LA 3° FASE: PRIMI SINTOMI PSICO-SOMATICI
La vittima comincia a manifestare dei problemi di salute e questa situazione può protrarsi anche per lungo tempo. Questi primi sintomi riguardano in genere un senso di insicurezza, l´insorgere dell´insonnia e problemi digestivi.
A furia di interrogarsi, il nostro Matteo è arrivato al punto che la situazione in ufficio è diventata un chiodo fisso: non dorme più bene, si sveglia spesso in preda a incubi, comincia ad avvertire tremori alle gambe quando va in ufficio e entra in una lieve depressione, poiché vede che non riesce in nessun modo a migliorare le cose.
LA 4° FASE: ERRORI ED ABUSI DELL`AMMINISTRAZIONE DEL PERSONALE
Il caso di Mobbing diventa pubblico e spesso viene favorito dagli errori di valutazione da parte dell´ufficio del Personale. La fase precedente, che porta in malattia la vittima, è la preparazione di questa fase, in quanto sono di solito le sempre più frequenti assenze per malattia ad insospettire l´Amministrazione del Personale.
In seguito ai sintomi psicosomatici che avverte, Matteo va una prima volta in malattia, ma al ritorno in ufficio le cose sono anche peggio: ora i colleghi lo prendono in giro anche per avere, a loro dire, rimediato delle vacanze extra quando loro era oberati di lavori. Matteo cerca di resistere, ma deve chiedere altri giorni di permesso: l´insonnia si è aggravata e la depressione è sempre più profonda, non riesce a entrare in ufficio e a mettersi al lavoro. L´ufficio personale, allarmato anche dal ritardo del lavoro, nota le ripetute assenze di Matteo e comincia a indagare: la soluzione più facile è inviare richiami disciplinari a una sola persona (Matteo) piuttosto che a tutto l´ufficio.
LA 5° FASE: SERIO AGGRAVAMENTO DELLA SALUTE PSICO-FISICA DELLA VITTIMA
In questa fase il mobbizzato entra in una situazione di vera disperazione. Di solito soffre di forme depressive più o meno gravi e si cura con psicofarmaci e terapie, che hanno solo un effetto palliativo in quanto il problema sul lavoro non solo resta, ma tende ad aggravarsi. Gli errori da parte dell´amministrazione infatti sono di solito dovuti alla mancanza di conoscenza del fenomeno del Mobbing e delle sue caratteristiche. Conseguentemente, i provvedimenti presi sono non solo inadatti, ma anche molto pericolosi per la vittima. Essa finisce col convincersi di essere essa stessa la causa di tutto o di vivere in un mondo di ingiustizie contro cui nessuno può nulla, precipitando ancora di più nella depressione
Matteo è in piena depressione: non riesce più a dormire o ad andare avanti senza pastiglie. Ora è convinto più che mai che tutto il mondo ce l´ha con lui, non solo i colleghi, ma anche l´azienda stessa, che lo richiama, lo rimprovera, gli nega permessi, ferie e aspettative.
LA 6° FASE. ESCLUSIONE DAL MONDO DEL LAVORO
Implica l´esito ultimo del Mobbing, ossia l´uscita della vittima dal posto di lavoro, tramite dimissioni volontarie, licenziamento, ricorso al pre.pensionamento o anche esiti traumatici quali il suicidio, lo sviluppo di manie ossessive, l´omicidio o la vendetta sul mobber. Anche questa fase è preparata dalla precedente: la depressione porta la vittima a cercare l´uscita con le dimissioni o licenziamento, una forma più grave può portare al pre- pensionamento o alla richiesta della pensione di invalidità. I casi di disperazione più seri si concludono purtroppo in atti estremi.
Matteo, ormai incapace di reggere ancora la pressione a cui è sottoposto, si dimette. Le sue referenze per un altro eventuale impiego, non sono certo delle migliori, e comunque, prima di riprendere il lavoro, ha bisogno di riposo e di cure per uscire dal tunnel della depressione e riprendere fiducia in se stesso.
IL DOPPIO-MOBBING
Quello che ho chiamato Doppio Mobbing è un´altra situazione che ho riscontrato frequentemente in Italia, ma di cui non si trova traccia nella ricerca europea sul Mobbing. Come ho già affermato, il Doppio Mobbing è legato al ruolo particolare che la famiglia ricopre nella società italiana.
In Italia, il legame tra individuo e famiglia è molto forte; la famiglia partecipa attivamente alla definizione sociale e personale dei suoi membri, si interessa del loro lavoro, della loro vita privata, della loro realizzazione e dei loro problemi: virtualmente non scompare mai dall´esistenza dei suoi componenti: si fa da parte, forse, ma è sempre presente a fornire consigli, aiuti, protezione. Conseguentemente, possiamo ipotizzare che, in linea generale, la vittima di una situazione di Mobbing tenda a cercare aiuto e consiglio a casa. Qui sfogherà la rabbia, l´insoddisfazione o la depressione che ha accumulato durante una giornata lavorativa passata sotto i colpi del mobber. E la famiglia assorbirà tutta questa negatività, cercando di dispensare al suo componente in crisi quanto più ha bisogno in termini di aiuto, protezione, comprensione, rifugio ai propri problemi. La crisi porterà necessariamente ad uno squilibrio dei rapporti, ma la famiglia ha molte più risorse e capacità di ripresa di un singolo, e riuscirà a tamponare la falla.
Il Mobbing, però, non è un normale conflitto, un periodo di crisi che si concluderà presto. Il Mobbing è un lento stillicidio di persecuzioni, attacchi e umiliazioni che perdura inesorabilmente nel tempo, e proprio nella lunga durata ha la sua forza devastante. La vittima soffre e trasmette la propria sofferenza al coniuge, ai figli, ai genitori per molto tempo, il più delle volte anni. Il logorìo attacca la famiglia, che resisterà e compenserà le perdite, almeno per un certo tempo, ma quando le risorse saranno esaurite, entrerà anch´essa in crisi. Come un barattolo, che ha un suo limite di capienza , così una famiglia può assorbire fino ad un certo limite i lamenti di uno dei suoi membri.
Infatti, nello stesso momento in cui la vittima si sfoga, è come se delegasse i suoi famigliari a gestire la rabbia, la depressione, l´aggressività, il malumore accumulati. E giorno dopo giorno, per mesi e anni, il barattolo si riempe, avvicinandosi sempre di più alla saturazione. Se questo avviene, la situazione della vittima di Mobbing crolla. La famiglia protettrice e generosa improvvisamente cambia atteggiamento, cessando di sostenere la vittima e cominciando invece a proteggere se stessa dalla forza distruttiva del Mobbing. Ciò significa che la famiglia si richiude in se stessa, per istinto di sopravvivenza, e passa sulla difensiva. La vittima infatti è diventata una minaccia per l´integrità e la salute del nucleo famigliare, che ora pensa a proteggersi prima, ed a contrattaccare poi. Si tratta naturalmente di un processo inconscio: nessun componente sarà mai consapevole di aver cessato di aiutare e sostenere il proprio caro.
Il Doppio Mobbing indica la situazione in cui la vittima si viene a trovare in questo caso: sempre bersagliata sul posto di lavoro e per di più privata della comprensione e dell´aiuto della famiglia. Il Mobbing a cui è sottoposto è raddoppiato: ora non è solo presente in ufficio, ma continua, a con altre modalità, anche dopo, a casa.
IL BOSSING
Il Bossing è una forma di Mobbing pianificato, ossia programmato dall´azienda stessa o dai vertici dirigenziali come vera e propria strategia aziendale di riduzione, ringiovanimento o razionalizzazione del personale, oppure di semplice eliminazione di una persona indesiderata. Essa viene compiuta dai quadri o dai dirigenti dell´azienda con lo scopo preciso di indurre il dipendente divenuto "scomodo" alle dimissioni, al riparo da qualsiasi problema di tipo sindacale. Il Bossing può attuarsi in modi diversi, ma tutti tendono alla creazione attorno alla persona da eliminare di un clima di tensione insopportabile: atteggiamenti severi, minacce, rimproveri, a volte anche sabotaggi venuti dall´alto, difficilmente dimostrabili.
Quasi sempre si gioca ad ogni livello possibile: si tratta di una vera e propria ricerca finalizzata a distruggere i dipendenti (o un dipendente specifico). Spesso anche un semplice ed insignificante errore di distrazione commesso nella compilazione di un modulo può diventare per il datore di lavoro uno strumento di persecuzione e di accusa. Siamo di fronte a programmi moralmente difficili da capire, in cui più o meno tutto è permesso: il mobber, l´aggressore, è l´azienda stessa che, evidentemente, ha il coltello dalla parte del manico.
Altre volte l´azienda non ha nemmeno bisogno di ricorrere a mezzi estremi: è sufficiente già togliere al dipendente scomodo i suoi status-simbol così duramente guadagnati (la macchina dell´azienda, il telefono cellulare, etc.) oppure affidargli di punto in bianco dei lavoracci in cui egli si trovi non soltanto degradato e dequalificato, ma anche privato di qualsiasi opportunità di compiere qualcosa di costruttivo.
Ci sono addirittura delle aziende che giocano si può dire "a carte scoperte", attuando veri e propri ricatti nei confronti dei dipendenti da eliminare del tipo: "Se Lei non vuole andarsene, allora da oggi in poi può occuparsi dell´archivio, o del magazzino". Senza parlare di tutta la serie delle "transazioni" che possono essere proposte al dipendente (il più delle volte senza che egli abbia effettivamente nessuna scelta), giocando sulla sua necessità di mantenere in qualche modo il suo posto di lavoro. In questo modo un impiegato di terzo livello si ritrova a riordinare il magazzino, e un´insegnante è costretta a fare la bibliotecaria.
Il Bossing esiste ed è documentato in tutta Europa; in Italia trova più che mai condizioni favorevoli per prosperare grazie alla crisi latente e continuativa che causa necessariamente un elevato livello di disoccupazione e, conseguentemente, un´altissima paura da parte dei lavoratori di perdere il proprio posto. In questa situazione la pressione che il datore di lavoro ha la possibilità di esercitare sul dipendente con la minaccia del licenziamento diventa facilmente uno strumento di Bossing, o Mobbing pianificato.
La facilità con cui sempre più ditte ricorrono a questi mezzi poco ortodossi per operare rivoluzioni nel proprio personale è impressionante e direttamente collegata al clima di crisi economica in cui il mondo industrializzato si dibatte ormai da anni. Tuttavia, chi pratica il Bossing evidentemente non conosce, o non si rende conto, delle conseguenze deleterie che alla lunga potrebbero rivelarsi con forza. Innanzitutto, non si calcola quanto costa effettivamente il Bossing all´azienda nel periodo fisiologico che intercorre da quando lo si inizia a quando arriva al suo esito, cioè mentre un dipendente accusa i problemi psicosomatici legati alla tensione e all´insicurezza. Se una persona sta male, psicologicamente e fisicamente, si mette in malattia, o chiede permessi per sottoporsi a visite ed esami: è cioè per molto tempo assente dal lavoro, e tuttavia retribuita. Anche quando è presente sul lavoro, poi, il suo rendimento produttivo è sensibilmente inferiore rispetto al solito: non è più concentrata o attenta, se è in preda alla depressione potrebbe davvero non riuscire più ad applicarsi anche minimamente.
Più un dipendente resiste al Bossing e più i costi della ditta aumentano: deve pagare una persona che o è assente o non rende più al massimo, e spesso addirittura pagare già il suo futuro sostituto, che deve imparare il lavoro per subentrargli. Ci sono persone in grado di resistere agli attacchi di Bossing per anni, semplicemente perchè quel lavoro è tutto quello che hanno e non sono disposti per nessun motivo a lasciarlo. L´azienda perde denaro e il lavoratore perde la salute. Inoltre, anche chi cede, si dimette e cerca un altro impiego, in questo secondo posto di lavoro non renderà mai più al cento per cento: infatti potrebbe avere risentito psicologicamente della precedente storia di Bossing, o semplicemente aver perso ogni fiducia in qualsiasi azienda e non essere più disposto a darle il meglio di sè. E´ difficile che una ditta riesca a comprendere queste problematiche, ma nei casi in cui vertici aziendali intelligenti e previdenti hanno valutato queste conseguenze, il risultato sono stati contratti collettivi interni in cui il Bossing è esplicitamente vietato. Nel dicembre 1993, la Volkswagen AG di Wolfsburg, Germania, per far fronte alla crisi, adottò il provvedimento di portare la settimana lavorativa a 28 ore per tutti i dipendenti, abbassando conseguentemente gli stipendi. In questo modo potè evitare molti licenziamenti: meno lavoro, ma per tutti!
LE SOLUZIONI AL MOBBING
Cercare di prevenire il Mobbing sembra proprio il mezzo più efficace per evitarlo, e ciò è possibile attraverso un´adeguata formazione sia a livello aziendale che personale. Per quanto riguarda le soluzioni al problema esistente, la ricerca straniera ha raggiunto già alcuni ragguardevoli risultati. Le vie d´uscita però sono necessariamente condizionate al contesto culturale in cui devono essere applicate, per cui diventa fondamentale in fatto di soluzione un´esame appronfondito della situazione italiana. Cruciale per la lotta al Mobbing risulta ugualmente anche la conoscenza del problema da parte della vittima stessa, ma anche del suo datore di lavoro o dei colleghi, oltre che, in ultima analisi di tutta la società. Tutti dobbiamo essere veramente interessati a fermare il Mobbing, altrimenti esso continuerà a causare danni irreparabili alla vittima, all'azienda, alla società intera. Per combattere qualcosa, dobbiamo prima imparare a conoscerlo.
Sono convinto che un ottimo punto di partenza per l'intervento sul Mobbing consista in un profondo lavoro di sensibilizzazione dell'opinione pubblica a tutti i livelli, un'opera formativa, quindi, che dovrebbe focalizzarsi prima di tutto sul posto di lavoro, ma non trascurare le scuole e l´assistenza pubblica. La formazione consiste nel rendere consapevoli le persone del fenomeno, in modo che queste sappiano riconoscerlo nel caso in cui comincino a provarne l´esperienza. Come sappiamo, la paura di un fenomeno ed i danni che gli sono connessi, si riducono enormemente quando si conosce ciò che si affronta: come dimostrano le ricerche effettuate all´estero, le aziende che hanno formato i loro dipendenti e collaboratori attraverso seminari sul Mobbing hanno ottenuto un enorme vantaggio in termini di soddisfazione sul lavoro e riduzione di costi aggiuntivi riguardo al personale.
Una diffusa conoscenza del problema risulta poi cruciale anche per la vittima stessa del Mobbing. Nell´attuale situazione infatti il mobbizzato percepisce un crescente malessere e tende a cercare una soluzione presso le strutture di assistenza finora conosciute. Esse però non sono necessarimente preparate ad intervenire sul Mobbing, per cui difficilmente riescono ad individuare le reali cause dei problemi dell´individuo. I medici e gli psicologi non lavorano in un ufficio e così sono abbastanza lontani dall´atmosfera di un posto di lavoro che non assomiglia al loro, non possono conoscere direttamente le condizioni in cui si lavora negli uffici o nei reparti produttivi.
Così, senza con questo voler in nessun caso gettare discredito sulla categoria, per un medico è difficile capire cosa sia il Mobbing e cosa esso implichi. Egli cercherà una spiegazione razionale al fenomeno, come se si trattasse di una normale malattia. Nei casi di Mobbing però non troverà mai una spiegazione capace di soddisfare il suo istinto di scienziato naturalistico. Un medico ha bisogno di contesti chiari, scientificamente dimostrabili per fare una diagnosi. Molti medici non riconoscono ancora lo stress come causa di malattia e quelli che lo riconoscono comunque non hanno la cura da prescrivere. Allo stesso modo, non c´è una medicina che inibisca nella vittima i sintomi del Mobbing per cui, chiaramente, davanti a queste situazioni il medico, anche se molto qualificato, si trova a disagio.
Gli psicologi sono in un´altra situazione: sicuramente sono più abituati ad avere a che fare con sintomi soggettivi e opinabili. Purtroppo per la maggioranza di loro (e soprattutto per quelli italiani) il Mobbing è ancora sconosciuto, per cui non sono preparati ad affrontare un paziente mobbizzato. Il Mobbing infatti non fa (ancora) parte degli studi e delle discipline universitarie psicologiche. Le ricerche all´estero ed in Italia hanno dimostrato che la maggioranza degli psicologi hanno finora cercato di combattere i sintomi del Mobbing con i metodi tradizionali con cui si affrontano i casi di stress e di depressione: si cerca di solito di paragonare la situazione attuale del paziente con altre situazioni nella sua vita. Se egli si sente perseguitato e mobbizzato dai colleghi, allora si conclude di solito che soffre di una qualche forma di paranoia. Si trova forse nella sua storia una relazione disturbata con i genitori: ecco la causa delle sue difficoltà interpersonali, e così via. Purtroppo si fa spesso ricadere la colpa sulla vittima stessa, cosa che aggrava sensibilmente la sua situazione: si sentirà comprensibilmente ancora più isolata - lo dice anche lo psicologo o il medico - e quindi perderà sempre di più qualsiasi fiducia verso il suo ambiente. Può verificarsi una situazione molto pericolosa per la vittima, determinata da un´azione esterna condotta da chi interviene sui sintomi apparenti: un circolo vizioso la cui origine sarebbe la diagnosi errata di colui o coloro che ascoltano la testimonianza della vittima stessa.
I danni potrebbero essere immediatamente limitati se un´azienda preparata ad affrontare il Mobbing collaborasse fin da questa fase con un esperto del fenomeno per mediare il conflitto e portarlo ad una soluzione. Tramite la consulenza di un esperto è possibile sedare il conflitto attraverso un incontro generale con gli attori. All´esperto si deve anche attribuire il compito di condurre la mediazione tra i mobber, le vittime, i colleghi, il rappresentante dell´Amministrazione ed i quadri direttivi. La mediazione copre il ruolo di formare la coscienza degli attori rispetto alla presenza del fenomeno Mobbing all´interno dell´azienda; inoltre ha il compito di cercare una soluzione adeguata per la vittima, ma questa operazione deve essere compiuta in sintonia perfetta con i / il mobber e l´amministrazione con i quadri direttivi, infatti per realizzare una concreta integrazione tutti gli attori devono essere presenti al processo di consapevolezza realizzato dalla suddetta mediazione.
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