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SERVIZI > Associazione per la difesa e l'orientamento dei consumatori > Pillole di orientamento al consumo > La televisione che “ingrassa” i bambini

La televisione che “ingrassa” i bambini

E’ noto che una delle emergenze dei paesi occidentali, tra cui l’Italia, è costituita dalla crescente obesità dei bambini. La discussione sulle merendine a scuola è più che mai attuale, facendo scontrare i salutisti che vorrebbero vietarle per legge e le industrie del settore che si preoccupano della riduzione delle quote di mercato.

Ma quale responsabilità ha il bombardamento pubblicitario televisivo sulla cattiva cultura alimentare nei minori? Ebbene, un bambino italiano che guarda una media di 3 ore di televisione al giorno, subisce 32.850 pubblicità di alimenti nell’arco di un anno. Una pubblicità di prodotti alimentari ogni 5 minuti! Sono il doppio della media europea e giocano su logiche edonistiche per suggestionare i più piccoli, la fascia protetta serve a poco. E’ forse anche per questo che i bambini italiani sono in soprappeso più dei loro coetanei europei. Il 27% dei maschi tra 6 e 17 anni supera la soglia dell’obesità e il 21% delle femmine è oltre i percentili.

Questi dati hanno trovato riscontro anche in una recente ricerca Coop-Associazione nazionale cooperative di consumatori (definita "In bocca al lupo”). La ricerca ha monitorato per 15 giorni la fascia oraria protetta - quella tra le 16:00 e le 19:00 - di 6 reti televisive in Italia, le tre reti Rai e le tre Mediaset, e di ventiquattro tv, pubbliche e private, di altri 10 Paesi europei: Spagna, Grecia, Polonia, Norvegia, Svezia, Olanda, Germania, Regno Unito, Francia e Portogallo. Le differenze tra i paesi sono enormi. La Svezia trasmette soltanto un quindicesimo degli spot trasmessi in Polonia, e un decimo di quelli trasmessi in Italia. E proprio la Svezia, assieme a Norvegia, Portogallo e Polonia, non trasmettono pubblicità negli orari della fascia protetta. In Italia gli spot di alimenti ipercalorici sono il 36% della pubblicità alimentare e nessuno avverte di consumare tali prodotti con moderazione. Al contrario, in Spagna, Portogallo, Polonia, Gran Bretagna e Francia, l’idea di usare la pubblicità per insegnare a mangiare bene è una pratica affermata.

Anche il linguaggio pubblicitario è diverso. Nel 64% degli spot italiani sono presenti elementi di divertimento, erotismo, felicità e entusiasmo. L’induzione all’acquisto si manifesta con situazioni di affettività e svago, dove la figura dei grandi serve a dare autorità al messaggio. Nel resto d’Europa invece le pubblicità sono meno suggestive e più razionali, la merendina fa crescere e fa diventare forti. Diversa la distribuzione pubblicitaria tra pubblico e privato. Dei 1.256 spot analizzati in Italia, 970 sono trasmessi su Mediaset e solo 286 sulle reti Rai.

Il paradosso che emerge anche dalla ricerca è che sebbene l’Italia sia uno dei Paesi più bombardati da pubblicità alimentari, è anche uno tra i pochi Stati ad avere contemporaneamente regolamenti in materia di pubblicità, organismi per la tutela dei minori, giurì di autotutela, fasce orarie pomeridiane protette, sistemi per l’indicazione audiovisiva della pubblicità, e autoregolamentazioni delle televisioni.

Si tratta dunque di una questione di cultura.

L’amara conclusione è che debba nascere una forte coscienza condivisa tesa a rigettare un modo così subdolo di ingannare bambini e genitori. Come cittadini, e come associazioni dei consumatori in particolare, dobbiamo costruire una rete di controinformazione che faccia capire i rischi di questa aggressione pubblicitaria, per essere coscienti come adulti e aiutare i nostri figli a crescere dotati degli anticorpi necessari a neutralizzare la comunicazione pubblicitaria. In tal senso le scuole sono importanti ancora una volta. Decisive nel compito civico di alimentare il senso di cittadinanza e di consapevolezza al consumo.

Trento, 11 giugno 2007

 

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