Il T – Sabato 7 febbraio 2026
Patto per i salari, nessun passo avanti
L’OPINIONE/2
Nel luglio scorso la Provincia autonoma di Trento ha sottoscritto con le associazioni imprenditoriali e sindacali il «Patto per la crescita delle imprese e delle politiche salariali» nel tentativo di sostenere il rilancio delle retribuzioni dei lavoratori trentini, notoriamente le più basse del Nord Est italiano. Si è trattato di un passaggio importante nella storia recente delle relazioni industriali in Trentino considerato anche l’impegno economico significativo messo in campo dalla Provincia per sostenere la contrattazione collettiva aziendale e territoriale. Una misura indubbiamente coraggiosa e un’inversione di tendenza rispetto ad un’amministrazione provinciale che, fino a quel momento, aveva strizzato l’occhio solamente agli interessi delle imprese.
Facendo seguito alla firma dell’intesa, esponenti di primo piano delle associazioni imprenditoriali, hanno espresso la necessità di passare dalle parole ai fatti, per il rilancio dei salari attraverso l’aumento della produttività. Purtroppo, al momento, almeno per il settore di mia competenza – con particolare riferimento alle imprese che in Provincia applicano i contratti collettivi del legno – l’accordo non è bastato a rilanciare la contrattazione collettiva. Le aziende più grandi e strutturate, spesso associate a Confindustria, nonostante gli aumenti di produttività e con fatturati sempre in crescita, rivendicano il proprio diritto a premiare – eventualmente – i singoli lavoratori, lontano da logiche «collettive» e da accordi con le organizzazioni sindacali giudicati troppo vincolanti.
Pesa, certamente, l’incertezza dei mercati determinata in primis – ma non solo – dalle politiche commerciali di Donald Trump. Ma chi fa – o prova a fare – contrattazione collettiva, sa bene che, per certi imprenditori, non è mai il momento giusto per affrontare il «problema» delle richieste sindacali volte a riconoscere un premio di risultato che, tra l’altro, oggi in virtù della legge di bilancio 2026, può godere di una tassazione minima pari all’1%, a vantaggio del lavoratore.
Purtroppo queste imprese vivono le relazioni sindacali essenzialmente come un limite ad una libertà d’impresa che dovrebbe essere, invece, dal loro punto di vista, assoluta. Anche gli aumenti derivanti dai rinnovi dei contratti nazionali vengono quindi mal tollerati. E non c’è incentivo o sgravio Irap che tenga: meglio proseguire così come si è sempre fatto, con incentivi solo a chi – a loro detta – «ha voglia di lavorare».
Fortunatamente non tutti gli imprenditori condividono questa modalità di pensiero. Non sono poche le imprese che – al contrario – valorizzano le buone relazioni sindacali per evitare il turnover e attrarre nuova manodopera, in un momento storico nel quale è particolarmente difficile reperire forza lavoro. Ma, onde evitare l’avvento di tensioni sociali e conflitti, alimentati dalla rabbia dei «working poors», serve una nuova consapevolezza da parte della classe imprenditoriale rispetto al ruolo «sociale» che le imprese possono svolgere nella redistribuzione dei redditi. Per lo meno là dove è possibile. Ricordiamoci infatti che – in Italia come in Trentino – la classe media sta arrancando. E che, per alcuni storici, il Fascismo stesso fu la «rivoluzione» di una classe media impoverita. Vale la pena ricordarlo in questo particolare momento storico, scosso da pulsioni autoritarie e populiste di ogni colore politico, anche per rilanciare il valore delle cosiddette «relazioni industriali» nel garantire il benessere economico della nostra società.
* Segretario generale Feneal Uil Trentino Alto Adige Südtirol
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IL T edili ART 070226
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